In questa strana estate che stenta a manifestarsi stiamo leggendo un volumetto delizioso e mai banale edito da Laterza, che vi consigliamo: “La vita, non il mondo”, di Tiziano Scarpa (premio Strega nel 2009).

Prendendo spunto da richiami e parentesi di vita vissuta, Scarpa riporta – come in un diario mentale, in brani da appena mille caratteri – pensieri e riflessioni sulla condizione di ciascuno in quanto uomo, tali da rendere evidenti segni e segnali di un soprasenso esistenziale, di una rete sottesa al reale e inanellata di rimandi solitamente ignorati o accantonati là dove possono far meno rumore.

Il tutto in un contesto che illude: la notizia per noi è solo ciò di cui si legge e si ascolta in televisione o sui giornali. Non è così. Anzi. Secondo Tiziano Scarpa bisogna essere capaci di cogliere e ascoltare i momenti, le intuizioni e le parentesi che ci riguardano da vicino ma che spesso fingiamo di ignorare. La vita intima, privata. Lo sguardo e ciò che ci obbliga ad ascoltare.

Ed è così che una visita su un promontorio cagliaritano diventa l’occasione per domandarsi e fermarsi a riflettere su quali e dove si trovino i promontori interiori, capaci di assicurare un buon punto di osservazione sulla propria vita e sulla propria dimensione umana, lontano dagli impegni e dal clamore cittadino. Ogni persona, sembra dire Scarpa, è come una città al cui interno è salutare esista un qualche promontorio, un qualche punto di osservazione dall’alto capace di dare lo sguardo d’insieme sull’esistente. “Mi domando – scrive Scarpa in uno dei suoi appunti – quale sia il mio punto interiore di osservazione onnicomprensiva, se possiedo un belvedere naturale o debbo costruirmelo”.
E ancora, rimasto sveglio in una notte insonne, così riflette: “Si rimane distesi nel buio, a occhi chiusi, vittime di se stessi, colpiti a morte da un proprio pensiero. Stanotte ho pensato che ero morto. Per la prima volta ho sperimentato come dev’essere. Ma non da fuori. Da dentro. Mi sono percepito come niente, nulla di nulla, finito, stop, chiuso. Dormire è il modo in cui il corpo immagina la propria morte. Ma restare svegli a sentirla, assurdamente vigili? Un controsenso, d’accordo; una sofisticata illusione. Eppure, non so come, sono riuscito a percepire che non mi stavo percependo, credo di aver capito che cosa mi aspetta”.

La vita, dunque, diventa “promemoria”, si fa annotazione di se stessa per non perderne il ricordo. E ogni passo, ogni sguardo, ogni istante fermo rispetto al contesto, acquista un soprasenso che dona valore al vivere. Una poetica dello sguardo con eco buzzatiane, dove tutto è reale ma nulla solo ciò che appare.

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