– Vivevamo insieme da cinque anni ed eravamo entrati nella fase in cui è cruciale limitare gli scontri. Lui era aggressivo, io ero noiosa, bastava una parola, una frase e si accendeva la rissa. Avevo malumori colossali per faccende minuscole, contro i quali lui reagiva sbattendo la porta, gli sportelli, le bottiglie sul tavolo. Le telefonate facevano parte della strategia, essere gentili ma attenti, tenere d’occhio il nemico.

– L’angoscia che arrivava a montate, come il latte nel seno di una madre. Ma quello che mostravo, quello che ti dicevo, era solo una parte della verità. E per quanto grottesca non era la peggiore. Lo schifo vero, tutte le cose orribili e dementi che ho fatto, le ho tenute nascoste. Non te le raccontavo perché mi vergognavo. Speravo le intuissi, ma oggettivamente era impossibile. Non avresti mai potuto immaginare, conoscendomi.

– Sono diventata una persona danneggiata.
Quando ti succede qualcosa di brutto, un incidente, una malattia, o qualcosa di stupido ma incredibilmente doloroso come è successo a me, diventi una persona danneggiata. Per sempre. Sono come uno strumento qualsiasi che sia caduto a terra. Lo aggiusti e funziona di nuovo, ma conserva in sé il trauma di quella caduta. Non sappiamo quando, non sappiamo neanche se, ma potrebbe guastarsi di nuovo. E sarebbe ancora una conseguenza di quella vecchia caduta.

– Non me l’ha raccontato perché gli sembrasse una cosa spiritosa, ma perché aveva bisogno di nominarla. Come facciamo tutti con le persone che ci piacciono. Da quel momento ha cominciato a nominarla sempre e a sproposito. Diceva guarda, una macchina come quella di lei, o sai che l’insalata è più difficile da digerire della bistecca, me l’ha detto lei. Anche il padre di lei ha una casa a Londra, mi ha detto quando io sono andata a Londra.
“Ecco, è tipo così.”
“Cosa?”
“Cane. Il cane di lei. È tipo quello”.
Mi ha detto indicandomi un cane piccolo, un incrocio tra un Jack Russell e un barboncino.
“Bruttino”
Ho detto io. Ma Davide ha sorriso.

– Le persone cambiano, quasi sempre peggiorano. Si annoiano l’una dell’altra e sparisce l’incanto. Quando non siamo più innamorati diventiamo come giocatori che hanno finito time out, penalità, cambi. Stiamo lì, in diretta e senza angoletti nei quali nasconderci. Ci guardiamo negli occhi e proviamo disagi e un po’ di disgusto. Qualcuno ce la fa, passa oltre. Di là, dopo il disgusto, deve esserci una specie di paradiso delle coppie. Gente che se la spassa, che si dice la verità senza lasciarsi ferire, che scompare e poi torna senza dare spiegazioni.
Io e Davide non ci siamo riusciti.

– Dove non ti raccapezzi, dove non sei altro che una cosa tremante e sperduta.

– La nostra era una storia d’amore e basta. Senza grandi discorsi, senza progetti. Davide era la persona con cui fare cose sceme. Se me lo avesse chiesto mi sarei sdraiata sul ghiaccio accanto a lui a guardare le stelle, come Clementine. E non tanto perché mi fidassi di lui – e mi fidavo moltissimo, fino a quando non è scoppiato l’inferno – ma perché pensavo che farlo con lui sarebbe stato divertente. Anzi, che lui era l’unica persona al mondo con cui sarebbe stato divertente farlo. Di tutte le cose per cui mi sono disperata in quel periodo questa è forse l’unica sensata: non ci sarà mai più un’altra persona con la quale mi divertirò a stare sdraiata su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle.

– La gente – non tu, tu mai – mi chiedeva cosa ci fosse di tanto speciale nella nostra storia da rendermi così intollerabile la separazione.
La risposta è niente. Non c’era niente di speciale. Nessuna storia è speciale. L’amore non è mai speciale.

– …A parte la fedeltà, certo, che però è talento di pochissimi.

– Anche se non vivevamo più insieme ci sentivamo spesso.Molte volte capitava che mi chiamasse un attimo prima o dopo, o addirittura nello stesso momento in cui scambiava messaggi in chat con qualcuna delle donne dell’elenco. Questa cosa mi faceva impazzire. La contemporaneità totale, l’incapacità di rimanere concentrato su una cosa sola per mezz’ora, dieci minuti. Tutto insieme e tutto uguale, sullo stesso piano.

– A me sembra che Davide, convinto di non piacermi più, annoiato da me, schifato dalla fine dell’incanto, abbia iniziato a seminare indizi invece di dare spiegazioni.

– Ma io non so fare una cosa importantissima, considerato il tempo in cui vivo. Non so passare da una relazione all’altra. Non lo so fare fisicamente. Il mio corpo si rifiuta di smettere la complicità conquistata con fatica e spostarla su un altro corpo. Non parlo di sesso. Il sesso ha in sé tutta la confidenza, la complicità e l’intimità che servono. Parlo di quotidianità, di convivenza, di quelle cose piccole e sceme che fanno due persone che stanno insieme e non due amici, due fratelli o sorelle […] La mia strategia, se la si può chiamare così, è uccidere. Uccido la me che ero e rinasco un’altra donna. Non la stessa Anna che passa da una relazione all’altra. Un’Anna muore col suo vecchio amore, e un’Anna nuova nasce.
Il modo in cui mi sono uccisa questa volta è stato non mangiare.

– E quando a un certo punto della serata inevitabilmente attaccavo a piangere, tu facevi finta di niente. Qualche volta ti mettevi a canticchiare. Avevi imparato questa reazione assurda, forse per evitare di picchiarmi. E funzionava, perché mi faceva ridere.

– […] qualche volta scopavo con altri uomini che irragionevolmente avevano voglia di scopare il relitto che ero.

– Al momento di ordinare mi agitavo. L’elenco dei piatti mi faceva venire la nausea. Guardavo il menù con angoscia, avrei voluto dire niente, grazie. Ma non potevo, non ogni sera. Così avevo imparato a fare una cosa semplice: ordinavo quello che ordinavi tu. Anch’io, dicevo. Tanto che è diventata un’abitudine. Lo faccio anche adesso che ho ricominciato a mangiare regolarmente e sto bene. Quando andiamo al ristorante prendo quasi sempre quello che prendi tu.