I fiori nel portapacchi papà li aveva regalati a mamma un mattino di aprile, per l’anniversario delle nozze. Aveva appena smesso di piovere, ma le strade erano asciutte, tanto che nella foto dove ci siamo tutti non si vedono pozzanghere. Io sono quella che mia madre stringe al petto. Ero nata quasi da un anno, ridevo come un angelo al vento della Vespa e l’aria mi entrava in bocca.

Mamma non se n’era accorta. Nella foto ha il busto rigido, lo sguardo preoccupato dalle manovre di papà che zizgzagava da spadaccino tra le automobili e i cartelli. Sembra voglia chiedere di andare piano, ma ha paura di distrarlo, solo qualche ciocca dei capelli sfugge al controllo delle forcine. Era la sua pettinatura preferita.: un toupet morbido e con qualche ciuffo ribelle, come deve essere nelle regole dell’età in cui il sangue è ancora acerbo e i giorni sono lunghi, perché è così che si annuncia la vita sbarluscenta, come la chiamava lei, l’epoca luminosa che tutti noi attraversiamo, quando ci sentiamo il mondo in tasca.

In un’epoca come la nostra in cui lo strumento dei social network permette con pochi clic di condividere fotografie, scatti e ricordi, il romanzo “Gli anni del nostro incanto” – scritto da Giuseppe Lupo e pubblicato da Marsilio – fa pensare. Tutto parte da una memoria, da una fotografia pubblicata sulla rivista Gioia, che ritrae una famiglia mentre in Vespa attraversa Milano. Uno scatto che il giornale mette in pagina per raccontare la spensieratezza degli anni del boom economico italiano, quando ancora si poteva andare in Vespa con il vento tra i capelli e senza obbligo del casco, quando il futuro era una prospettiva e nelle case iniziavano a entrare le prime lavatrici, le televisioni, le moderne cucine e tutti quei beni di consumo che avrebbero poi caratterizzato l’apparenza di tanta borghesia italiana.

Ed è proprio l’immagine di quella famiglia spensierata, che non ha paura di cadere dalla Vespa mentre Louis – questo il nome del padre – guida con sguardo sicuro nelle strade di Milano, a scatenare un terremoto emotivo in chi – trascorsi ormai vent’anni da quello scatto – è rimasto. In chi di quella famiglia è riuscito a non farsi travolgere dalla vita, dagli eventi.

Se è vero che nella testa di mia madre si è scatenato un terremoto, sarà stato per la sorpresa di trovarsi dentro un pezzo di carta, tutti e quattro insieme, lei che aveva in odio quel perverso meccanismo di fermare il tempo nelle foto, a cui gli uomini ricorrono quando chiedono di capire l’eternità. Immagino cosa avrà pensato nel vedere la sua famiglia sotto gli occhi di tutti, nel vedere se stessa dentro un frammento di felicità violata, lei con sua figlia in braccio, lei con il marito davanti e con i sogni di quel viaggio verso un punto di Milano che la foto non dichiara. Nato per essere una festa da affidare ai segreti delle nostre intenzioni, quel giorno è stato come un sentirsi allo scoperto, nel pieno di quegli anni che su Gioia sono definiti felici e che, […] papà […] avrebbe chiamato anni alti: la famosa età sbarluscenta che abbiamo attraversato a bocca aperta, adulti e bambini, carichi di meraviglia e con il vento a riempirci la gola.

Nessuno potrà mai confermare se siano queste le ragioni che hanno svuotato la memoria di mia madre e io fatico a credere che una foto pubblicata su un rotocalco abbia avuto il potere di gettare lei nel mare della dimenticanza.

Se i romanzi precedenti scritti da Lupo avevano all’interno una forte componente utopica che pervadeva gruppi e famiglie facendosi tradizione di luoghi e territori, “Gli anni del nostro incanto” capovolge la scena: l’utopia è privata, custodita dal singolo ormai immerso nel contesto cittadino, in un progresso che resta sullo sfondo ma che macina e dimentica vite e solitudini nella modernissima Milano e la “sbarluscenza” sopravvive in un reale corrosivo, capace di fiaccare e spezzare le speranze. Le ombre lentamente – metro dopo metro, tempo dopo tempo – si allungano inevitabili sulla famiglia, primo tra tutti dilaga quel “male della silenziosità” che affligge fin da piccolo uno dei figli, ma anche i rapporti tra moglie e marito. Louis – il padre visionario e entusiasta di vite e imprese – sarà tra i primi ad esserne travolto.

Il male della silenziosità era il nome con cui in famiglia davamo un perché all’aria strana che affliggeva mio fratello: un disturbo che nessuna medicina riusciva a vincere, al tempo delle elementari o anche dopo, e che mio padre tentava di guarire riempiendo la casa di frigorifero, lavatrice, tostapane, asciugacapelli.
“Vediamo se il nostro Indiano avrà il male della silenziosità con tutto questo bendiddio”

A raccontare al lettore che qualcosa si è incrinato sono gli occhi, le tracce minime (uno sbuffo imprevisto di rossetto sul colletto di una camicia), le fughe o – ancora – i segnali che giungono dall’esterno (i Carabinieri che all’improvviso e in più occasioni si presentano per perquisire la casa, alla ricerca di indizi a carico del fratello minore di Vittoria, lei è l’unica voce narrante, di cui da anni la famiglia non ha più notizie).

E il dettaglio incomprensibile è come sia stato possibile che da una coppia come quella di Louis e la sua “Regina” – abituati a “danzare” nella vita – possano essere nati due figli così fragili – l’uno (l’Indiano) prima fugge in seminario poi verrà ricercato come terrorista – l’altra (Vittoria) con un corredo pronto per un matrimonio impossibile, che veglia una madre ormai franata, annichilita dal ricordo.

La nostra testa è fatta di strati, passano gli anni e si accumulano voci, ricordi, suoni, panorami, facce, un enorme magazzino di memoria, un pezzo per volta, un mattone dopo l’altro. Se la vita fosse ammucchiare terra sopra terra, parole sopra parole, sarebbe troppo semplice. I grattacapi cominciano quando si spacca qualcosa nel profondo e si creano le voragini. E’ allora che bisogna riempire i buchi, colmare le caverne sotterranee. Raccontare la vita può servire ad assestare il sottosuolo.

Pagina dopo pagina si comprende come qualsiasi fotografia, qualsiasi istante abbia un sottosuolo composto da diversi strati, dolori più o meno noti, silenzi più o meno profondi. E a poco vale la capacità di Louis di vedere l’aspetto “atomico” e sorprendente di fatti e cose – dal ritorno di Yuri Gagarin sulla Terra, fino alla passeggiata di Armstrong sulla Luna. La vita avanza, inesorabile, e con lei si alza quella marea che spesso travolge uomini e cose. E non fanno da argine la Cinquecento nuova, la cucina Salvarani, i frigoriferi, le lavatrici ultimo modello: il progresso che abbaglia, inganna e affascina, non salva da se stessi, dalla mancanza di equilibrio, dalla ricerca silenziosa di un fine.

Giuseppe Lupo, con una sorprendente sensibilità tutta femminile, conduce così il lettore attraverso le vicende di una famiglia “normale”, svelandone quel “sottosuolo” caleidoscopisco e sconosciuto, specchio di tanta parte del nostro presente.

Giuseppe Lupo
Gli anni del nostro incanto
Marsilio editore
156 pp.
16 euro