È considerato uno dei capisaldi della controcultura tedesca, di quella vena undergorund a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta nella Germania del Muro di Berlino, eppure in Italia è arrivato solo nel 2017.  “Materia prima” (“Rohstoff“, in tedesco), romanzo scritto nel 1984 da Jörg Fauser e tradotto da Daria Biagi, è stato pubblicato nel nostro Paese per i tipi L’Orma editore, una casa editrice che sta traducendo e mandando in stampa piccole e grandi rarità della letteratura francese e tedesca.

“Materia prima” ripercorre per molti aspetti proprio le vicende biografiche di Fauser, scrittore “più noto nell’ambiente delle forze dell’ordine che non nei circoli letterari“, come sottolinea Daria Biagi nella postfazione. Il protagonista del romanzo si chiama Harry Gelb, studente alla soglia dei trent’anni, preso nel gorgo delle droghe ma ossessionato dal dover “combinare qualcosa nella vita“, vero e proprio mantra di una generazione. Pena il fallimento.

A diciotto anni, dopo due fugaci infatuazioni per la politica e per la religione, mi era già chiaro che fare lo scrittore sarebbe stato per me l’unico modo di scrollarmi di dosso l’apatia, e magari addirittura di combinare qualcosa nella vita.

Ed è in questa continua ricerca di un equilibrio interiore ma anche “esteriore” che Gelb passa da un lavoro a un altro, da una donna a un’altra – sempre portandosi dietro una macchina da scrivere o un taccuino e il manoscritto di un romanzo che in tutti i modi cerca di far pubblicare: “Stamboul Blues“. Quella di Gelb in realtà è una tremenda “sete” di vita, di significato, di materia prima – appunto – di sostanze, siano queste droghe o esperienze. Gelb si trova infatti più a suo agio nelle bettole che non negli uffici della Bundesbank, dove pure capiterà – salvo fuggirne poco dopo. Nei bassifondi piuttosto che negli ambienti borghesi. In tutti quei luoghi e quelle circostanze in cui l’uomo rivela se stesso senza schemi.

Lo Schmales era qualcosa di più che un posto dove farsi una birra, l’osteriaccia o il baretto evocati in mille canzoni. Lo Schmales era il rifugio di cui molti avevano bisogno nel bel mezzo del proprio Paese, il porto franco in cui potevano venire a patti con i proprio sogni, una casa per la quale non c’era bisogno di mutui, di garanzie e di mobili, senza letti rifatti e senza mogliettine, ma dove tutto quello che serviva era una sete inestinguibile e la sensazione che il tuo vicino, chiunque fosse e qualunque aspetto avesse, se si era portato dietro abbastanza sete, potesse essere per una sera anche tuo amico.

E se la vita di Gelb si dipana tra le Comuni e i bassifondi di città come Berlino, Francoforte e Istanbul, tra anarchici, rivoluzionari e pseudoterroristi, la tensione di Gelb è diretta sempre verso un’improbabile ricerca di senso: Harry rifiuta la società proprio come gli anarchici cui si accompagna ma ne è al contempo affascinato e utilizza la scrittura e il proprio sguardo per comprenderlo e dissezionarlo.

Gironzolai a passi lenti per l’atrio della stazione, feci entrare i rumori dentro di me raccogliendo istantanee. Negri in uniforme ballavano sulla musica della radio a transistor, un vecchio vagabondo attaccava briga con gli sbirri, camioncini elettrici portavano ai treni i sacchi della posta, jugoslavi al chiosco delle birre reclamavano ad alta voce un’ultima bevuta. Un dandy faceva le poste a una marchetta, le puttane si slogavano le caviglie sui tacchi a spillo, i borseggiatori in attesa davanti agli sportelli bancari, eleganti signore dalle espressioni scostanti al braccio di uomini in piedi sotto un divieto di sosta, famiglie indiane  con uno stuolo di bambini e di valigie, e fuori la notte, col suo turbinio di sirene.

“Materia prima” è in realtà una critica a tutti i sistemi sociali, siano questi in essere o utopico-rivoluzionari: ciascuno a modo proprio proponeva e pretendeva l’adesione a regole e stili. Ciascuno uniformava, escludeva, metteva sete. 

[…] per anni avevo ascoltato solo le lagne dei tossici, la cantilena sempre uguale che proclamava un unico valore sulla Terra, il nirvana della siringa. E adesso c’erano i sovversivi  con la rivoluzione, un nirvana anche quello, e anche se era un nirvana di questo mondo, e c’erano milioni di cadaveri a dimostrarlo, io non avevo più alcun interesse per la morte, volevo bere e volevo ridere e soprattutto volevo le ragazze […] l’amore era soltanto un elemento di disturbo, come lo stupido tentativo di trovare un senso alla Storia.

E sono proprio le ragazze che “attraversano” la vita di questo giovane studente, ciascuna con il proprio portato di esistenza e utopia, che scaldano per una manciata di pagine il letto di Gelb, gli danno l’illusione di una vicinanza che inevitabilmente gli frana accanto dopo poco. E uno dei passi più belli del libro è dedicato proprio a una di queste donne che Gelb incontra, Sarah:

Sarah aveva diciannove anni e mi faceva pensare al Cantico dei cantici: “Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo. Le tuo chiome sono un gregge di capre, che scendono dalle pendici del Gàlaad. L’estate prima mi aveva spedito a Istanbul una sua foto, era appoggiata a un albero nel Giardino inglese di Monaco, e vedendola Ede aveva detto: “Se c’è qualcuno che ti può tirare fuori da questa merda è lei”. Adesso era a Berlino anche lei, e io ero fermamente deciso a non separarmene più.

Non andrà così. Una dopo l’altra, le ragazze incontrate da Gelb passeranno attraversando l’esistenza del protagonista come parentesi. L’esistenza è all’esterno, la ricerca di senso è altrove. E fermarsi in un solo abbraccio è impossibile.

Fuori neve sporca e fangosa, l’ultimo tram davanti alle rovine del teatro dell’opera, un senzatetto che cercava di intrufolarsi oltre il recinto. Eravamo in tre, io, l’aiuto cuoco Fritz, uno studente fallito sui trent’anni che si beveva l’ultimo assegno dell’ultimo semestre prima di farsi buttare fuori dall’università una volta per tutte. Peraltro eravamo a fine gennaio, i soldi erano ormai sfumati da tempo così come la maggior parte dei libri, i vestiti, i mobili e il tostapane.
“Merda, ho ancora sete.”
Non importava chi fosse a pronunciare quelle sante parole. Era sempre così, come se a parlare fosse stato un coro. E poi sete era anche un sinonimo di vita. Magari un po’ discutibile, come sinonimo, ma a quell’ora era l’unico che avesse senso, e per me era anche una deliziosa variante rispetto a quello che voleva dire la siringa: una piccola morte.

Quello della voce narrante di “materia prima” è dunque un viaggio attraverso i luoghi e le esistenze di personaggi senza storia, studenti e lavoratori ormai assuefatti a un non-ruolo nel mondo ma capaci di salvarsi grazie a quella sete di senso, di vita e di esistenze che porterà Gelb – alla fine del romanzo – a rialzarsi per l’ennesima volta.

Jörg Fauser
Materia prima
L’orma editore
16 euro