Quando l’ho incontrata, Rosella Postorino mi ha dato un consiglio: «Per scrivere bene non basta leggere molto. Nella scrittura devi mettere tutto: non solo i libri che hai letto, ma anche i film che hai visto, la musica che ascolti, il sapore della torta al cioccolato che hai mangiato a colazione e la brezza del vento d’estate. Tutto quello che ti ha fatto emozionare, piangere, gridare, deve confluire nella scrittura».

Credo che siano stati proprio questi ingredienti, o meglio la loro combinazione, a rendere Le Assaggiatrici un romanzo esplosivo, capace di tenere il lettore incollato alla storia dalla prima all’ultima pagina.

Il 15 settembre 2018 Le Assaggiatrici ha vinto la 56esima edizione del Premio Campiello con 167 voti, un record. Il romanzo era stato pubblicato da Feltrinelli editore nel mese di gennaio, ottenendo subito uno stupefacente e immediato successo di pubblico: a febbraio il libro era infatti già alla sua quarta edizione.

L’idea per la scrittura di questa storia, racconta Rosella Postorino nella postfazione, è nata dalla lettura di un articolo di giornale che narrava la vera vicenda di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler, che all’età di novantasei anni decide infine di raccontare la sua esperienza e renderla pubblica. Margot, pur proclamandosi apertamente non nazista, disse di essersi ritrovata costretta a rischiare la propria vita per tutelare quella del Führer diventando in questo modo complice, suo malgrado, della peggiore dittatura del secolo scorso. Colpita dall’accaduto, Rosella si mette subito a fare della ricerche ma, quando cerca di contattare la Wölk, scopre che nel frattempo la donna è deceduta.

La storia, tuttavia, ha ormai preso forma nella sua mente e chiede di essere raccontata: emerge così il personaggio di finzione di Rosa Sauer, giovane donna che vede la sua esistenza sconvolta dagli avvenimenti della seconda guerra mondiale e cerca di sopravvivere in una nazione avvilita che si trascina inesorabilmente verso un’ormai prevedibile sconfitta. Ex segretaria costretta a fuggire da Berlino dove viveva con il marito ora chiamato alle armi, Rosa si trasferisce in Polonia nella casa dei suoceri, nel villaggio di Gross Partsc. La sua vita trascorre nell’attesa estenuante del ritorno di Gregor. Inoltre ogni mattina Rosa è caricata sul pulmino delle SS insieme ad altre dodici donne, la direzione è Krausendorf, la caserma adiacente alla Tana del lupo, quartier generale di Hitler. Qui, attorno a un tavolo, le donne sono intrappolate come topi in gabbia, con un unico scopo: assaggiare il pasto del Fuhrer. Si rivela subito il grande dilemma etico contenuto nel libro: «Fino a quale limite ci si può spingere pur di sopravvivere?». Assistiamo al dramma di esseri umani affamati, portati allo stremo dalla guerra, cui viene servito un pranzo succulento e invitante che però potrebbe nascondere segretamente il boccone avvelenato. Attorno alla tavolata si mescolano così paura e istinto di sopravvivenza e gli oscuri sensi di colpa di giovani madri che vorrebbero sfamare i propri figli anziché riempirsi lo stomaco con il cibo destinato a un criminale di guerra. Ogni boccone potrebbe essere l’ultimo. Sedute al loro posto, armate unicamente di forchetta e coltello, le donne affrontano la loro personale battaglia con coraggio, eppure con la tacita consapevolezza di non poter, in ogni caso, morire da eroi.

Le assaggiatrici sono dodici e diversissime tra loro: c’è l’enigmatica e scostante Elfriede; la timida e ingenua Leni; la bella Ulla, simile a un’attrice del cinema e poi Beate, Heike.  Non si trovano lì per loro volontà, o perlomeno, non tutte: tra loro ci sono anche Le Invasate, Augustine, Theodora, Sabine e Gertrude, così soprannominate perché al contrario delle altre si dichiarano orgogliose di rischiare la propria vita per la salvezza del dittatore tedesco.

Ogni donna custodisce in privato un segreto: una pena d’amore, una gravidanza illegittima, oppure, nel caso di Elfriede, qualcosa di molto più grave e inconfessabile. Il racconto è intervallato da frequenti flashback che raccontano la vita di Rosa prima della guerra: ricordi indelebili che le offrono conforto nei momenti bui, le carezze amorevoli della madre, i pomeriggi spensierati trascorsi in compagnia di Gregor.

Mia madre diceva che quando si mangia si combatte con la morte. (…) Quasi che ogni gesto di sopravvivenza esponesse al rischio della fine: vivere era pericoloso; il mondo intero, un agguato. 

Le Assaggiatrici ha il pregio di far rivivere un’importantissima pagina di storia del’900 attraverso una vicenda scorrevole e incalzante che procede con un ritmo sostenuto senza mai un attimo di cedimento. Tra racconto storico e narrazione diaristica le impressioni di Rosa, le sue paure, le emozioni da lei provate si trasfondono in un sentire collettivo e rendono così la Germania nazista un paradigma della società attuale. In queste pagine viene espresso l’eterno problema etico del bene e del male e di quanto talvolta possa essere labile il confine tra essi. Perché l’essere umano è spesso contraddittorio e in lui si agitano pulsioni incontrollabili e irrazionali. La vita di queste dodici donne è continuamente in bilico: il loro strenuo coraggio si mescola con i timori più neri, ed è incredibile ciò che sono disposte a fare pur di  sopravvivere. Rosa stessa è costretta a scelte discutibili e inaspettate, che spesso fanno indignare il lettore.

Perché, da tempo, mi ritrovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli essere umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.

La vicenda della protagonista si intreccia strettamente con il dramma umano di altre persone: la colta baronessa Maria von Mildernhagen, la solitaria Elfriede e il volitivo tenente delle SS Albert Ziegler. I personaggi secondari nel corso della narrazione emergono in primo piano rivelando il loro personalissimo conflitto morale. Travolti dalle tragiche battute finali della guerra e dal più terribile genocidio del secolo scorso, diventa difficile giudicare e distinguere vittime e carnefici. Le differenze tra giusto e sbagliato così sbiadiscono e si confondono, lasciando al loro posto un immenso sentimento di pietà e compassione nei confronti degli esseri umani, spesso costretti a compiere scelte terribili pur di sopravvivere. La guerra, e la morte che essa porta con sé, rappresenta un’ iperbolica esemplificazione del destino dell’uomo.

Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant’è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza. La patria, per esempio.

Alla base di questo libro c’è un’attenta analisi dell’animo umano e della sua fragilità. Forse è questo il motivo per cui la vicenda di un’anziana donna di nome Margot Wölk riesce a parlarci ancora oggi: per quanto nel nostro tempo siamo pronti ad aborrire Hitler e a condannare con fermezza quel capitolo nero della storia mondiale, posti in determinate condizioni avremmo fatto esattamente come Margot. Ci saremmo chinati sul piatto e avremmo mangiato fino all’ultimo boccone, pur con la consapevolezza che avrebbe potuto essere l’ultimo. Ciò che questo romanzo sottolinea è la forma latente di accettazione che le dittature portano con sé, nonostante tutto. Lo fa paradossalmente umanizzando il personaggio di Hitler, mostrandolo al lettore in una versione a lui sconosciuta e apparentemente paradossale: un vegetariano che si nutre esclusivamente delle verdure migliori.

Si potrebbe leggere tra le righe una denuncia silente alla facile corruzione del sistema politico e avvertire un campanello d’allarme che ci ricorda la banalità del male; un monito perché certe tragedie non possano più ripetersi.

Alice Figini