Leggere Joan Didion è come un incontro. La sua voce ti artiglia alla pagina fin dalle prime righe e capisci che non si tratta di un libro come gli altri: non è una storia che ti viene raccontata; ma una persona che ti sta parlando e si rivolge a te, proprio a te, trasformando la lettura in una conversazione a quattr’occhi. In breve tempo capisci che non stai leggendo Joan Didion; stai conoscendo Joan Didion. Ciò che l’ha resa una delle maggiori personalità letterarie viventi è subito chiaro: lei è ciò che scrive; i suoi libri contengono la sua voce, che non è uguale a nessun’altra. Dopo aver letto un suo romanzo sarà sufficiente imbattersi in un incipit, una breve frase, per comprendere che chi ti sta parlando è la Didion. Alla stregua di una registrazione su nastro, la sua scrittura la identifica come un’impronta digitale, contiene la sua essenza, il suo DNA, in una specie di formidabile miracolo letterario.
La voce della Didion è dirompente, sembra fuoriuscire dalla pagina: a tratti grida, piange, trasborda dalle indicazioni di punteggiatura e si snoda in una serie di interrogativi all’apparenza senza risposta.
Nel suo stile di scrittura è contenuta la stessa incisività che traspare da quegli occhi: grandi, espressivi, che in ogni fotografia sembrano forare l’obiettivo e incidersi in quelli dell’osservatore. Appaiono in ogni dove immagini di lei, giovane e invincibile, con gli occhiali da sole neri e lunghi abiti bianchi mentre passeggia per le strade californiane. Una giornalista, una sceneggiatrice, un’intellettuale: vive delle parole che scrive e abita bene il suo personaggio.

L’America ormai la celebra come l’ultima celebrità letteraria, santificandola in vita con onori e tributi, addirittura con una copertina di Céline che la ritrae a ottantuno anni come se fosse la modella del momento. Nel 2012 il Presidente Barack Obama le ha conferito la National Medal of Arts per il suo apporto straordinario alla letteratura. La cerimonia appare fredda e, allo stesso tempo, commuovente. Obama sorride sfolgorante e a un certo punto appare questa donna piccola, esile, tremante, che gli si avvicina a capo chino. Lui le ripone la medaglia al collo con un gesto solenne, le stringe la mano; mentre il pubblico sembra tenere il fiato sospeso. Lei non sorride. Non ringrazia. Sembra piegarsi sotto il peso degli applausi scroscianti; non si sa se per l’imbarazzo o per l’emozione. Oggi Joan Didion è una anziana signora dalla voce esile e il volto solcato da rughe, ma dotata di una carisma straordinario: i suoi occhi forano ancora l’obbiettivo, mentre afferma il suo personale comandamento: «See enough and write it down, I tell myself.»

Ci ha regalato il fascino di una parola eterna, perché viva: è una donna in cui si incarna il dovere morale della scrittura. Per lei le parole hanno rappresentato l’ultimo esile legame con la vita quando tutto sembrava perduto: ce lo rivela il suo capolavoro The Year of Magical Thinking, finalista al Premio Pulitzer nel 2005. Con questo libro la Didion rivela una versione inedita di se stessa: non è più la giornalista in prima linea, la narratrice implacabile delle contraddizioni dell’America moderna, ma semplicemente una donna che mette a nudo il suo dolore, senza difese. L’anno del pensiero magico, pubblicato in Italia dal Saggiatore nel 2006, è un grido aperto contro l’irrazionalità del dolore e inaugura una nuova fase letteraria nella vita dell’autrice. Per la prima volta Joan non usa le parole per combattere il mondo esterno a colpi di accuse e denunce, ma le rivolge impietosamente contro se stessa, scavando nel proprio mondo interiore, nel tentativo di comprendere le ragioni oscure della perdita.

La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola
e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.

L’anno del pensiero magico si apre con queste precise parole, scandite con un ritmo implacabile. All’apparenza illustra una banalità, eppure questo libro riesce a raccontare l’inenarrabile. La sera del 30 dicembre 2003 John Gregory Dunne, scrittore e marito di Joan Didion da oltre quarant’anni, si accascia colpito da un infarto fulminante. I due erano appena usciti dal reparto di terapia intensiva Beth Israel North, dove la loro unica figlia, Quintana, era ricoverata da cinque giorni a causa di una polmonite sfociata in shock settico. In breve tempo Joan deve fare i conti con la morte del marito e con la malattia incurabile della figlia, che si spegnerà a soli trentotto anni, poco tempo dopo la conclusione del romanzo.
La premessa è atroce, tuttavia viene svolta in modo tutt’altro che tragico: quest’opera contiene qualcosa di prezioso e inestimabile, la storia di un amore autentico, profondo e vero. Tra le righe Didion tratteggia l’unione di due anime affini, il percorso accidentato di una donna dalla maturità alla vecchiaia; gli interrogativi insidiosi che si moltiplicano con il trascorrere degli anni; e, soprattutto, l’importanza del tempo vissuto. Rivivono così le feste nella casa di Malibu, la piscina piena di gardenie colorate; le estati calde trascorse con John a guardare Tenko, una serie della BBC; l’avvento di quella bambina tanto desiderata, Quintana, arrivata come una benedizione dopo la telefonata di un dottore: «Abbiamo qui una bella bambina…»

Ѐ un libro tragico sull’amore che vince la morte; sulla vita che, nonostante tutto, riesce a essere più forte del suo opposto. In un libro, la Didion, riesce a custodire l’ultimo legame con il marito; la traccia terrena di John Gregory Dunne. «La parte più difficile è stata finirlo», ha confessato in un’intervista «perché finché scrivevo John, in qualche modo, era ancora in vita. Sentivo che potevo parlargli».

Il titolo si riferisce proprio a un concetto antropologico, «il pensiero magico», che tende a negare l’irreversibilità della morte. Didion, donna matura e istruita, mostra l’incapacità di accettare la scomparsa del marito; e in questo delicato momento psicologico la scrittura sembra agire come un sortilegio: «Farlo tornare indietro; questo era stato, in quei mesi, il mio scopo segreto, un trucco magico».

Joan affida alla letteratura il potere di resurrezione, riponendo in essa una fede laica, consegnandola infine ai lettori come una risorsa per guarire il disordine del mondo. Mostra la schiacciante evidenza del dolore e, compiendo questo atto, sembra abbracciare l’intera umanità. L’anno del pensiero magico è un capolavoro proprio perché la sua autrice non l’ha scritto pensando a un pubblico, ma l’ha scritto unicamente per salvare se stessa e redimere l’esistenza delle persone che ha amato. Ѐ un libro personale, sentito, che risuona come un monologo di struggente autenticità: parla a tutti noi dell’enigma dell’esistenza, dei suoi movimenti oscillatori, delle maree che spesso sommergono e fanno sì che il mondo, così come l’abbiamo conosciuto, cambi completamente.
Eppure in tutto ciò l’amore resiste: è questo il grande insegnamento che ci consegna, malgrado lo stile caustico della scrittura, il libro della Didion. L’amore si è cristallizzato in quest’opera: è stato bloccato nel tempo, come in quella fotografia in bianco e nero scattata sulla terrazza della casa di Malibu, dove una giovane Joan fuma una sigaretta e sembra vegliare con sguardo apprensivo sul sorridente John, che si rivolge sfrontato all’obiettivo, e la bella bambina bionda, Quintana, dai grandi occhi chiari affamati di vita.

Alice Figini