Vi racconto Pierluigi Cappello

di Maria Francesca Di Feo

Conobbi Pierluigi Cappello durante la quarta liceo, quando mi interessavo di poesia da alcuni anni: per il mio diciassettesimo compleanno un amico friulano mi regalò la silloge Mandate a dire all’imperatore, vincitrice del premio Viareggio-Repaci (2010). Mi stupì e commosse. Considerata da molti l’apice del suo percorso letterario, la raccolta mostra il cuore della poesia di Cappello, risonante saggezza disarmata e spoglia. La realtà fermata dai suoi versi rende il lettore parte di una comunità silenziosa, in cui ogni parola si configura come misurato incastro e faticosa conquista. Divorai quel libro più e più volte, fino a tenerlo sempre nello zaino o in borsa, al punto che è tuttora tra i miei più consumati. Trovai il coraggio di scrivere direttamente a Pierluigi qualche mese dopo, nel maggio del 2013. Fu quel mio stesso amico, che collaborava con un giornale locale, a fornirmi l’indirizzo di posta elettronica. Impiegai ore e ore a scrivere quella breve presentazione di me stessa, unita a un sentito e ossequioso ringraziamento per la sua opera: mi ero ormai convinta di scrivere a un gigante, a una delle persone più importanti nei miei neanche diciott’anni. Decisi anche di allegargli qualche mia poesia: già che c’ero, pensai, non avevo nulla da perdere. Pierluigi mi rispose in neanche due giorni, con una mail bellissima che iniziava così:

“Gentile Maria Francesca,

il suo entusiasmo merita una risposta. Sono felice che i miei versi possano parlarle e accompagnarla durante le sue giornate. Sono anche dell’idea che il merito non appartenga del tutto a me ma vada diviso equamente. Diciamo che un po’ del merito è mio e un poco è suo, perché ogni volta che lei legge un mio verso, lo fa rivivere con la sua sensibilità, con le sue esperienze di lettura fin qui accumulate, e con la percezione che lei stessa ha dell’esistenza e del mondo. Diciamo ancora che se i miei versi nascono da me, rinascono ogni volta in chi li legge e mi fa piacere che lei li abbia fatti nascere una volta di più.

Mi sento lieve quando ricevo mail come la sua, mi sento come se fossi riuscito ad assolvere un compito, come se il senso dello scrivere poesia in questa società di ferro mi venisse restituito con calore e in un colpo solo. Grazie.”

Concludeva annunciandomi che avrei potuto scrivergli, nonostante la valanga di posta che riceveva, e che avrebbe letto le mie poesie appena terminato un libro per Rizzoli (“Questa libertà”, edito nel settembre 2013) e dopo aver assolto agli impegni da giurato al Viareggio. Ci scambiammo alcuni altri messaggi per iniziare a conoscerci, fino a che nel periodo natalizio mi invitò a fargli visita a Tricesimo (in provincia di Udine).

PIERLUIGI ABITAVA…

Era una fredda mattina di fine dicembre; il 28, per la precisione. Pierluigi abitava in una piccola casa di legno, un prefabbricato costruito coi fondi dell’Unione Europea per la regione Friuli dopo il terremoto del ’76. Dal centro del paese vi si arrivava dopo un tratto di strada in salita, accanto al quale sorgevano poche altre case e una struttura residenziale per anziani. Era un posto incredibilmente tranquillo, dove si respirava l’aria dei colli in prossimità delle Alpi e della non distante frontiera. Della casa di Pierluigi mi catturò subito la scrivania ricolma di carte, e la libreria che sembrava abbracciare l’intera stanza d’ingresso, la quale fungeva anche da studio e da salotto. Non ricordo le parole precise con cui mi accolse, ma solo il suo sorriso discreto e luminoso, che immediatamente balenò e che ritornava ogni qualvolta la conversazione lo divertisse.

Parlammo subito delle mie poesie: stavano sopra una pila di opuscoli, stampate e arricchite di annotazioni tracciate con grafia sottile. Senza troppi preamboli, Pierluigi iniziò a leggerne alcuni versi e a indicare gli elementi che reputava ridondanti. Via email mi aveva anticipato di aver trovato “spunti originali e una grande passione per la scrittura”, con qualche “ingenuità normale per chi si è affacciato da poco al mondo misterioso della poesia”. Lo ascoltai impaurita padroneggiare quei miei versi esitanti, osservandolo a volte annuire, altre volte fermarsi con espressione seria a comunicarmi: “questo non se lo può permettere”. Fu una frase che mi colpì molto. Non negava il mio impegno, non metteva in discussione ciò che avevo elaborato: la sua era una constatazione che riguardava qualcosa di più ampio, un’armonia generale. A me non rimaneva che ascoltare e capire. Spesso si trattava di aggettivi, o di fraseggi troppo articolati che andavano a spezzare il ritmo del componimento. Era gentile, severo, incoraggiante. Mi diede inoltre alcuni consigli: non pubblicare con case editrici di poco conto, ma piuttosto aspettare, migliorarsi, esercitarsi strenuamente. Si vedeva, disse, che amavo la letteratura fin da bambina. Tante volte in seguito mi chiesi se davvero trovasse qualcosa di buono nella mia poesia, e perché decise di dedicare quel suo tempo a me. Come spesso accade, credo che la risposta non sia tanto nel cercare una spiegazione per il privilegio che mi è stato concesso, quanto nel far fruttare ciò che ho imparato. Se ogni sua frase può considerarsi esempio concreto di buona scrittura, in Questa libertà Pierluigi affronta direttamente l’argomento dei testi dei dilettanti, nei quali “lo sguardo rovescia la poesia nel suo contrario, diventa il luogo dove tutto è già stato visto, anche ciò che è ancora da vedere. Il risultato è un’innocenza che rimane al di qua dell’innocenza.”. Cerco sempre di tenere a mente questi ammonimenti, così come porto in me un’altra espressione, posta a calce di un excursus storico che apre Il dio del mare: “Scrivere versi è preparare con ostinazione e con cura il proprio fallimento, portarne tutto il peso, non un milligrammo in meno”

I CONSIGLI LETTERARI DI PIERLUIGI CAPPELLO

Nel nostro incontro parlammo anche di poesia vernacolare, dei suoi corregionali Ida Vallerugo e Gianmario Villalta, di Derek Walcott e Wislawa Szymborska (tra i tanti che in seguito conobbi meglio grazie a lui), e ancora di classici come Caproni, Sereni, Ungaretti e del suo amato Melville. Mi mostrò alcune riviste che gli recapitavano, e i lavori di cui si stava occupando in quel momento. Parlammo della sua e della mia famiglia, e volle sapere dei miei studi fino a quel momento, e dei miei progetti per l’ingresso all’università. Il discorso si spostò poi sulla scienza, su alcuni rudimenti di fisica e sui modellini di aerei che il poeta custodiva, per la meticolosa e ostinata passione che lo animava dalla più tenera età. Letteratura e aviazione avevano infatti guidato il suo affacciarsi nel mondo.

L’INCIDENTE

Pierluigi era nato a Chiusaforte, un paese accerchiato dai monti lungo l’aspra valle del Canal del Ferro, ultima roccaforte del Nord-Est prima dell’Austria, e luogo di passaggio per le truppe nella Prima Guerra Mondiale. Il Friuli dei suoi genitori era un Friuli secolare, che negli anni Settanta non aveva ancora conosciuto il boom industriale, e che gli aveva permesso di crescere in una realtà fatta da confini tangibili: “il silenzio di quando nevica”; “il cuore di resina degli abeti”; “le pietre rotte dall’inverno”; “la maniera di essere piccoli al mondo senza paura” dello zio artigliere “uno e ottantotto alla visita di leva”; la zia Angelina che camminava accanto a lui con passettini corti, lungo la statale, e poi ancora tutti gli abitanti del paese, descritti nella lirica Parole povere e presenti in gran parte dei suoi scritti. Il terremoto distrusse l’equilibrio di quell’ecosistema, accompagnando Pierluigi bambino verso “la libertà dei terremotati/ lo zenit dei prefabbricati”, e al contempo verso la città, il progresso, le istituzioni e la cultura di massa. Aveva iniziato a frequentare il collegio e la classe di aeronautica dell’istituto tecnico, quando su di lui si abbatté, a sedici anni, la tragedia dell’incidente in moto.

Attraverso una conoscenza sempre più approfondita della sua opera, Pierluigi è diventato ai miei occhi un poeta-scienziato, capace di mettersi a nudo davanti ai lettori e di offrire un contributo unico prescindendo da ogni contingente limitazione. Particolarmente significativo per i miei ideali e per la mia formazione è un passaggio del racconto “Ogni sguardo è moltitudine” (“Questa libertà”, Rizzoli). La professoressa Agolzer, severa docente di scienze delle scuole medie di Pontebba, conduce un’interrogazione al posto, esigendo “oltre a una buona preparazione, anche un certo uso della logica e qualche attitudine linguistica”. Le domande vertono sulla definizione di “parassita”, definizione che nessuno, neanche Pierluigi, riesce a dare con la precisione tecnica ed etimologica richiesta. Dunque l’insegnante, ignara di aver di fronte a un ragazzino che già legge la “Chanson de Roland” e “Addio alle armi” di Hemingway, dopo aver fornito la risposta conclude: “Le scienze fanno questo: aprono, indagano, verificano e constatano, sia che si tratti di una parola sia che si tratti di stabilire qual è l’attrito di una sfera su un piano inclinato. Diversamente, facciamo poesia.”. Questo pregiudizio grossolano è il più diffuso ancora oggi ed è smentito, oltre che dalla conclusione del racconto, anche dal valore conoscitivo inestimabile del lavoro di Cappello. “Poiein” in greco significa “creare”, e l’azione prettamente umana dello stare “nella forma delle cose mentre le si osserva” abbraccia tutti i campi del sapere. Pierluigi nell’impresa letteraria di una vita ci ha parlato di società, di aggregati umani, di storia dei singoli e di intere nazioni, così come di empatia, di istinto, di dolore e di amore. Nelle sue riflessioni, “indifferenza espressiva” e “indifferenza sentimentale” emergono tra i pericoli maggiori che stiamo correndo oggi:


“Il giorno in cui l’uomo cesserà di comprendere per via di parola se stesso e il mondo, sarà ricondotto alla sua sostanza bruta di animale, padrone soltanto dei suoi grugniti che taglieranno il vuoto risonante del suo stesso silenzio. Sfilare la parola appropriata dal grugnito e, nel farlo, liberarsi dalla bestia, anzi no: raggiungere un ordine di consapevolezza dove la bestia è contemplata è un tentativo, forse il più nostro, che ci intaglia e ci distingue dal tumulto del nostro stesso sfondo brutale, tutti uniti, così, lungo un vettore diretto a forare la luce, la ragazzina che scrive il suo diario adolescente come lo scrittore davanti alla sua pagina.”

L’EREDITA’

Pierluigi Cappello è morto a cinquant’anni all’alba di domenica 1 ottobre 2017. Lessi la notizia della sua scomparsa scorrendo distrattamente un social network, grazie a una pagina gestita da persone a lui vicine. Seppi poi che combatteva un tumore alla vescica, che tra metastasi e infezioni lo aveva portato allo stremo delle forze. La medicina, mia materia di studio, mi nauseò per settimane, per quello che mi colpì come un tradimento, una dimostrazione d’inutilità. Eppure Pierluigi ha riportato, con la lucidità e la dignità che lo contraddistinguevano, i momenti terribili e le prese di coscienza elaborati nel labirinto ospedaliero: si possono leggere negli scritti pubblicati postumi dal suo editore, Rizzoli. La decisione di “abbandonarsi alla vita” compone il fulcro di Un prato in pendio, la raccolta omnia uscita un anno dopo la sua morte, a cui è stato dedicato l’evento di apertura dell’ultimo “Pordenonelegge”, il festival friulano animato dai tanti che gli volevano bene. Sempre nell’ottobre 2017, “Il Messaggero Veneto” pubblicò la notizia che Pierluigi era stato candidato al Nobel. Nessuno saprà mai se l’avrebbe vinto, in quanto non è possibile assegnare il premio ad autori scomparsi; vorrei tuttavia ricordare il comunicato ufficiale del PEN Club, una delle due istituzioni italiane che possono segnalare cittadini all’Accademia di Svezia, che in sua memoria recita:
“Pierluigi Cappello era prima di tutto un poeta ed ha imperturbabilmente – e potremmo dire eroicamente – affermato la primazia della poesia, affrontando col sorriso una vita difficile al punto da stroncare l’entusiasmo di chiunque ed insegnando a chi lo voleva ascoltare che la vita va riempita di contenuti. Nel mondo di oggi il suo messaggio poteva ben valergli il Nobel”.

Noi giovani abbiamo un gran bisogno di persone straordinarie come Pierluigi, che affiancava lectio magistralis e cittadinanze onorarie al gusto per la condivisione e all’umile lotta per la bellezza. Persone che tra un invito al Quirinale e una cerimonia all’Accademia dei Lincei tengono lezioni di poesia nelle scuole, sforzandosi di parlare anche ai più piccoli; persone che sono in grado di cambiare la vita di chi incontrano. Questo è il motivo per cui la prima pagina della mia copia di “Questa libertà” porta con onore il segno di un’“anima di grafite”: “Tricesimo, dicembre 2013. Per Maria Francesca, al principio di ogni sentiero. Con i migliori auguri”.

“Là dove c’è qualcosa da superare si realizza la vocazione dell’essere umano: messe le briglie allo spavento, forzare le porte della conoscenza. Minuscolo, appena un seme davanti all’ignoto, l’uomo non è che un cucciolo, la cui ansia di conoscere fruttifica da millenni. Allora la nudità pensosa di un bambino di spalle senza volto, quindi con tutti i volti possibili, chiamiamola pure futuro.”

Grazie, Pierluigi, per tutto il futuro che ci hai regalato.

***

Poesie
• Le nebbie (Campanotto, Udine 1994)
• La misura dell’erba (I. M.Gallino, Milano 1998)
• Il me Donzel (Boetti, Mondovì 1989)
• Amôrs (Campanotto, Udine 1999)
• Dentro Gerico (La Barca di Babele, Circolo Culturale di Meduno, Pn, 2002)
• Dittico (Liboà editore in Dogliani, Cn, 2004).
• Assetto di volo (Crocetti Editore, Milano 2006)
• Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, Milano 2010)
• Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano, luglio 2013)
• Stato di quiete, Poesie 2010-2016, BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2016.
• Un prato in pendio, Tutte le poesie 1992-2017, BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2018
Prose
• Il dio del mare (Lineadaria Editore, Biella 2008).
• Questa libertà (Rizzoli, Milano, settembre 2013)
• Ogni goccia balla il tango. Rime per Chiara e altri pulcini. Illustrazioni di Pia Valentinis, (Rizzoli, Milano, settembre 2014.)
• “Il dio del mare” (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2015), prefazione di Antonio Prete.

Leave a Reply

Up ↑

%d bloggers like this: