Nazim Hikmet. Le mie parole erano uomini

L’amore che ha cantato Hikmet è il sentimento nella sua forma più estrema e onnicomprensiva: l’amore per la vita. Le sue poesie di certo parlano d’amore, lo sussurrano in ogni verso, ci pervadono di una pienezza carnale, viva, palpitante, con il loro ritmo scandito riescono addirittura a farsi udire come il battito di un cuore: eppure sono il canto solitario di un uomo che ha amato ogni cosa del mondo con un abbandono totale e struggente; sono il suo grido di coraggio dalla cella di una prigione; sono idee appassionate espresse con una tenerezza in grado di abbracciare l’intera razza umana.

Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Recita così una delle sue poesie più celebri, consacrata dal regista Ferzan Özpetek con la magistrale interpretazione di Margherita Buy nel film Le fate ignoranti, che ha di certo contribuito a diffondere la fama del poeta turco nel nostro Paese.

La poesia di Nazim Hikmet è il canto melanconico di un uomo in esilio che per motivi politici fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita lontano dalla terra natale, la Turchia. Giovanissimo si avvicinò al pensiero comunista ed emigrò in Russia dove ebbe occasione di studiare sociologia e conoscere Lenin, Majakovskij e altri intellettuali della rivoluzione. In patria le sue poesie vennero bandite con l’accusa di incitare il popolo alla rivolta e, al suo ritorno, Hikmet si rivelò un personaggio scomodo per il regime. Nel 1938, in seguito alla diffusione di alcuni suoi romanzi e drammi teatrali, fu condannato a ventotto anni di carcere. La prigione sarà di ispirazione per le sue liriche più belle; dietro le sbarre comporrà infatti il poema epico Paesaggi umani della mia terra, considerato il suo capolavoro.

La poesia divenne per lui l’unico mezzo per ristabilire il legame perduto con la patria e la lingua d’origine; le parole si trasformarono così in armi, in strumenti necessari per sopravvivere all’angoscia della reclusione.

Nei componimenti spesso esprime l’amore appassionato del distacco e dell’attesa: «la primavera ti porta via da me, ti conduce altrove»; «ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia, è la mia nostalgia»; «m’allontano dalla città delle donne amate, porto la nostalgia di loro come ferita che non rimargina nella mia carne»; «sono cent’anni che non ho visto il suo viso/ che non ho passato il braccio/attorno alla sua vita». Le parole sembrano celare il retrogusto amaro delle lacrime.

Sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

Nel momento stesso in cui ti afferro.

Sono versi che si intessono attraverso l’assenza resa ancora più acuta dalla distanza insormontabile, posta come un ostacolo senza scampo, tra lui e la donna amata; la poesia allora diventa il tramite per mantenere un contatto saldo che smentisca l’amarezza della realtà presente: «l’assenza non è tempo né strada/l’assenza è un ponte tra noi/più sottile di un capello/più affilato di una spada» e con lo stesso impeto passionale Hikmet narra la gioia del ricongiungimento:

Nelle mie braccia tutta nuda

La città la sera e tu

Il tuo chiarore l’odore dei tuoi capelli

si riflettono sul tuo viso

(…)

Dove finisce la notte

dove comincia la città?

dove finisce la città dove cominci tu?

dove comincio e finisco io stesso?

In questa poesia è reso ancora più evidente il processo di trasfigurazione della donna nella città natale. In quasi tutti i componimenti le donne di Hikmet assumono le sembianze della patria lontana, portano negli occhi le stagioni di Istanbul, sono ammantate di nostalgia: «I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi/così sono d’autunno i castagneti di Bursa». L’immagine dell’amata sfuma nel ricordo, si confonde con i colori e le strade polverose di una città dove batte sempre il sole, diventa l’estremo punto di contatto tra l’autore esiliato e la sua terra madre. La donna riporta al poeta i suoni e gli odori della Turchia, come il conforto di un abbraccio materno.

Ciò che ci affascina maggiormente dei componimenti di Hikmet è la sua capacità di restituire con l’uso di parole semplici ed evocative il puro e straziante enigma dell’esistenza.

Attraverso le sue poesie, Nazim Hikmet ci ha consegnato se stesso: un uomo che ha sentito e vissuto con ogni fibra del suo corpo, che ha avuto brama di vita dalla cella buia di una prigione, che si è battuto per la sua patria offesa.

Semplicemente un uomo, come si descrive nella sua Autobiografia poetica: «anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza/posso dire di aver vissuto/da uomo/ e quanto vivrò ancora/ e quanto vedrò ancora/chi sa».

Il ritratto più esaustivo della sua esistenza è riassumibile nella prima strofa del componimento:

Sono nato nel 1902

non sono più tornato

nella città natale.

In soli tre versi è condensato un destino: una voce autentica, inscindibile dalla vita e quindi dalla componente autobiografica. Hikmet ha creato un linguaggio letterario moderno che non indulge in metafore e non mira all’irraggiungibile: è concreto, essenziale, come il parlato. In Italia lo si potrebbe comparare al verso libero ungarettiano, con la differenza che la poesia di Hikmet è sempre positiva. Aveva conosciuto la prigione, le torture, rischiato di essere assassinato due volte; eppure le sue parole, persino nei periodi più bui, risplendono di fratellanza e amore per gli uomini. 

Lui stesso definì il proprio lavoro come «colloquio con l’uomo». Nel suo intento la poesia era partecipazione a tutto ciò che accade nel mondo, una fede costante e incondizionata nella libertà, un canto inesauribile all’immensità del creato. Il testamento spirituale di Nazim Hikmet è contenuto nella lettera al figlio Mehmet, scritta dalla prigione nel tentativo di trasmettere al bambino, che forse non avrebbe mai più rivisto, i valori fondamentali della vita e l’invito a comportarsi da uomo tra gli uomini. È un messaggio toccante, profondo, capace di trasmettere tutto l’amore sconfinato di un padre verso un figlio e, allo stesso tempo, l’attaccamento vitale al mondo del quale non ci si può mai saziare.

Non ci si può saziare del mondo
Mehmet
non ci si può saziare.

(…)
Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.

Negli ultimi versi il poeta immagina di morire lontano dalla sua lingua, dalle sue canzoni, afflitto dalla nostalgia. Si tratta di una profezia amara, destinata ad avverarsi, purtroppo. Il 3 giugno 1963 Nazim Hikmet venne stroncato da una crisi cardiaca uscendo dalla porta di casa al numero 6 della via Pesciànaya a Mosca.

Quel cuore ribelle, che tanto aveva amato e tanto aveva sofferto, gli giocò infine lo scherzo fatale.  Lo stesso cuore che lui aveva definito «una mela rossa» nella poesia Angina Pectoris: non ho niente in mano da offrire al mio popolo, diceva «solo una mela rossa, il mio cuore». Era consapevole dei suoi problemi cardiaci, vedeva i giorni accorciarsi davanti a sé e portava con fierezza il peso del proprio cuore malato che ha consegnato a tutti noi sotto forma di poesia:

Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri che mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più lontana.

Le sue poesie, tradotte in tutto il mondo, furono vietate in turco fino agli anni settanta del novecento. Nel 2002, in occasione del centenario della sua nascita, il governo ha finalmente restituito la cittadinanza turca a Nazim Hikmet grazie a una petizione firmata da oltre mezzo milione di cittadini.

Alice Figini

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