Un poeta si distingue per la singolarità del propriosguardo. La poesia, proprio come la fotografia, è una questione di prospettiva; il tentativo artistico di donare al tempo l’immortalità. 

Le immagini scattate da Antonia Pozzi parlano con la stessa voce dei suoi versi; gli album fotografici da lei raccolti sono diari intimi, libri di memorie, nel quale è conservato un frammento dei suoi occhi puri, spalancati a cogliere con intensità ogni momento della vita. È lei la poetessa tragica del nostro Novecento, riscoperta postuma grazie alla pubblicazione dei suoi scritti che nel 1945 ottennero l’apprezzamento di Eugenio Montale e furono in seguito riediti nella rinomata collana «Specchio», l’edizione della Mondadori dedicata ai poeti più illustri.  

La figura di Antonia Pozzi è stata oggetto solo negli ultimi decenni di una clamorosa riabilitazione, che ha condotto ad analizzare più a fondo anche la sua abilità come fotografa. I tratti salienti della sua biografia sono noti e liberano la sua esistenza da ogni mistero: «Io sono tutta una magrezza acerba inguaiata in un colore avorio», così si descriveva giovanissima nella poesia Canto della mia nudità. Milanese, di famiglia altolocata, Antonia sembra soffrire come una prigioniera nell’ambiente colto e raffinato in cui vive. La sua intelligenza precoce rende buia la sua adolescenza. Inizia a scrivere i primi componimenti da studentessa, nel corso degli anni trascorsi al Liceo Classico Manzoni; anni segnati dall’innamoramento per il suo professore di latino, Antonio Maria Cervi. Il legame tra i due fu fortemente avversato dalla famiglia di lei, in particolare dall’ostilità del padre. 

Cervi è uno studioso di talento e Antonia è attratta dalle sue lezioni sull’etimologia, in cui lui descrive le parole come organismi dotati di vita propria. I due si vedranno di nascosto per una gita a Napoli, in seguito il professore verrà misteriosamentetrasferito a Roma – forse su sollecitazione dell’avvocato Pozzi. Quell’amore negato tuttavia segnerà nel profondo la vita di Antonia, che lo ricorderà in tutti i suoi versi. Le poesie dedicate a Cervi sono contrassegnate dalla dedica A. M. C. ed esprimono tutto l’ardore e l’impotenza di un sentimento tenace, ma non corrisposto: «Con la piena forza della carne e del cuore, fuggiremo; lungi da questo mondo che mi attira e respinge».

Proprio come le sue parole, le fotografie in bianco e nero comunicano tutta la malinconia, l’ardore e la fragilità di una giovane donna che si specchiava in ogni cosa del mondo e tuttavia disse addio alla vita nel fiore degli anni, forse per l’esasperazione del suo troppo sentire. Le fotografie della poetessa sono state raccolte in un libro Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima (Àncora editrice, 2007) in cui è possibile rintracciare le immense piane di Pasturo, le baite della Val d’Ayas, le strade alla periferia di Milano che hanno attorniato Antonia, divenendo ispirazione per le sue liriche di più intensa bellezza. Numerosi sono gli scatti dedicati alla natura, colta nel suo aspetto più tetro e crepuscolare, nel tentativo di rappresentare una specie di tensione verso l’infinito. Le cime delle montagne imbiancate di neve che «occupano come immense donne la sera» diventano l’allegoria femminile di un grembo materno, così come le acque del lago ritratte nel loro lento fluire paiono essere metafora della ricerca di sé tanto cara alla poetessa.

Antonia Pozzi possedeva una spiccata capacità di percepire il mondo esterno, lo concepiva come una foresta di simboli attraverso cui esprimere la propria tormentata condizione interiore. Di rado appaiono persone nelle sue fotografie; e quando accade si tratta di gente povera, di contadini, perlopiù bambini o vecchi. Antonia li ritrae in tutta la loro semplicità, senza posa, cogliendoli nel loro vivere quotidiano e sembra specchiarsi nei loro occhi che la guardano limpidi, disarmati mentre la osservano quieti, senza nutrire i pregiudizi o le ritrosie della società borghese in cui è nata. 

Un’immagine scattata a Camogli nel 1938 sembra fare riferimento, in particolare, a una certa condizione esistenziale, come si evince dal titolo scritto a margine dalla poetessa «Eternità del mare»: due uomini soli su una barca osservano smarriti l’immensità circostante. Il mare li accerchia con i suoi amari flutti, sembra non avere fine. Esprime una vertigine, un sentimento di infinito quell’immagine; guardandola sembra parlare quasi più eloquentemente di ogni poesia,risuonare ancora dei pensieri di Antonia nel momento in cui osservava quella barca preda delle onde. «Io vengo da mari lontani,» scriveva «io sono una nave sferzata dai flutti, dai venti, corrosa dal sole, macerata dagli uragani». Nelle sue fotografie appaiono rappresentate in tutta la loro estrema nitidezza le parole prigioniere «che battono furiosamente alla porta dell’anima». In una delle ultime lettere all’amico Dino Formaggio, compagno di escursioni tra le amate montagne, Antonia scrisse queste parole che oggi risuonano come un testamento: 

Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele. Conservale per mio ricordo, per ricordo del nostro incontro. (…)

Caro, caro Dino, che tu almeno possa foggiare la tua vita come io sognavo che divenisse la mia: tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù.

Nelle immagini, come nelle poesie, Antonia cercava di dare voce alla propria ribellione, all’abisso infinito della sua anima che talvolta sembrava inghiottirla con l’impeto di una marea nera. Era dotata di una sensibilità esasperata, tragica, espressa da lei stessa nella poesia Sgorgo: «per troppa vita che ho nel sangue tremo nel vuoto inverno». In molti componimenti la sua volontà d’espressione sembra sconfinare nell’annullamento, in un lento dissolversi nella vastità della natura: «io sono un fiore diaccio/straniato/e l’aria che mi cinge/è vuota». 

Antonia cresce, studia Filologia all’Università Statale di Milano dove si laurea con una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. Terminati gli studi ottiene l’incarico come insegnante presso l’istituto Schiaparelli; ma persiste sempre in lei qualcosa di irrisolto, una forma di tragicità interiore che non riesce a trovare quiete.   

La parola «morte» ritorna di frequente nei suoi versi, alla maniera di una macabra compagna, lasciando presagire l’epilogo della sua vita quel 2 dicembre 1938 nei dintorni dell’abbazia di Chiaravalle, quando si abbandonò sulla neve bianca dopo aver ingoiato delle pastiglie. La ritrovarono ancora viva, ma fu impossibile salvarla.

Ci sono vite che vengono ricordate per la loro tragica fine, e l’esistenza di Antonia Pozzi è segnata irrimediabilmente dalla sua scomparsa prematura. Il suo suicidio, a soli ventisei anni, si pone ancora oggi con tutta la tragicità di una domanda senza risposta. Tuttavia il suo vivere non è stato un preludio alla morte, piuttosto un accorato canto «non debbo scordare che il cielo fu in me»; ha vissuto con l’amore appassionato di chi ha sentito dentro di sé ogni bellezza del mondo, concepito in tutta la sua compiutezza l’immortalità di un istante, e infine se n’è andato, consumato dall’ardore della propria fiamma indomita. 

 

E poi, se accadrà che io me ne vada 

resterà qualchecosa di me nel mio mondo

resterà un’esile scia di silenzio in mezzo alle voci

un tenue fiato bianco in cuore all’azzurro. 

 

L’eternità di un’anima è racchiusa nei suoi versi e nelle sue fotografie, che sembrano donare nuovo respiro a chi vi si accosta.

La versione integrale della sua opera è di nascita recente, dopo essere stata a lungo tutelata dalla censura paterna, che depennò impietosamente i componimenti amorosi. Le parole autentiche della poetessa sono sopravvissute alle cancellature, alle storpiature e alle riscritture del padre che a lungo si batté per consegnare ai posteri una visione diversa della figlia, un’immagine purificata della sua Antonia, morta ufficialmente di polmonite. Attraverso le parole e le immagini – che ci restituiscono i suoi occhi e la profondità del suo sentire – Antonia Pozzi ci ha consegnato il cielo limpido, azzurro, sconfinato di una vita interiore ricca, piena di spirito, libera da qualsiasi schiavitù o costrizione terrena.

Alice Figini