“Non devo scordare che il cielo fu in me”, Antonia Pozzi

Un poeta si distingue per la singolarità del propriosguardo. La poesia, proprio come la fotografia, è una questione di prospettiva; il tentativo artistico di donare al tempo l’immortalità. 

Le immagini scattate da Antonia Pozzi parlano con la stessa voce dei suoi versi; gli album fotografici da lei raccolti sono diari intimi, libri di memorie, nel quale è conservato un frammento dei suoi occhi puri, spalancati a cogliere con intensità ogni momento della vita. È lei la poetessa tragica del nostro Novecento, riscoperta postuma grazie alla pubblicazione dei suoi scritti che nel 1945 ottennero l’apprezzamento di Eugenio Montale e furono in seguito riediti nella rinomata collana «Specchio», l’edizione della Mondadori dedicata ai poeti più illustri.  

La figura di Antonia Pozzi è stata oggetto solo negli ultimi decenni di una clamorosa riabilitazione, che ha condotto ad analizzare più a fondo anche la sua abilità come fotografa. I tratti salienti della sua biografia sono noti e liberano la sua esistenza da ogni mistero: «Io sono tutta una magrezza acerba inguaiata in un colore avorio», così si descriveva giovanissima nella poesia Canto della mia nudità. Milanese, di famiglia altolocata, Antonia sembra soffrire come una prigioniera nell’ambiente colto e raffinato in cui vive. La sua intelligenza precoce rende buia la sua adolescenza. Inizia a scrivere i primi componimenti da studentessa, nel corso degli anni trascorsi al Liceo Classico Manzoni; anni segnati dall’innamoramento per il suo professore di latino, Antonio Maria Cervi. Il legame tra i due fu fortemente avversato dalla famiglia di lei, in particolare dall’ostilità del padre. 

Cervi è uno studioso di talento e Antonia è attratta dalle sue lezioni sull’etimologia, in cui lui descrive le parole come organismi dotati di vita propria. I due si vedranno di nascosto per una gita a Napoli, in seguito il professore verrà misteriosamentetrasferito a Roma – forse su sollecitazione dell’avvocato Pozzi. Quell’amore negato tuttavia segnerà nel profondo la vita di Antonia, che lo ricorderà in tutti i suoi versi. Le poesie dedicate a Cervi sono contrassegnate dalla dedica A. M. C. ed esprimono tutto l’ardore e l’impotenza di un sentimento tenace, ma non corrisposto: «Con la piena forza della carne e del cuore, fuggiremo; lungi da questo mondo che mi attira e respinge».

Proprio come le sue parole, le fotografie in bianco e nero comunicano tutta la malinconia, l’ardore e la fragilità di una giovane donna che si specchiava in ogni cosa del mondo e tuttavia disse addio alla vita nel fiore degli anni, forse per l’esasperazione del suo troppo sentire. Le fotografie della poetessa sono state raccolte in un libro Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima (Àncora editrice, 2007) in cui è possibile rintracciare le immense piane di Pasturo, le baite della Val d’Ayas, le strade alla periferia di Milano che hanno attorniato Antonia, divenendo ispirazione per le sue liriche di più intensa bellezza. Numerosi sono gli scatti dedicati alla natura, colta nel suo aspetto più tetro e crepuscolare, nel tentativo di rappresentare una specie di tensione verso l’infinito. Le cime delle montagne imbiancate di neve che «occupano come immense donne la sera» diventano l’allegoria femminile di un grembo materno, così come le acque del lago ritratte nel loro lento fluire paiono essere metafora della ricerca di sé tanto cara alla poetessa.

Antonia Pozzi possedeva una spiccata capacità di percepire il mondo esterno, lo concepiva come una foresta di simboli attraverso cui esprimere la propria tormentata condizione interiore. Di rado appaiono persone nelle sue fotografie; e quando accade si tratta di gente povera, di contadini, perlopiù bambini o vecchi. Antonia li ritrae in tutta la loro semplicità, senza posa, cogliendoli nel loro vivere quotidiano e sembra specchiarsi nei loro occhi che la guardano limpidi, disarmati mentre la osservano quieti, senza nutrire i pregiudizi o le ritrosie della società borghese in cui è nata. 

Un’immagine scattata a Camogli nel 1938 sembra fare riferimento, in particolare, a una certa condizione esistenziale, come si evince dal titolo scritto a margine dalla poetessa «Eternità del mare»: due uomini soli su una barca osservano smarriti l’immensità circostante. Il mare li accerchia con i suoi amari flutti, sembra non avere fine. Esprime una vertigine, un sentimento di infinito quell’immagine; guardandola sembra parlare quasi più eloquentemente di ogni poesia,risuonare ancora dei pensieri di Antonia nel momento in cui osservava quella barca preda delle onde. «Io vengo da mari lontani,» scriveva «io sono una nave sferzata dai flutti, dai venti, corrosa dal sole, macerata dagli uragani». Nelle sue fotografie appaiono rappresentate in tutta la loro estrema nitidezza le parole prigioniere «che battono furiosamente alla porta dell’anima». In una delle ultime lettere all’amico Dino Formaggio, compagno di escursioni tra le amate montagne, Antonia scrisse queste parole che oggi risuonano come un testamento: 

Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele. Conservale per mio ricordo, per ricordo del nostro incontro. (…)

Caro, caro Dino, che tu almeno possa foggiare la tua vita come io sognavo che divenisse la mia: tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù.

Nelle immagini, come nelle poesie, Antonia cercava di dare voce alla propria ribellione, all’abisso infinito della sua anima che talvolta sembrava inghiottirla con l’impeto di una marea nera. Era dotata di una sensibilità esasperata, tragica, espressa da lei stessa nella poesia Sgorgo: «per troppa vita che ho nel sangue tremo nel vuoto inverno». In molti componimenti la sua volontà d’espressione sembra sconfinare nell’annullamento, in un lento dissolversi nella vastità della natura: «io sono un fiore diaccio/straniato/e l’aria che mi cinge/è vuota». 

Antonia cresce, studia Filologia all’Università Statale di Milano dove si laurea con una tesi sulla formazione letteraria di Flaubert. Terminati gli studi ottiene l’incarico come insegnante presso l’istituto Schiaparelli; ma persiste sempre in lei qualcosa di irrisolto, una forma di tragicità interiore che non riesce a trovare quiete.   

La parola «morte» ritorna di frequente nei suoi versi, alla maniera di una macabra compagna, lasciando presagire l’epilogo della sua vita quel 2 dicembre 1938 nei dintorni dell’abbazia di Chiaravalle, quando si abbandonò sulla neve bianca dopo aver ingoiato delle pastiglie. La ritrovarono ancora viva, ma fu impossibile salvarla. Continue reading ““Non devo scordare che il cielo fu in me”, Antonia Pozzi”

Senza vergogna non c’è letteratura

Scrivendo Annie Ernaux compie un gesto etico: «L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla» afferma, riversando di proposito sui lettori una scarica di empatia. Svelando segreti, pronunciando l’innominabile, riesce ad abbattere una barriera, inaugurando una nuova forma di autobiografia non più individuale, ma sociologica.
Si tratta di una forma peculiare di letteratura di introspezione, che trae origine da una ferita. Appare evidente in questo senso il legame con Paul Auster, a cui Ernaux è senz’altro debitrice, citato in esergo «Il linguaggio non è la verità. È il nostro modo di esistere nel mondo». Allo stesso modo l’autrice francese concepisce il proprio discorso letterario, nella prospettiva postmoderna della relazione tra linguaggio e realtà.
Non conta più la narrazione di una storia, piuttosto l’analisi di un sentimento, di uno specifico stato d’animo; una certa percezione della vita e del mondo che circonda l’essere umano. È con questa consapevolezza che ci si deve accostare alla scrittura di Annie Ernaux: spesso è impietosa, trafigge come un coltello, tuttavia ha l’innata capacità di purificare lo sguardo e ampliare il pensiero di chi legge. Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore dell’opera dell’autrice francese in Italia, ha affermato: «Tradurre Annie Ernaux mi rende una persona migliore», ebbene, in qualità di lettori, non si può far altro che dargli ragione.
La vergogna è un tema ricorrente nelle opere di Annie Ernaux. Se ne trova la più compiuta rappresentazione nel romanzo La Honte, pubblicato da Gallimard nel febbraio 1997 e apparso per la prima volta in Italia nel 1999, edito da Rizzoli, con una traduzione di Orietta Orel. Il libro è recentemente tornato sugli scaffali delle nostre librerie in una nuova traduzione di Lorenzo Flabbi con un titolo più aderente e incisivo: La vergogna.
In una copertina rosso scuro corredata dalle note sagome che accompagnano tutti i libri dell’autrice pubblicati da L’Orma editore, La vergogna sembra aggiungere il tassello mancante all’autobiografia letteraria di Annie Ernaux che i lettori italiani hanno scoperto soltanto in tempi recenti. Vent’anni dopo la prima pubblicazione, il libro conserva tutta la sua freschezza, e soprattutto l’immediatezza della narrazione.
Schietto, crudo, senza fronzoli, estremamente vero fin da quella primissima frase; un incipit diretto, drammatico, sconcertante: «Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio».
È il racconto di un trauma, rivelato come un segreto, che Annie Ernaux afferma di aver confessato solo «a pochi uomini nella sua vita»; e viene ora, attraverso l’artificio della scrittura, reso pubblico.
L’autrice resuscita la bambina che è stata, facendo rivivere i suoi sentimenti, mostrando la progressiva corruzione della sua innocenza. Inizia così una ricerca tra gli archivi e le memorie dell’epoca nel tentativo di far rivivere i luoghi e le atmosfere di quell’anno capitale della sua esistenza, il 1952, che segna per lei uno spartiacque, l’ultima data certa della sua infanzia.
Per la prima volta Ernaux si definisce «etnologa di sé stessa» e rivela, in costante dialogo con il lettore, la ferita alla base della sua scrittura: «La mia convinzione che fosse proprio quell’episodio che mi spingeva a scrivere, che sia proprio esso alla base dei miei libri». La narrazione è infatti intermezzata da continui riferimenti metatestuali, come se la messa per iscritto conferisse un’identità altra al testo, lo riversasse sugli altri rendendo così quanto accaduto meno personale.

Scrivo questa scena per la prima volta. Finora mi era sembrato impossibile farlo, persino nel mio diario. Quasi che un’azione proibita dovesse comportare una punizione. (…)
Forse il racconto, qualunque racconto rende più normale qualsiasi evento, incluso il più drammatico.

In poco più di cento pagine, Ernaux riesce a descrivere il complicato passaggio dall’essere bambina al diventare adolescente: il cambiamento dei pensieri, la presa di consapevolezza, lo sguardo critico sulla realtà che la circonda. Su tutto aleggia il sentimento impalpabile e umiliante della vergogna che inizia a pervaderla con un senso invadente di inadeguatezza che si attacca alle cose, agli oggetti, ai suoi familiari, con una presa sempre più opprimente.
Chi ricorda l’infanzia come una stagione felice, forse l’ha dimenticata; questo sembra volerci dire la scrittrice francese offrendoci, come di consueto, un memoriale basato unicamente sui fatti, su dati incontestabili, che parlano in tutta la loro veridicità. È una narrazione frammentata, da cui sembra essere abolito il concetto di trama come è propriamente intesa a favore di una costruzione più sperimentale. Ma in conclusione l’autrice ritorna sulla scena di apertura, chiudendo un circolo, o meglio sottolineando i modi in cui la vergogna è entrata nella sua vita, come un marchio indelebile.

Quella scena, rappresa da tanti anni, voglio riuscire a smuoverla, a privarla della sacralità iconica che ha assunto dentro di me.

Ricostruendo la vita quotidiana nel paesino di Yvetot, Ernaux intende esprimere la sua critica a un mondo popolare basato sull’apparenza e la finzione. Il paese normanno rappresenta l’emblema della cittadina di provincia, chiusa nel circolo ristretto delle abitudini e dei riti, dove «tutti sorvegliavano tutti», in cui «le vicende e i gesti degli altri venivano classificati durante le conversazioni», e su tutto pare aleggiare l’ossessione ripetuta: «cosa penseranno di noi?».
Ernaux decostruisce la bambina che è stata e permette così a un intero mondo di rivivere: «Nel ’52 non riesco a pensarmi fuori da Yvetot, dalle sue strade, dai suoi negozi, dai suoi abitanti, per i quali io sono Annie D. Non esiste per me nessun altro mondo». Yvetot è il luogo dell’infanzia, la terra natale senza nome, e diventa per un poco anche la patria originaria di tutti noi.
La crescita della piccola Annie D. viene mostrata attraverso il progressivo allontanamento da quell’universo basato su leggi ferree. La separazione tra Annie e il suo mondo avviene attraverso la parola che diventa veicolo di pensiero: i termini del dialetto normanno sono causa di vergogna, di abbassamento sociale. Nell’uso del linguaggio si esemplifica una scelta di vita, quella di voler fuggire a ogni costo dalla propria classe sociale d’origine. Addirittura si modifica la scrittura; all’analisi linguistica è infatti riservato uno dei paragrafi centrali del romanzo: «Nel ’52 scrivo in “buon francese”, ma probabilmente dico “di dov’è che vieni” e “mi sciacquo” per “mi lavo”, come i miei genitori, perché abbiamo lo stesso mondo di riferimento».
Il lessico costituisce l’autoaffermazione della piccola Ernaux, che tuttavia sarà sempre debitrice alla lingua popolare per aver conferito alla sua scrittura una forma di materialità diventata ormai marchio autoriale: «Credo di cercare sempre di scrivere in quella lingua materiale di allora, e non con delle parole e una sintassi che non sento venirmi alle labbra».
Tuttavia è l’evento iniziale a costituire la vera chiave di lettura del romanzo, perché in quanto accaduto è racchiuso lo squarcio, lo scollamento tra due modi di vivere che viene via via enfatizzato con il procedere della narrazione.

Mi sembra che tutto quel che è seguito durante l’estate fosse la conferma della nostra indegnità: «soltanto noi eravamo così».

Lo sguardo che filtra il ricordo è quello di Annie adulta, ed è uno sguardo disvelatore, crudo, che sembra grattare la superficie delle cose per svelarne la profondità. Interessante l’osservazione sull’uso della «buona educazione», intesa come barriera artificiale per proteggersi dal mondo esterno, che tuttavia sembra perdere ogni significato nella vita familiare e privata.

Barriera di protezione nel mondo esterno, la buona educazione era inutile fra marito e moglie, tra genitori e figli, percepita anzi come una forma di ipocrisia e meschinità. Battibecchi, recriminazioni e sfuriate costituivano invece la normalità.

Io credo sia questo il compito della scrittura: grattare la superficie, mostrare la profondità delle cose. La vita è più profonda nei libri, forse perché le pagine sono luoghi unici, immateriali, in cui si presta attenzione ai pensieri, ai gesti, senza lasciarsi distrarre dal complicato, cangiante circostante.
«Scrivere la vergogna», sottolinea la studiosa Barbara Havercroft, «significa trovare le parole giuste per nominare l’innominabile, testimoniare le umiliazioni subite nel tentativo di trasformare le esperienze dolorose e renderle comunicabili».
In una recente intervista per Repubblica l’autrice francese ha enunciato il proprio personale comandamento: «Senza vergogna non c’è letteratura».
Trovare le parole per nominare l’indicibile e riuscire così a dargli un senso, è questo lo scopo della scrittura.


Alice Figini

Nazim Hikmet. Le mie parole erano uomini

L’amore che ha cantato Hikmet è il sentimento nella sua forma più estrema e onnicomprensiva: l’amore per la vita. Le sue poesie di certo parlano d’amore, lo sussurrano in ogni verso, ci pervadono di una pienezza carnale, viva, palpitante, con il loro ritmo scandito riescono addirittura a farsi udire come il battito di un cuore: eppure sono il canto solitario di un uomo che ha amato ogni cosa del mondo con un abbandono totale e struggente; sono il suo grido di coraggio dalla cella di una prigione; sono idee appassionate espresse con una tenerezza in grado di abbracciare l’intera razza umana.

Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Recita così una delle sue poesie più celebri, consacrata dal regista Ferzan Özpetek con la magistrale interpretazione di Margherita Buy nel film Le fate ignoranti, che ha di certo contribuito a diffondere la fama del poeta turco nel nostro Paese.

La poesia di Nazim Hikmet è il canto melanconico di un uomo in esilio che per motivi politici fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita lontano dalla terra natale, la Turchia. Giovanissimo si avvicinò al pensiero comunista ed emigrò in Russia dove ebbe occasione di studiare sociologia e conoscere Lenin, Majakovskij e altri intellettuali della rivoluzione. In patria le sue poesie vennero bandite con l’accusa di incitare il popolo alla rivolta e, al suo ritorno, Hikmet si rivelò un personaggio scomodo per il regime. Nel 1938, in seguito alla diffusione di alcuni suoi romanzi e drammi teatrali, fu condannato a ventotto anni di carcere. La prigione sarà di ispirazione per le sue liriche più belle; dietro le sbarre comporrà infatti il poema epico Paesaggi umani della mia terra, considerato il suo capolavoro.

La poesia divenne per lui l’unico mezzo per ristabilire il legame perduto con la patria e la lingua d’origine; le parole si trasformarono così in armi, in strumenti necessari per sopravvivere all’angoscia della reclusione.

Nei componimenti spesso esprime l’amore appassionato del distacco e dell’attesa: «la primavera ti porta via da me, ti conduce altrove»; «ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia, è la mia nostalgia»; «m’allontano dalla città delle donne amate, porto la nostalgia di loro come ferita che non rimargina nella mia carne»; «sono cent’anni che non ho visto il suo viso/ che non ho passato il braccio/attorno alla sua vita». Le parole sembrano celare il retrogusto amaro delle lacrime.

Sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

Nel momento stesso in cui ti afferro.

Sono versi che si intessono attraverso l’assenza resa ancora più acuta dalla distanza insormontabile, posta come un ostacolo senza scampo, tra lui e la donna amata; la poesia allora diventa il tramite per mantenere un contatto saldo che smentisca l’amarezza della realtà presente: «l’assenza non è tempo né strada/l’assenza è un ponte tra noi/più sottile di un capello/più affilato di una spada» e con lo stesso impeto passionale Hikmet narra la gioia del ricongiungimento:

Nelle mie braccia tutta nuda

La città la sera e tu

Il tuo chiarore l’odore dei tuoi capelli

si riflettono sul tuo viso

(…)

Dove finisce la notte

dove comincia la città?

dove finisce la città dove cominci tu?

dove comincio e finisco io stesso?

In questa poesia è reso ancora più evidente il processo di trasfigurazione della donna nella città natale. In quasi tutti i componimenti le donne di Hikmet assumono le sembianze della patria lontana, portano negli occhi le stagioni di Istanbul, sono ammantate di nostalgia: «I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi/così sono d’autunno i castagneti di Bursa». L’immagine dell’amata sfuma nel ricordo, si confonde con i colori e le strade polverose di una città dove batte sempre il sole, diventa l’estremo punto di contatto tra l’autore esiliato e la sua terra madre. La donna riporta al poeta i suoni e gli odori della Turchia, come il conforto di un abbraccio materno.

Ciò che ci affascina maggiormente dei componimenti di Hikmet è la sua capacità di restituire con l’uso di parole semplici ed evocative il puro e straziante enigma dell’esistenza.

Attraverso le sue poesie, Nazim Hikmet ci ha consegnato se stesso: un uomo che ha sentito e vissuto con ogni fibra del suo corpo, che ha avuto brama di vita dalla cella buia di una prigione, che si è battuto per la sua patria offesa.

Semplicemente un uomo, come si descrive nella sua Autobiografia poetica: «anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza/posso dire di aver vissuto/da uomo/ e quanto vivrò ancora/ e quanto vedrò ancora/chi sa».

Il ritratto più esaustivo della sua esistenza è riassumibile nella prima strofa del componimento:

Sono nato nel 1902

non sono più tornato

nella città natale.

In soli tre versi è condensato un destino: una voce autentica, inscindibile dalla vita e quindi dalla componente autobiografica. Hikmet ha creato un linguaggio letterario moderno che non indulge in metafore e non mira all’irraggiungibile: è concreto, essenziale, come il parlato. In Italia lo si potrebbe comparare al verso libero ungarettiano, con la differenza che la poesia di Hikmet è sempre positiva. Aveva conosciuto la prigione, le torture, rischiato di essere assassinato due volte; eppure le sue parole, persino nei periodi più bui, risplendono di fratellanza e amore per gli uomini. 

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Vi racconto Pierluigi Cappello

di Maria Francesca Di Feo

Conobbi Pierluigi Cappello durante la quarta liceo, quando mi interessavo di poesia da alcuni anni: per il mio diciassettesimo compleanno un amico friulano mi regalò la silloge Mandate a dire all’imperatore, vincitrice del premio Viareggio-Repaci (2010). Mi stupì e commosse. Considerata da molti l’apice del suo percorso letterario, la raccolta mostra il cuore della poesia di Cappello, risonante saggezza disarmata e spoglia. La realtà fermata dai suoi versi rende il lettore parte di una comunità silenziosa, in cui ogni parola si configura come misurato incastro e faticosa conquista. Divorai quel libro più e più volte, fino a tenerlo sempre nello zaino o in borsa, al punto che è tuttora tra i miei più consumati. Trovai il coraggio di scrivere direttamente a Pierluigi qualche mese dopo, nel maggio del 2013. Fu quel mio stesso amico, che collaborava con un giornale locale, a fornirmi l’indirizzo di posta elettronica. Impiegai ore e ore a scrivere quella breve presentazione di me stessa, unita a un sentito e ossequioso ringraziamento per la sua opera: mi ero ormai convinta di scrivere a un gigante, a una delle persone più importanti nei miei neanche diciott’anni. Decisi anche di allegargli qualche mia poesia: già che c’ero, pensai, non avevo nulla da perdere. Pierluigi mi rispose in neanche due giorni, con una mail bellissima che iniziava così:

“Gentile Maria Francesca,

il suo entusiasmo merita una risposta. Sono felice che i miei versi possano parlarle e accompagnarla durante le sue giornate. Sono anche dell’idea che il merito non appartenga del tutto a me ma vada diviso equamente. Diciamo che un po’ del merito è mio e un poco è suo, perché ogni volta che lei legge un mio verso, lo fa rivivere con la sua sensibilità, con le sue esperienze di lettura fin qui accumulate, e con la percezione che lei stessa ha dell’esistenza e del mondo. Diciamo ancora che se i miei versi nascono da me, rinascono ogni volta in chi li legge e mi fa piacere che lei li abbia fatti nascere una volta di più.

Mi sento lieve quando ricevo mail come la sua, mi sento come se fossi riuscito ad assolvere un compito, come se il senso dello scrivere poesia in questa società di ferro mi venisse restituito con calore e in un colpo solo. Grazie.”

Concludeva annunciandomi che avrei potuto scrivergli, nonostante la valanga di posta che riceveva, e che avrebbe letto le mie poesie appena terminato un libro per Rizzoli (“Questa libertà”, edito nel settembre 2013) e dopo aver assolto agli impegni da giurato al Viareggio. Ci scambiammo alcuni altri messaggi per iniziare a conoscerci, fino a che nel periodo natalizio mi invitò a fargli visita a Tricesimo (in provincia di Udine).

PIERLUIGI ABITAVA…

Era una fredda mattina di fine dicembre; il 28, per la precisione. Pierluigi abitava in una piccola casa di legno, un prefabbricato costruito coi fondi dell’Unione Europea per la regione Friuli dopo il terremoto del ’76. Dal centro del paese vi si arrivava dopo un tratto di strada in salita, accanto al quale sorgevano poche altre case e una struttura residenziale per anziani. Era un posto incredibilmente tranquillo, dove si respirava l’aria dei colli in prossimità delle Alpi e della non distante frontiera. Della casa di Pierluigi mi catturò subito la scrivania ricolma di carte, e la libreria che sembrava abbracciare l’intera stanza d’ingresso, la quale fungeva anche da studio e da salotto. Non ricordo le parole precise con cui mi accolse, ma solo il suo sorriso discreto e luminoso, che immediatamente balenò e che ritornava ogni qualvolta la conversazione lo divertisse.

Parlammo subito delle mie poesie: stavano sopra una pila di opuscoli, stampate e arricchite di annotazioni tracciate con grafia sottile. Senza troppi preamboli, Pierluigi iniziò a leggerne alcuni versi e a indicare gli elementi che reputava ridondanti. Via email mi aveva anticipato di aver trovato “spunti originali e una grande passione per la scrittura”, con qualche “ingenuità normale per chi si è affacciato da poco al mondo misterioso della poesia”. Lo ascoltai impaurita padroneggiare quei miei versi esitanti, osservandolo a volte annuire, altre volte fermarsi con espressione seria a comunicarmi: “questo non se lo può permettere”. Fu una frase che mi colpì molto. Non negava il mio impegno, non metteva in discussione ciò che avevo elaborato: la sua era una constatazione che riguardava qualcosa di più ampio, un’armonia generale. A me non rimaneva che ascoltare e capire. Spesso si trattava di aggettivi, o di fraseggi troppo articolati che andavano a spezzare il ritmo del componimento. Era gentile, severo, incoraggiante. Mi diede inoltre alcuni consigli: non pubblicare con case editrici di poco conto, ma piuttosto aspettare, migliorarsi, esercitarsi strenuamente. Si vedeva, disse, che amavo la letteratura fin da bambina. Tante volte in seguito mi chiesi se davvero trovasse qualcosa di buono nella mia poesia, e perché decise di dedicare quel suo tempo a me. Come spesso accade, credo che la risposta non sia tanto nel cercare una spiegazione per il privilegio che mi è stato concesso, quanto nel far fruttare ciò che ho imparato. Se ogni sua frase può considerarsi esempio concreto di buona scrittura, in Questa libertà Pierluigi affronta direttamente l’argomento dei testi dei dilettanti, nei quali “lo sguardo rovescia la poesia nel suo contrario, diventa il luogo dove tutto è già stato visto, anche ciò che è ancora da vedere. Il risultato è un’innocenza che rimane al di qua dell’innocenza.”. Cerco sempre di tenere a mente questi ammonimenti, così come porto in me un’altra espressione, posta a calce di un excursus storico che apre Il dio del mare: “Scrivere versi è preparare con ostinazione e con cura il proprio fallimento, portarne tutto il peso, non un milligrammo in meno”

I CONSIGLI LETTERARI DI PIERLUIGI CAPPELLO

Nel nostro incontro parlammo anche di poesia vernacolare, dei suoi corregionali Ida Vallerugo e Gianmario Villalta, di Derek Walcott e Wislawa Szymborska (tra i tanti che in seguito conobbi meglio grazie a lui), e ancora di classici come Caproni, Sereni, Ungaretti e del suo amato Melville. Mi mostrò alcune riviste che gli recapitavano, e i lavori di cui si stava occupando in quel momento. Parlammo della sua e della mia famiglia, e volle sapere dei miei studi fino a quel momento, e dei miei progetti per l’ingresso all’università. Il discorso si spostò poi sulla scienza, su alcuni rudimenti di fisica e sui modellini di aerei che il poeta custodiva, per la meticolosa e ostinata passione che lo animava dalla più tenera età. Letteratura e aviazione avevano infatti guidato il suo affacciarsi nel mondo.

L’INCIDENTE

Pierluigi era nato a Chiusaforte, un paese accerchiato dai monti lungo l’aspra valle del Canal del Ferro, ultima roccaforte del Nord-Est prima dell’Austria, e luogo di passaggio per le truppe nella Prima Guerra Mondiale. Il Friuli dei suoi genitori era un Friuli secolare, che negli anni Settanta non aveva ancora conosciuto il boom industriale, e che gli aveva permesso di crescere in una realtà fatta da confini tangibili: “il silenzio di quando nevica”; “il cuore di resina degli abeti”; “le pietre rotte dall’inverno”; “la maniera di essere piccoli al mondo senza paura” dello zio artigliere “uno e ottantotto alla visita di leva”; la zia Angelina che camminava accanto a lui con passettini corti, lungo la statale, e poi ancora tutti gli abitanti del paese, descritti nella lirica Parole povere e presenti in gran parte dei suoi scritti. Il terremoto distrusse l’equilibrio di quell’ecosistema, accompagnando Pierluigi bambino verso “la libertà dei terremotati/ lo zenit dei prefabbricati”, e al contempo verso la città, il progresso, le istituzioni e la cultura di massa. Aveva iniziato a frequentare il collegio e la classe di aeronautica dell’istituto tecnico, quando su di lui si abbatté, a sedici anni, la tragedia dell’incidente in moto.

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Invito alle odorose vie del cuore di Rocco Scotellaro

In occasione della serata di letture dedicata a Rocco Scotellaro, pubblichiamo un saggio scritto da Mara Sabia sul poeta di Tricarico.

Rocco Scotellaro. Uno dei miei poeti maestri. Riconosco nella sua una delle maggiori voci poetiche del Novecento italiano: una voce forte, ruvida e gentile che molto mi ha insegnato. Della poesia e della vita.
Conobbi la poesia scotellariana più o meno all’età in cui egli scrisse Uno si distrae al bivio. Non che prima non lo avessi letto, ma lo sentii davvero come si sente un poeta solo a quella età. E notai che quanto abitualmente si tende a far emergere dalla sua produzione letteraria, oltre che dalla sua breve vita, sono i temi quali l’impegno politico, “i contadini del Sud”, la ricerca del rimedio alla fame per la sua terra orfana di Cristo, come nella definizione dell’amico Levi. Eppure, a ben guardare tra i versi scotellariani, si scorgono motivi apparentemente lontani dai citati e, forse, meno noti. Fu così che io scoprii un poeta altro; un altro Rocco Scotellaro, che poco aveva a che fare con la Questione Meridionale, la politica, il martirio del carcere, la perduta schiavitù-libertà contadina, con Levi – e il levismo – che tanto diede, e tanto tolse, a Scotellaro e alla sua fama, così come alla Lucania stessa. Scoprii lo Scotellaro altro e lo studiai. Scoprii e studiai l’uomo, umano troppo umano, spesso impulsivo, giocoso; scoprii l’uomo che amava le donne, ma anche i Classici e i Romantici. Altro che schiavitù contadina. Facile salì, allora, alla mente il confronto tra Rocco Scotellaro e Pablo Neruda: lo stesso intenso fervore impegnato aleggia nei versi di entrambi, le stesse accese note di passione, ma anche lo stesso adorante ritorno alla bellezza, allo sconfinato mistero dell’universo femminile, simbolo del quale diventa il volto bianco di città di una straniera o quello delle donne lucane che “portano la toppa dei capelli neri sulla nuca” . Di Neruda, Giuseppe Bellini ha scritto:

Ha rivendicato le vie del cuore, senza ripudiare la sua funzione di poeta civile, soprattutto in qualità di uomo impegnato col proprio tempo, sinceramente solidale con il prossimo, coinvolto fino alle radici nella sua situazione drammatica .

Sottoscriverei lo stesso pensiero anche a proposito del poeta di Tricarico, benché diverse le origini e le situazioni. Ed è, dunque, brevemente, che per le scotellariane vie del cuore vorrei invitarvi. In una lettura evocativa, scevra da alcuna annotazione critica, tra i ritratti di quelle donne paesane, figlie della miseria nera, fanciulle “dai seni sterpigni” o figlie “della quercia e della macchia” o, ancora, delle signorine di città. Tutte, tutte con la parola di Rocco Scotellaro, diventano creature dagli “odori di tutti i giardini” . Nei giardini germogliano fiori odorosi e le donne vi dimorano come querce possenti ed evocano i profumi selvaggi del bosco, e segreti aromi campestri. Nella splendida poesia Reseda, odore perso e ritrovato Scotellaro scrive:

Avevi tutti gli odori dei giardini
seppelliti nei fossi attorno le case;
tu sei, réseda selvaggia, che mi nutri
l’amore che cerco, che mi fai sperare.

Poi aggiunge:

(…)
io ti guardo e mi bevo il tuo sorriso,
amica del caso, scoperta del cuore
che deve colmare la sua sera.

La donna-reseda è scoperta che colma la sera del cuore del poeta, lo solleva dalle angosce. Pianta profumatissima, la reseda ha proprietà lenitive, insite già nel nome: reseda viene infatti dal verbo latino rĕsēdo,che si traduce con calmare, guarire, alleviare. Non è raro, dunque, come si può dedurre celermente dai versi appena citati, che le donne cantate da Scotellaro siano soventemente assimilate a piante, fiori, vegetali. E non è raro che le donne scotellariane siano figure salvifiche, guaritrici. Esiste in merito una poesia emblematica. E non a caso è il componimento che dà il titolo a tutta una sezione della silloge È fatto giorno:

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
Che ci teniamo ad essiccare
Per i dolori dell’inverno.

Il titolo è preso dal terzo verso: È calda così la mal-va. È qui, tutto qui il senso della donna in Scotellaro. L’incipit è volto alla persistenza dell’odore, parola magica che ricorre anche in molte poesie scotellariane. Parola evocatrice che dà senso ad un “senso”. Chi percepisce un odore viene automaticamente catapultato nella situazione e nel tempo in cui l’ha avvertito; l’odorato è l’unico senso capace di una associazione immediata tra sensazione e situazione. Senza filtri. Un odore è molto più di una sensazione temporanea, è qualcosa che poi ti porti dietro, attaccato a qualche angolo di anima. In questo caso l’autore parla chiaramente dell’odore della tua “carne” nel mio letto. Potrebbe sembrare una frase indelicata. Invece no. Appena un verso più avanti e la marcata sensualità si smorza nel caldo della malva.
Perché poi la malva?
Mia nonna, contadina vera, di quelle con ancora “la toppa dei capelli” – non più neri – “dietro la nuca”, con la malva cura tutto. Ancora oggi.
La malva nella tradizione villica lucana è un tocca-sana generale: si cura con l’infuso di malva il mal di denti, il mal di pancia, il raffreddore; è un tonificante per l’utero delle partorienti e, misto alla camomilla, è un antidoto contro l’insonnia. Si dice “la malva da ogni male salva”. L’odore, che emanano quei fiori messi ad essiccare nelle soffitte buie, è caldo, caldo davvero come potrebbe essere quello di una bella donna, appena levata dal letto. La donna paragonata alla malva diventa, di conseguenza, una riparatrice universale. È un unguento, una medicina, una pozione. La donna, nei versi scotellariani, è un toccasana generale.
La donna in Scotellaro salva. Come la malva.
Non è un caso, allora, che proprio ad una donna il poeta si rivolga, si confidi e si congedi in Saluto, componimento del 1948 escluso da Carlo Levi dal corpo della silloge È fatto giorno. È questa una fan-ciulla vestita di ginestre, un fiore selvatico, timida e chiusa come un acerbo fiorone, figlia della quercia e della macchia, vegetale tra i vegetali. E non è un caso neanche che sia paragonata a una Madonna molto venerata in Lucania, Santa Maria di Fonti. A questa figura femminile che, come la donna di È calda così la malva, ha in sé caratteristiche erboree e salvifiche, il poeta dice: “Io non ti voglio dire quante strade odorose ho da rifuggire” . Continue reading “Invito alle odorose vie del cuore di Rocco Scotellaro”

Joan Didion, la scrittura come sortilegio

Leggere Joan Didion è come un incontro. La sua voce ti artiglia alla pagina fin dalle prime righe e capisci che non si tratta di un libro come gli altri: non è una storia che ti viene raccontata; ma una persona che ti sta parlando e si rivolge a te, proprio a te, trasformando la lettura in una conversazione a quattr’occhi. In breve tempo capisci che non stai leggendo Joan Didion; stai conoscendo Joan Didion. Ciò che l’ha resa una delle maggiori personalità letterarie viventi è subito chiaro: lei è ciò che scrive; i suoi libri contengono la sua voce, che non è uguale a nessun’altra. Dopo aver letto un suo romanzo sarà sufficiente imbattersi in un incipit, una breve frase, per comprendere che chi ti sta parlando è la Didion. Alla stregua di una registrazione su nastro, la sua scrittura la identifica come un’impronta digitale, contiene la sua essenza, il suo DNA, in una specie di formidabile miracolo letterario.
La voce della Didion è dirompente, sembra fuoriuscire dalla pagina: a tratti grida, piange, trasborda dalle indicazioni di punteggiatura e si snoda in una serie di interrogativi all’apparenza senza risposta.
Nel suo stile di scrittura è contenuta la stessa incisività che traspare da quegli occhi: grandi, espressivi, che in ogni fotografia sembrano forare l’obiettivo e incidersi in quelli dell’osservatore. Appaiono in ogni dove immagini di lei, giovane e invincibile, con gli occhiali da sole neri e lunghi abiti bianchi mentre passeggia per le strade californiane. Una giornalista, una sceneggiatrice, un’intellettuale: vive delle parole che scrive e abita bene il suo personaggio.

L’America ormai la celebra come l’ultima celebrità letteraria, santificandola in vita con onori e tributi, addirittura con una copertina di Céline che la ritrae a ottantuno anni come se fosse la modella del momento. Nel 2012 il Presidente Barack Obama le ha conferito la National Medal of Arts per il suo apporto straordinario alla letteratura. La cerimonia appare fredda e, allo stesso tempo, commuovente. Obama sorride sfolgorante e a un certo punto appare questa donna piccola, esile, tremante, che gli si avvicina a capo chino. Lui le ripone la medaglia al collo con un gesto solenne, le stringe la mano; mentre il pubblico sembra tenere il fiato sospeso. Lei non sorride. Non ringrazia. Sembra piegarsi sotto il peso degli applausi scroscianti; non si sa se per l’imbarazzo o per l’emozione. Oggi Joan Didion è una anziana signora dalla voce esile e il volto solcato da rughe, ma dotata di una carisma straordinario: i suoi occhi forano ancora l’obbiettivo, mentre afferma il suo personale comandamento: «See enough and write it down, I tell myself.»

Ci ha regalato il fascino di una parola eterna, perché viva: è una donna in cui si incarna il dovere morale della scrittura. Per lei le parole hanno rappresentato l’ultimo esile legame con la vita quando tutto sembrava perduto: ce lo rivela il suo capolavoro The Year of Magical Thinking, finalista al Premio Pulitzer nel 2005. Con questo libro la Didion rivela una versione inedita di se stessa: non è più la giornalista in prima linea, la narratrice implacabile delle contraddizioni dell’America moderna, ma semplicemente una donna che mette a nudo il suo dolore, senza difese. L’anno del pensiero magico, pubblicato in Italia dal Saggiatore nel 2006, è un grido aperto contro l’irrazionalità del dolore e inaugura una nuova fase letteraria nella vita dell’autrice. Per la prima volta Joan non usa le parole per combattere il mondo esterno a colpi di accuse e denunce, ma le rivolge impietosamente contro se stessa, scavando nel proprio mondo interiore, nel tentativo di comprendere le ragioni oscure della perdita.

La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola
e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.

L’anno del pensiero magico si apre con queste precise parole, scandite con un ritmo implacabile. All’apparenza illustra una banalità, eppure questo libro riesce a raccontare l’inenarrabile. La sera del 30 dicembre 2003 John Gregory Dunne, scrittore e marito di Joan Didion da oltre quarant’anni, si accascia colpito da un infarto fulminante. I due erano appena usciti dal reparto di terapia intensiva Beth Israel North, dove la loro unica figlia, Quintana, era ricoverata da cinque giorni a causa di una polmonite sfociata in shock settico. In breve tempo Joan deve fare i conti con la morte del marito e con la malattia incurabile della figlia, che si spegnerà a soli trentotto anni, poco tempo dopo la conclusione del romanzo. Continue reading “Joan Didion, la scrittura come sortilegio”

La resilienza della parola

La scrittura come resilienza. La lettura come forma di condivisione e riscoperta della parola. La parola come elemento di interpretazione e comunicazione della bellezza che ci circonda.
La Setta dei Poeti estinti – progetto nato sui social nel 2013 sull’onda del film “L’Attimo fuggente” e poi divenuto un’occasione “fisica e reale” di letteratura condivisa – prende le mosse da queste tre “necessità”, da queste tre convinzioni: la scrittura, la lettura ma prima ancora la capacità imprescindibile del riconoscere per poter raccontare.
Attraverso le parole dei grandi scrittori, infatti, è possibile “trovare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, proprio come scriveva Italo Calvino nell’ultima pagina de Le Città invisibili. Ed è questa una dimensione sia interiore sia esteriore: la grande letteratura fornisce parole e spunti alle nostre intuizioni, al nostro ri-conoscere. Rappresenta uno sprone a fare nostra la parola.
Ma il progetto de La Setta dei Poeti estinti prende le mosse anche da un’altra urgenza per cui rischiamo di perdere la capacità di riconoscere e tradurre in parole la bellezza: siamo sempre più immersi in un mondo digitale che distrae da quanto ci circonda. Limita lo sguardo e la lettura profonda.
Le notifiche, i continui post, la frammentazione di quella che viene definita la “lettura profonda” richiede che si corra ai ripari. Che si sfruttino proprio i social per arginare questa deriva, tale per cui dedichiamo alla parola scritta una frazione di secondo e se non ci piace la gettiamo via senza troppo riflettere, senza approfondire.
Parlare di poesia, pubblicare poesia su Facebook e Instagram è rimasto ormai l’ultimo gancio – che sfrutta proprio lo strumento “colpevole” – per “ricordare” l’urgenza della poesia a quanti ormai faticando a prendere in mano un libro cartaceo – figuriamoci un romanzo lungo – non per poca volontà ma perché qualcosa dall’esterno sta erodendo progressivamente la nostra capacità di leggere testi lunghi e di scrivere. E allora è proprio da questi strumenti – i social e il digitale – che bisogna ripartire per far tornare alla mente di quelli che un tempo erano definiti “lettori forti” la necessità della lettura, della scrittura, della parola.
E se è vero che, come riportano alcune ricerche scientifiche internazionali, ogni giorno leggiamo qualcosa come 34GB di informazioni, a una velocità tale da aver ormai sviluppato solo una attenzione superficiale per tante e troppe cose, il nostro progetto de La Setta dei Poeti estinti vuole creare una nicchia di consapevolezza sulla poesia, sulla scrittura e sulla letteratura – sulla loro necessità per comprendere il prossimo, conoscere se stessi e stare al mondo – che ormai si sta perdendo per mancanza di attenzione. Ci stiamo impoverendo, schiavi del digitale.
Perdere la capacità di attuare la lettura profonda, di contro, rischia di impattare gravemente anche sulla vita democratica del Paese. Come sottolinea in modo molto efficace Maryanne Wolf, nel suo saggio “Lettore, vieni a casa“, edito per i tipi “Vita&Pensiero”, la progressiva perdita dell’abitudine all’approfondimento e la continua fruizione di testi brevi, intuitivi, veloci – unito al deficit ormai diffuso di attenzione – rischia di intaccare anche quella capacità critica che sta alla base di tanta vita democratica e politica di un Paese.

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“Le Assaggiatrici” di Rosella Postorino, il nostro incontro con il Campiello 2018

Quando l’ho incontrata, Rosella Postorino mi ha dato un consiglio: «Per scrivere bene non basta leggere molto. Nella scrittura devi mettere tutto: non solo i libri che hai letto, ma anche i film che hai visto, la musica che ascolti, il sapore della torta al cioccolato che hai mangiato a colazione e la brezza del vento d’estate. Tutto quello che ti ha fatto emozionare, piangere, gridare, deve confluire nella scrittura».

Credo che siano stati proprio questi ingredienti, o meglio la loro combinazione, a rendere Le Assaggiatrici un romanzo esplosivo, capace di tenere il lettore incollato alla storia dalla prima all’ultima pagina.

Il 15 settembre 2018 Le Assaggiatrici ha vinto la 56esima edizione del Premio Campiello con 167 voti, un record. Il romanzo era stato pubblicato da Feltrinelli editore nel mese di gennaio, ottenendo subito uno stupefacente e immediato successo di pubblico: a febbraio il libro era infatti già alla sua quarta edizione.

L’idea per la scrittura di questa storia, racconta Rosella Postorino nella postfazione, è nata dalla lettura di un articolo di giornale che narrava la vera vicenda di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler, che all’età di novantasei anni decide infine di raccontare la sua esperienza e renderla pubblica. Margot, pur proclamandosi apertamente non nazista, disse di essersi ritrovata costretta a rischiare la propria vita per tutelare quella del Führer diventando in questo modo complice, suo malgrado, della peggiore dittatura del secolo scorso. Colpita dall’accaduto, Rosella si mette subito a fare della ricerche ma, quando cerca di contattare la Wölk, scopre che nel frattempo la donna è deceduta.

La storia, tuttavia, ha ormai preso forma nella sua mente e chiede di essere raccontata: emerge così il personaggio di finzione di Rosa Sauer, giovane donna che vede la sua esistenza sconvolta dagli avvenimenti della seconda guerra mondiale e cerca di sopravvivere in una nazione avvilita che si trascina inesorabilmente verso un’ormai prevedibile sconfitta. Ex segretaria costretta a fuggire da Berlino dove viveva con il marito ora chiamato alle armi, Rosa si trasferisce in Polonia nella casa dei suoceri, nel villaggio di Gross Partsc. La sua vita trascorre nell’attesa estenuante del ritorno di Gregor. Inoltre ogni mattina Rosa è caricata sul pulmino delle SS insieme ad altre dodici donne, la direzione è Krausendorf, la caserma adiacente alla Tana del lupo, quartier generale di Hitler. Qui, attorno a un tavolo, le donne sono intrappolate come topi in gabbia, con un unico scopo: assaggiare il pasto del Fuhrer. Si rivela subito il grande dilemma etico contenuto nel libro: «Fino a quale limite ci si può spingere pur di sopravvivere?». Assistiamo al dramma di esseri umani affamati, portati allo stremo dalla guerra, cui viene servito un pranzo succulento e invitante che però potrebbe nascondere segretamente il boccone avvelenato. Attorno alla tavolata si mescolano così paura e istinto di sopravvivenza e gli oscuri sensi di colpa di giovani madri che vorrebbero sfamare i propri figli anziché riempirsi lo stomaco con il cibo destinato a un criminale di guerra. Ogni boccone potrebbe essere l’ultimo. Sedute al loro posto, armate unicamente di forchetta e coltello, le donne affrontano la loro personale battaglia con coraggio, eppure con la tacita consapevolezza di non poter, in ogni caso, morire da eroi.

Le assaggiatrici sono dodici e diversissime tra loro: c’è l’enigmatica e scostante Elfriede; la timida e ingenua Leni; la bella Ulla, simile a un’attrice del cinema e poi Beate, Heike.  Non si trovano lì per loro volontà, o perlomeno, non tutte: tra loro ci sono anche Le Invasate, Augustine, Theodora, Sabine e Gertrude, così soprannominate perché al contrario delle altre si dichiarano orgogliose di rischiare la propria vita per la salvezza del dittatore tedesco.

Ogni donna custodisce in privato un segreto: una pena d’amore, una gravidanza illegittima, oppure, nel caso di Elfriede, qualcosa di molto più grave e inconfessabile. Il racconto è intervallato da frequenti flashback che raccontano la vita di Rosa prima della guerra: ricordi indelebili che le offrono conforto nei momenti bui, le carezze amorevoli della madre, i pomeriggi spensierati trascorsi in compagnia di Gregor. Continue reading ““Le Assaggiatrici” di Rosella Postorino, il nostro incontro con il Campiello 2018″

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