L’editoria preziosa di San Marco dei Giustiniani, incontro con Giorgio Devoto

A Genova esiste e “resiste” una piccola casa editrice che pubblica libri – soprattutto di poesia – di altissima qualità, con volumi ricercati e rari: le edizioni San Marco dei Giustianiani. Nate negli anni Settanta su iniziativa di Giorgio e Lilli Devoto, nel 2016 hanno festeggiato i 40 anni di attività.

Per scoprire come nasce e come attraversa i decenni una piccola casa editrice di poesia, siamo andati a parlare con Giorgio Devoto.

Dottor Devoto, come nasce la casa editrice San Marco dei Giustiniani?

La casa editrice San Marco dei Giustiniani nasce negli anni Settanta. Da bambino comperavo i libri della collana “Lo specchio”, editi dalla Mondadori e ricordo che con la macchina da scrivere di mio padre aggiungevo il nome “Giorgio Devoto” sulla copertina, proprio sopra il nome “Mondadori”. Insomma era una vita che avevo voglia di pubblicare libri. E così – durante la mia attività di gallerista, negli anni Settanta mi trovai a produrre cataloghi e pubblicazioni, entrando in contatto con molte persone: tra queste ebbi la possibilità di incontrare Giorgio Caproni prima e Alfonso Gatto poi. Da lì iniziò l’avventura della casa editrice.

Da cosa deriva il nome della casa editrice?

Il nome delle edizioni deriva da Palazzo Giustiniani, dove negli anni Settanta aveva sede la casa editrice. Nella facciata di questo palazzo era stato murato un antico altorilievo di un leone veneziano, dato in omaggio dalla Repubblica genovese dopo una battaglia del 1389, quando i genovesi vinsero proprio sui veneziani. E dal momento che i Giustiniani avevano dispensato anche soldi per quelle imprese, la Repubblica di Genova glielo diede come premio. Pensi poi che in genovese si era anche soliti dire: “Vado da San Marco dei Giustiniani”, che è un piccolo slargo dove ci si dava appuntamento. E visto che la sede della casa editrice era in questo Palazzo, abbiamo scelto questo nome.

Vi siete specializzati in poesia ed edizioni difficilmente reperibili in commercio.

L’idea di fare il piccoloo editore globale sembrava un controsenso – dato che avevo una attività gallerista – e dal momento che la poesia è il massimo modo di espressione mi sembrava ovvio e naturale pubblicare solo e solamente poesia.

Come avvenne il primo incontro con Giorgio Caproni?

Caproni la prima volta che me lo sono visto capitare in Galleria, aveva un appartamentino in una zona periferica ai piedi della Val Trebbia, quartiere Prato e veniva in queste zone perché aveva molti parenti per parte di moglie. Veniva a Genova d’estate. Lo vidi entrare ed ero piuttosto emozionato. Era una persona molto riservata e poco legata a tutto quello che sono i canoni che dovrebbe tenere un autore nell’ambiente letterario: era indipendente e ha pagato questa sua natura un po’ schiva. Io me lo ricordo: era considerato un grande dei minori, un po’ come Sbarbaro, non a caso erano molto amici. Sbarbaro coniò una frase riguardo la poesia di Caproni: “La tua è poesia poesia come durante la guerra si offriva un caffè caffè”. E questa frase gli è rimasta. Caproni era una persona molto riservata ma dimostrò subito di essere un grandissimo poeta. Tra le sue poesie che prediligo: L’ascensore; Il congedo del viaggiatore; Il seme del piangere. Quando compì settant’anni, con l’allora Assessore alla Cultura Santori, facemmo un omaggio a Caproni e partecipò anche Italo Calvino. Ma erano altri tempi, con ben altri intellettuali rispetto al presente. Quando hai frequentato letto, conosciuto, chiacchierato e lavorato con Giudici, Sereni, Bufalino, Penna, Betocchi, Carlo Bo, Caproni, Alfonso Gatto, Calvino…poi guardi al panorama odierno… Ricordo che Sandro Penna capitava che lo chiamassi alle due del pomeriggio e spesso mi insultava perché stava facendo il riposino pomeridiano: credeva fossero le 2 di notte.

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Vi racconto Pierluigi Cappello

di Maria Francesca Di Feo

Conobbi Pierluigi Cappello durante la quarta liceo, quando mi interessavo di poesia da alcuni anni: per il mio diciassettesimo compleanno un amico friulano mi regalò la silloge Mandate a dire all’imperatore, vincitrice del premio Viareggio-Repaci (2010). Mi stupì e commosse. Considerata da molti l’apice del suo percorso letterario, la raccolta mostra il cuore della poesia di Cappello, risonante saggezza disarmata e spoglia. La realtà fermata dai suoi versi rende il lettore parte di una comunità silenziosa, in cui ogni parola si configura come misurato incastro e faticosa conquista. Divorai quel libro più e più volte, fino a tenerlo sempre nello zaino o in borsa, al punto che è tuttora tra i miei più consumati. Trovai il coraggio di scrivere direttamente a Pierluigi qualche mese dopo, nel maggio del 2013. Fu quel mio stesso amico, che collaborava con un giornale locale, a fornirmi l’indirizzo di posta elettronica. Impiegai ore e ore a scrivere quella breve presentazione di me stessa, unita a un sentito e ossequioso ringraziamento per la sua opera: mi ero ormai convinta di scrivere a un gigante, a una delle persone più importanti nei miei neanche diciott’anni. Decisi anche di allegargli qualche mia poesia: già che c’ero, pensai, non avevo nulla da perdere. Pierluigi mi rispose in neanche due giorni, con una mail bellissima che iniziava così:

“Gentile Maria Francesca,

il suo entusiasmo merita una risposta. Sono felice che i miei versi possano parlarle e accompagnarla durante le sue giornate. Sono anche dell’idea che il merito non appartenga del tutto a me ma vada diviso equamente. Diciamo che un po’ del merito è mio e un poco è suo, perché ogni volta che lei legge un mio verso, lo fa rivivere con la sua sensibilità, con le sue esperienze di lettura fin qui accumulate, e con la percezione che lei stessa ha dell’esistenza e del mondo. Diciamo ancora che se i miei versi nascono da me, rinascono ogni volta in chi li legge e mi fa piacere che lei li abbia fatti nascere una volta di più.

Mi sento lieve quando ricevo mail come la sua, mi sento come se fossi riuscito ad assolvere un compito, come se il senso dello scrivere poesia in questa società di ferro mi venisse restituito con calore e in un colpo solo. Grazie.”

Concludeva annunciandomi che avrei potuto scrivergli, nonostante la valanga di posta che riceveva, e che avrebbe letto le mie poesie appena terminato un libro per Rizzoli (“Questa libertà”, edito nel settembre 2013) e dopo aver assolto agli impegni da giurato al Viareggio. Ci scambiammo alcuni altri messaggi per iniziare a conoscerci, fino a che nel periodo natalizio mi invitò a fargli visita a Tricesimo (in provincia di Udine).

PIERLUIGI ABITAVA…

Era una fredda mattina di fine dicembre; il 28, per la precisione. Pierluigi abitava in una piccola casa di legno, un prefabbricato costruito coi fondi dell’Unione Europea per la regione Friuli dopo il terremoto del ’76. Dal centro del paese vi si arrivava dopo un tratto di strada in salita, accanto al quale sorgevano poche altre case e una struttura residenziale per anziani. Era un posto incredibilmente tranquillo, dove si respirava l’aria dei colli in prossimità delle Alpi e della non distante frontiera. Della casa di Pierluigi mi catturò subito la scrivania ricolma di carte, e la libreria che sembrava abbracciare l’intera stanza d’ingresso, la quale fungeva anche da studio e da salotto. Non ricordo le parole precise con cui mi accolse, ma solo il suo sorriso discreto e luminoso, che immediatamente balenò e che ritornava ogni qualvolta la conversazione lo divertisse.

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L’Orma editore e la volontà di “portare il mondo in Italia”

Nella piccola e confortevole sede di Via Annia 58, nei pressi del Colosseo, tra bicchieri di vino, un pianoforte, e i gatti Charlie e Pip (poco velato omaggio a Grandi Speranze di Charles Dickens), c’è un universo culturale in fermento, animato da una squadra intellettuale e intraprendente. Gli editori Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi, assieme a ai membri della redazione Elena Vozzi e Massimiliano Borelli, ci aprono le porte de L’Orma editore, la casa editrice romana che nell’ottobre 2017 ha festeggiato il suo quinto anno di attività.

Un’Europa possibile si può creare anche attraverso un’idea di letteratura, persino in tempi burrascosi come i nostri, che incitano al separatismo e alla divisione. I libri dell’Orma editore, hanno il grande merito di aver rivelato al panorama italiano autori francesi e tedeschi ancora sconosciuti e di aver dimostrato ai lettori che il mondo è un posto più vasto di quanto credevano.

Oggi abbiamo una definizione onnicomprensiva e vasta di letteratura, che ormai rappresenta tutto e il contrario di tutto, e spesso il catalogo delle case editrici si adegua a questo universalismo di generi e stili. L’aspetto più avvilente dell’attuale realtà commerciale è l’incentivarsi di un’industria editoriale che tende a ridurre il pubblico a una realtà unica e omogenea, appianando gusti e punti di vista.
Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari, ideatori dell’Orma editore, hanno avuto il coraggio di andare controcorrente e proporre una letteratura meno rappresentata, troppo a lungo trascurata dal mercato italiano: la letteratura francese e tedesca che, a loro giudizio, «pagava lo scotto di pregiudizi ormai radicati nel pensiero comune». A lungo, affermano i due editori, c’è stato un “errore prospettico” nella valutazione italiana della letteratura mondiale. Attraverso il loro progetto, Lorenzo e Marco si sono proposti di rimediare a questa imperdonabile mancanza nella nostra cultura, gettandosi a capofitto nella loro personale avventura, con l’ambizione guerresca di conquistare un pubblico e, soprattutto, la mente dei lettori.
Fondare una casa editrice non rientrava esattamente nei loro piani: amici di lunga data, entrambi di formazione accademica, ricercatori e docenti universitari all’estero, avevano una carriera avviata e una posizione stabile, lanciarsi in un’impresa simile poteva apparire a tutti gli effetti un salto nel vuoto. Il progetto è maturato nel tempo e si è risolto con una stretta di mano in Piazza Duomo, a Milano, dove è stata fissata la sede legale della casa editrice. A far scoccare l’idea era stata la loro collaborazione congiunta al sito Sguardomobile, da cui sarebbe nata una collana di saggi di letteratura comparata pubblicata dalla casa editrice fiorentina Le Lettere. Traducendo insieme un testo linguisticamente difficile del poeta irlandese Ciaran Carson, si scoprirono totalmente coinvolti da quel lavoro e, soprattutto, avvertirono la volontà comune di «fare il bene del testo» e restituirlo ai lettori nella versione più adeguata possibile. «La letteratura ha reso le nostre vite qualcosa di molto diverso,» racconta Lorenzo Flabbi «eravamo entrambi uomini di lettere e in quel momento l’idea di poter divulgare la nostra passione ci è apparsa come una sorta di vocazione». Da quell’iniziale progetto deriva la missione fondativa dell’Orma: «Tradurre in Italia ciò che si muove in Europa».
Sono tornati in patria con la volontà di arricchire il loro Paese attraverso il bagaglio culturale della loro esperienza, creando una casa editrice di stampo novecentesco dalla fisionomia editoriale riconoscibile e innovativa.
I libri dell’Orma editore sono maneggevoli grazie al loro formato squadrato, conquistano con le loro copertine colorate, e la riconoscibilità del logo li rende inconfondibili: quei particolarissimi occhi stilizzati che, in realtà, rimandano al saggio sui segni incondizionati dell’Illuminista Humbert de Superville. «I segni incondizionati», spiega Lorenzo Flabbi «sono i segni base da cui deriva tutto, da cui sarebbe possibile ricavare qualsiasi immagine». Allo stesso tempo, aggiungono gli editori, quegli occhi stilizzati dimostrano la loro volontà di mostrarci ciò che tutti noi abbiamo sotto lo sguardo e che troppo spesso, per sbadataggine o disattenzione, non vediamo.
Cesare Pavese nella sua carriera di editor e traduttore per Einaudi affermò che la sua missione era proprio quella di “portare il mondo in Italia” e riuscì nel suo intento aprendo il nostro Paese all’incontro con il mito americano. Lo stesso proposito anima gli editori dell’Orma e la loro collana ammiraglia, la Kreuzville, nata dall’unione di due quartieri in cui entrambi hanno vissuto per anni: Kreuzberg a Berlino e Belleville a Parigi. Attraverso la topografia di questi paesaggi si designa l’immagine di un’Europa futura, fatta di mescolanze, differenze che vengono a contatto e, spesso, anche di contraddizioni. La Kreuzville è molto più di una collana editoriale, è un luogo e uno strumento di pensiero. Continue reading “L’Orma editore e la volontà di “portare il mondo in Italia””

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