Nazim Hikmet. Le mie parole erano uomini

L’amore che ha cantato Hikmet è il sentimento nella sua forma più estrema e onnicomprensiva: l’amore per la vita. Le sue poesie di certo parlano d’amore, lo sussurrano in ogni verso, ci pervadono di una pienezza carnale, viva, palpitante, con il loro ritmo scandito riescono addirittura a farsi udire come il battito di un cuore: eppure sono il canto solitario di un uomo che ha amato ogni cosa del mondo con un abbandono totale e struggente; sono il suo grido di coraggio dalla cella di una prigione; sono idee appassionate espresse con una tenerezza in grado di abbracciare l’intera razza umana.

Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Recita così una delle sue poesie più celebri, consacrata dal regista Ferzan Özpetek con la magistrale interpretazione di Margherita Buy nel film Le fate ignoranti, che ha di certo contribuito a diffondere la fama del poeta turco nel nostro Paese.

La poesia di Nazim Hikmet è il canto melanconico di un uomo in esilio che per motivi politici fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita lontano dalla terra natale, la Turchia. Giovanissimo si avvicinò al pensiero comunista ed emigrò in Russia dove ebbe occasione di studiare sociologia e conoscere Lenin, Majakovskij e altri intellettuali della rivoluzione. In patria le sue poesie vennero bandite con l’accusa di incitare il popolo alla rivolta e, al suo ritorno, Hikmet si rivelò un personaggio scomodo per il regime. Nel 1938, in seguito alla diffusione di alcuni suoi romanzi e drammi teatrali, fu condannato a ventotto anni di carcere. La prigione sarà di ispirazione per le sue liriche più belle; dietro le sbarre comporrà infatti il poema epico Paesaggi umani della mia terra, considerato il suo capolavoro.

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Invito alle odorose vie del cuore di Rocco Scotellaro

In occasione della serata di letture dedicata a Rocco Scotellaro, pubblichiamo un saggio scritto da Mara Sabia sul poeta di Tricarico.

Rocco Scotellaro. Uno dei miei poeti maestri. Riconosco nella sua una delle maggiori voci poetiche del Novecento italiano: una voce forte, ruvida e gentile che molto mi ha insegnato. Della poesia e della vita.
Conobbi la poesia scotellariana più o meno all’età in cui egli scrisse Uno si distrae al bivio. Non che prima non lo avessi letto, ma lo sentii davvero come si sente un poeta solo a quella età. E notai che quanto abitualmente si tende a far emergere dalla sua produzione letteraria, oltre che dalla sua breve vita, sono i temi quali l’impegno politico, “i contadini del Sud”, la ricerca del rimedio alla fame per la sua terra orfana di Cristo, come nella definizione dell’amico Levi. Eppure, a ben guardare tra i versi scotellariani, si scorgono motivi apparentemente lontani dai citati e, forse, meno noti. Fu così che io scoprii un poeta altro; un altro Rocco Scotellaro, che poco aveva a che fare con la Questione Meridionale, la politica, il martirio del carcere, la perduta schiavitù-libertà contadina, con Levi – e il levismo – che tanto diede, e tanto tolse, a Scotellaro e alla sua fama, così come alla Lucania stessa. Scoprii lo Scotellaro altro e lo studiai. Scoprii e studiai l’uomo, umano troppo umano, spesso impulsivo, giocoso; scoprii l’uomo che amava le donne, ma anche i Classici e i Romantici. Altro che schiavitù contadina. Facile salì, allora, alla mente il confronto tra Rocco Scotellaro e Pablo Neruda: lo stesso intenso fervore impegnato aleggia nei versi di entrambi, le stesse accese note di passione, ma anche lo stesso adorante ritorno alla bellezza, allo sconfinato mistero dell’universo femminile, simbolo del quale diventa il volto bianco di città di una straniera o quello delle donne lucane che “portano la toppa dei capelli neri sulla nuca” . Di Neruda, Giuseppe Bellini ha scritto:

Ha rivendicato le vie del cuore, senza ripudiare la sua funzione di poeta civile, soprattutto in qualità di uomo impegnato col proprio tempo, sinceramente solidale con il prossimo, coinvolto fino alle radici nella sua situazione drammatica .

Sottoscriverei lo stesso pensiero anche a proposito del poeta di Tricarico, benché diverse le origini e le situazioni. Ed è, dunque, brevemente, che per le scotellariane vie del cuore vorrei invitarvi. In una lettura evocativa, scevra da alcuna annotazione critica, tra i ritratti di quelle donne paesane, figlie della miseria nera, fanciulle “dai seni sterpigni” o figlie “della quercia e della macchia” o, ancora, delle signorine di città. Tutte, tutte con la parola di Rocco Scotellaro, diventano creature dagli “odori di tutti i giardini” . Nei giardini germogliano fiori odorosi e le donne vi dimorano come querce possenti ed evocano i profumi selvaggi del bosco, e segreti aromi campestri. Nella splendida poesia Reseda, odore perso e ritrovato Scotellaro scrive:

Avevi tutti gli odori dei giardini
seppelliti nei fossi attorno le case;
tu sei, réseda selvaggia, che mi nutri
l’amore che cerco, che mi fai sperare.

Poi aggiunge:

(…)
io ti guardo e mi bevo il tuo sorriso,
amica del caso, scoperta del cuore
che deve colmare la sua sera.

La donna-reseda è scoperta che colma la sera del cuore del poeta, lo solleva dalle angosce. Pianta profumatissima, la reseda ha proprietà lenitive, insite già nel nome: reseda viene infatti dal verbo latino rĕsēdo,che si traduce con calmare, guarire, alleviare. Non è raro, dunque, come si può dedurre celermente dai versi appena citati, che le donne cantate da Scotellaro siano soventemente assimilate a piante, fiori, vegetali. E non è raro che le donne scotellariane siano figure salvifiche, guaritrici. Esiste in merito una poesia emblematica. E non a caso è il componimento che dà il titolo a tutta una sezione della silloge È fatto giorno:

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
Che ci teniamo ad essiccare
Per i dolori dell’inverno.

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Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi

In occasione della serata di letture dedicata a Fernando Pessoa, organizzata insieme all’hub culturale della Regione Lazio “Spazio Moby Dick”, il 25 maggio 2018, pubblichiamo una breve “guida all’ascolto” sugli scritti del poeta portoghese.

Il sogno, il confine dell’umano inteso come spartiacque e punto di contatto tra interiorità e mondo esterno, la vita vissuta in un sentire amplificato, sconvolto dalla capacità percettiva che scova sensi e significati in ogni gesto, in ogni accadimento. E ancora, la “convivenza” degli eteronimi, che guardano – senza sosta – a quell’ortonimo cui tutto torna: Fernando Pessoa.

Gli scritti del poeta e scrittore portoghese sono una lente di ingrandimento sulla società e sull’uomo che ha come punto di partenza il singolo. Per molti aspetti, la poesia e quell’enorme zibaldone di pensieri qual è Il Libro dell’Inquietudine rappresentano lo sforzo ontologico di Fernando Pessoa, con una ricerca che ha come punto di congiunzione con l’altro la pelle, l’occhio, i sensi, il confine dell’uomo con il mondo esterno. E la ricerca di significato nei segni, quando è rivolta verso l’interiorità, indaga le percezioni ricevute e – prima su tutti – ha come luogo il sogno. È nella dimensione onirica che Pessoa crea e vive una realtà parallela, qui trova rifugio:

E il sogno, la vergogna di fuggire  verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! […] E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita…assurda come un orologio civico fermo. Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo cosciente…che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra. (Libro dell’Inquietudine, pp.39,40 – ed Feltrinelli 2001)

Ed è da questa commistione tra reale e sogno che nascono poi i cosiddetti eteronimi di Fernando Pessoa, personaggi con una loro specificità – dalla data di nascita e morte alla poetica, agli studi, alla biografia. Esistenze “immaginarie” ma con una dignità di persona. I più noti sono Álvaro de Campos (nato a Tavira, in Portogallo, nel 1890. Studiò ingegneria e si trasferì a vivere in Scozia. Viaggiò molto e morì – insieme con Pessoa – il 30 novembre 1935), Ricardo Reis (medico di ideologia monarchica che si trasferì in Brasile per protesta nei confronti della Repubblica portoghese – non si conosce la data della sua morte), Alberto Caeiro (nato a Lisbona, contadino, la sua visione della vita si può riassumere nel verso “C’è sufficiente metafisica nel non pensare a niente”. La sua opera è raccolta nel volume “Poemas Completos de Alberto Caeiro”) e Bernardo Soares. Quest’ultimo è considerato un eteronimo incompleto, visti i numerosi punti di contatto con la realtà viva e vissuta di Fernando Pessoa. Come Pessoa, infatti, Soares era un grigio impiegato, come Pessoa spesso si rivolge al sogno, come Pessoa vede riflesso nei microcosmi cittadini il mondo intero. E soprattutto a Bernardo Soares è attribuito “Il Libro dell’Inquietudine”.

Pessoa iniziò fin da piccolo a vivere insieme ai suoi eteronimi. In una lettera scritta il 13 gennaio 1935 ad Adolfo Casais Monteiro, lo scrittore portoghese racconta:

“Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”

La realtà conosciuta da Pessoa è quindi un caleidoscopio di sensazioni ed esperienze vissute su diverse dimensioni: gli eteronimi – ciascuno con la propria visione della vita e il proprio sentire – la vita vissuta da Fernando Pessoa e il sogno.

Sempre nella stessa missiva inviata a Monteiro, Pessoa aggiunge:

“L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso”.

Mentre ne Il Libro dell’inquietudine leggiamo: Continue reading “Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi”

Modernismi perturbanti: Kawabata, Anderson e Barthelme

Il racconto è una forma breve in cui condensare ciò che spesso nei romanzi si svolge in centinaia di pagine. L’efficacia delle short stories sta quindi nell’immediatezza del senso e del significato. Spesso proprio i racconti diventano espressione di vere e proprie correnti letterarie, come accade con questi tre racconti di Yasunari Kawabata, Sherwood Anderson Donald Barthelme che vogliamo proporvi.

Nel racconto breve One Arm di Kawabata (tradotto in italiano come “Il Braccio”) la presenza degli oggetti rievoca l’esperienza erotica del protagonista con la giovane donna. Esperienza rappresentata dal gesto significativo dell’amputazione e impianto di un braccio. In questo senso l’incipit del racconto sembra essere fondamentale, poichè è nella prima frase pronunciata dalla ragazza che ha origine il tutto: “I can let you have one of my arms for the night”. Emerge così in modo istantaneo l’idea del concedersi all’uomo, atto proprio dell’universo femminile. A conferma dell’intenzione subito si fanno strada due aspetti fondamentali: la simbologia dell’elemento fallico riconoscibile nel braccio ed il tempo dell’azione che si colloca nella notte, luogo temporale irrazionale ed onirico in cui il gesto erotico avrà luogo.

La premessa iniziale di questo gesto, non è solo il prestito del braccio ma anche il passaggio dell’anello da una mano all’altra. L’anello, interpretato dall’uomo come un anello di fidanzamento (engagement ring), viene in realtà definito dalla ragazza un ricordo d’amore, un pegno (keepsake). In realtà, nell’etimologia di quest’ ultimo termine sono contenuti due importanti riferimenti: il primo è legato al termine keep che significa mantenere, conservare e l’altro al termine sake, che vuol dire amore, motivo, interesse, ragione. La ragazza racconta all’uomo che l’anello è un dono della mamma, che dunque metaforicamente si rende “guardiana con amore “della purezza della giovane donna. Non a caso l’anello, dalle caratteristiche strutturali e simboliche che lo qualificano come un oggetto sostitutivo di una relazione amorosa sana, è d’argento e non d’oro, dunque di preziosità inferiore e è non un anello di fidanzamento ma solo un pegno, un a memoria, un ricordo .

Ancora a proposito dell’anello, cosa dire della rotondità? Il cerchio, la forma avvolgente più perfetta, è da sempre considerato simbolo di protezione ed usato come fortificazione attorno alle città, ai templi, alle tombe per impedire a nemici e demoni di entrare. Tanto più che nelle pratiche magiche si usa tracciarlo intorno alla persona che deve essere difesa. In tutto il racconto, quasi in modo ossessivo si associa la rotondità all’universo femminile, come a sottolineare la forza della genealogia matrilineare della ragazza, genealogia preannunciata dalla storia familiare.

Come oggetto prezioso, il cerchio protettore prende la forma della collana, del braccialetto e, con forza maggiore, dell’anello amuleto o talismano che in tutti i popoli dall’antichità serviva a proteggere le dita, considerate i punti più sensibili e vulnerabili perché strumenti primi di emissione e ricezione dei fluidi magici. Dunque l’anello, simbolo di un legame e della storia della donna, viene trasferito alla mano del braccio prestato all’uomo con un gesto ufficiale di concessione  e solenne della donna. Ed ecco che l’anello passa dall’anulare della mano sinistra a quello della mano destra, ovvero dal legame d’amore indissolubile con la madre protettrice al legame fittizio con l’uomo.

La forza dell’universo femminile, preannunciata da questo gesto e dalla presenza materna che preserva e protegge, invade letteralmente tutto il racconto. Il braccio sembra quasi attentare alla vita dell’uomo nel momento dell’amputazione e sostituzione, come se gli odori inebrianti, la rotondità delle forme e la presenza costante delle dita affusolate della giovane donna, rendessero l’uomo incapace di restare lucido. A tal proposito vorrei soffermarmi sull’etimologia della parola“disarm”, disarmare che significa letteralmente privare di un’arma e che associa il termine braccio al termine spada, potere.

Come accade nell’Odissea, in cui gli uomini, inebriati e resi ottusi dal richiamo delle sirene o della maga Circe, soccombono alla forza della potenza femminile irrazionale e dionisiaca, allo stesso modo il protagonista di One Arm, in una notte visionaria avvolta da una fitta nebbia satura del profumo di magnolia, soccombe alla sensualità della natura femminile, temendo ad un certo punto di perdere la vita, atterrito dall’assenza del battito sanguigno. Aspetto che evoca immediatamente, non solo la femminilità racchiusa nella sfera simbolica del sangue, come elemento femminile per eccellenza associato alla fertilità e alla perdita di verginità, ma anche al candore della magnolia. Il sangue e la magnolia, richiamati visivamente con tanta forza dallo stile modernista di Kawabata, rendono al lettore l’immagine di una purezza macchiata e violata, come in un dipinto. Ed è così che, in un incipit dalla semplicità apparente, la donna, evocando la propria genealogia, come in una sorta di rito magico, infonde la vita ed il potere  guaritore dell’amore al braccio, ben prima di consegnarlo all’uomo. In questo atto di “maternità” la ragazza stabilisce il proprio potere matriarcale di generatrice di vita. Ed ecco che il braccio, se trattato con gentilezza, può anche parlare ed acquistare pagina dopo pagina sembianze umane. La bellezza e l’acutezza dell’elemento della magnolia, presente nel racconto come profumo che satura l’aria densa di nebbia, è straordinaria a mio avviso. La magnolia rappresenta infatti la sensualità e la passione, ma anche la riservatezza e la paura. Infatti, questa pianta si costituisce di fiori, foglie e corteccia ed è per questo motivo che si crede contenga le caratteristiche di amore come elemento guaritore, di resistenza e sensualità allo stesso tempo. Tanto che nel linguaggio dei fiori è simbolo di dignità e perseveranza, di nobiltà e bellezza. La magnolia è inoltre una delle piante più antiche al mondo e si dice che sia sopravvissuta all’era glaciale. Continue reading “Modernismi perturbanti: Kawabata, Anderson e Barthelme”

Di Alda Merini o del corpo del canto

Pubblichiamo un articolo della nostra Mara Sabia, comparso anche nella rivista Sineresi, sulla poetica di Alda Merini. Sabato 27 e domenica 28 gennaio, le serate di lettura dalle opere della poetessa milanese, a Roma.

***

(…)
Quando gli amanti gemono
Sono i signori della terra
E sono vicini a Dio
Come i santi più ebbri.
(…)

– A. Merini, Quando gli innamorati si parlano.

 

Piccola ape furibonda, meretrice, santa, sanguinaria, solo una isterica, la pazza della porta accanto. Inutile e riduttivo tentare di definire Alda Merini, anche attraverso le sue stesse autobiografiche definizioni. Conviene piuttosto prendere atto delle infinite, singolari e contraddittorie caratteristiche del suo vissuto e del suo genio. Scrivere di Merini implica trattare l’incandescente materia manicomiale, fare i conti con il canto che sorge terribile e splendido in momenti di una speciale lucidità benché i fantasmi che recitano da protagonisti nel teatro della sua mente provengano spesso da luoghi frequentati durante la follia, come scrive Maria Corti. Una poesia, quella meriniana, in cui spesso bisogna discernere il fango dai diamanti, proprio perché nata in dette, eloquenti, condizioni e che sarebbe impossibile da leggere se fosse scissa dalla biografia della poetessa.

Una poesia difficile, contrariamente a quanto appare e che presenta caratteristiche specifiche e originali. Forse Rilke, o forse nessuno, costituisce, oltre alle matrici classiche, la tradizione a cui si rifà Merini. Una lirica metaforica, dal linguaggio contrastante, forbito e modesto, comune e spirituale, degno di messali, alle volte. Un canto che avvicina Dio e uomo in molteplici modi. Li mischia, li sovrappone, li confonde. Misticamente. Leggere Merini significa prepararsi al dualismo e al compenetrarsi di cielo e terra, di carne e spiritualità, di corpo e anima: probabilmente non vi è aspetto più interessante di questo nella poetica meriniana. Una voce potentemente ossimorica che trae il suo meglio dalla tensione dolorosa della eterna convivenza di angeli e demoni. Per dirlo con le parole di Merini: “solo angeli e demoni parlano la stessa lingua da sempre“. Puro corpo e puro spirito, quasi a ricalcare le Scritture, è il motivo dell’intera opera meriniana e delle figure che la compongono. Gli Amanti sono puro corpo e puro spirito: coloro che umani, terrestri, gemono e contemporaneamente, in tale linguaggio, sono vicini a Dio come i santi più ebbri. Sono puro corpo e puro spirito i matti dipinti nelle pagine del capolavoro la Terra Santa in cui sono profeti, mistici, angeli, santi. Puro corpo e puro spirito sono i poeti, i medici, gli amici della poetessa ritratti in versi. Ella stessa e il suo canto sono pura carne e puro spirito. E allora “corpo” è parola amata e ricorrente. È scelta emblematica nel titolo del testo “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù”. Quel Gesù che è pietra, carne e spirito, che da solo si annienta nei sensi e nello spirito per una prova d’amore. Il “corpo” meriniano non è mero un contenitore per l’anima o un mezzo per la poesia, ma è un modo, un mistero meraviglioso, una domanda sconvolta, è la poesia stessa. Scrive Merini: Gli inguini sono tormento/sono poesia e paranoia/delirio di uomini. /Perdersi nella giungla dei sensi, /asfaltare l’anima di veleno,/ma dagli inguini può germogliare Dio. Il corpo qui è poesia, paranoia, perdita, ma anche porta sul divino. Il corpo cantato da Merini è spesso esaltato alla maniera biblica, chiari, ad esempio, sono i riferimenti al Cantico dei cantici: Forse tu hai dentro il tuo corpo/Un seme di grande ragione – scrive Alda Merini nel suo Canto dello sposo, concludendo sfinita di passione – eppure in me è la sorpresa/di averti accanto a morire/dopo che un fiume di vita/ ti ha spinto fino all’argine pieno.

Nella complessità del tema della carne e del corpo in Alda Merini, emergono altri connotati, come ad esempio la bellezza. Bellezza, per la poetessa è ciò che salva l’atto carnale dalla miseria, così come la nudità è salvata dal disgusto, dal pudore. Il corpo senza trascendenza nell’altro non è altro che il ludibrio grigio nominato ne La Terra Santa. In questa ottica anche l’eros si trasforma in arte, in poesia. Gianfranco Ravasi la descrive come capace di intrecciare eros e agape, carne e anima, desiderio e fede: come il peccato cede e travolge la fede stessa/fino a diventare a sua volta/il ritmo stesso della fede. Come il peccato è arte/ e come l’arte è il peccato. Continue reading “Di Alda Merini o del corpo del canto”

“Io nel pensier mi fingo”, la poetica di Giacomo Leopardi

In occasione dell’incontro di lettura che si terrà il 9 gennaio, vi proponiamo una riflessione sulla poetica di Giacomo Leopardi, scritto da Alice Figini.

***

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Qualsiasi uomo, di qualsiasi epoca, si identifica con il percorso del pastore, con il suo cammino accidentato, riconosce le domande impellenti rivolte alla Luna che  non otterranno mai risposta e che, almeno una volta, ciascuno nel suo intimo ha espresso a se stesso. Nel  Canto notturno di un pastore errante dell’Asia si manifesta la definizione universale di ogni poesia: nella singolarità dell’io poetico che rivolge domande all’infinità del cielo si riflette un’umanità collettiva, che soffre, si dispera e, ciononostante, vive.  E questo sentire diventa una traccia capace di travalicare il tempo e lo spazio. Dopotutto cos’è la scrittura se non una traccia, uno scarto, qualcosa che resta dell’anima?

Giacomo Leopardi è stato una delle figure più produttive della nostra letteratura, scrisse moltissimo per tutta la vita, mettendo la sua stessa esistenza al servizio della scrittura. Più di trecento opere, a cui si aggiunge la corposa mole, ben 4526 pagine, del suo diario personale, lo Zibaldone che tratta, sul piano filosofico, argomenti di ogni genere.

La poesia di Leopardi, come testimonia l’immensità del canto “L’Infinito”, è tutta penetrata nella mente ed è proprio questa caratteristica a renderla immortale. «Io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura», ciò che percepiamo, attraverso queste parole, è un presente vitale che non cesserà mai di essere. Si tratta di uno spazio del pensiero, intangibile e illimitato, che dà all’esistenza una parvenza di immortalità. Siamo tutti abitati da sempre da una “irrequietezza vitale” che nelle opere di Leopardi prende corpo e vita. Attraverso uno sguardo che indaga nell’umano, il poeta di Recanati è riuscito meglio di chiunque altro a esprimere la “straziante e meravigliosa bellezza del creato”, consegnandoci, attraverso i suoi componimenti, una domanda esistenziale che ancora non trova risposta e che difficilmente sarà esaudita, come una preghiera.

Si tende talvolta a confondere il pessimismo di Leopardi con la malattia che lo costrinse a una vita ritirata, in perenne stato di meditazione. In realtà la malattia non fu mai un fattore limitante nella sua espressione artistica, ma rappresentò piuttosto “uno strumento conoscitivo” che gli permise una più profonda analisi interiore. Tutti i suoi scritti, infatti, mirano all’interiorità e forse proprio per questo motivo riescono così facilmente a entrare in contatto con l’anima dei lettori. Continue reading ““Io nel pensier mi fingo”, la poetica di Giacomo Leopardi”

“Orientarsi con le stelle”, reading dalle poesie di Raymond Carver

Un reading per conoscere Raymond Carver e la sua vita attraverso le poesie dello scrittore americano. Simbolo della resilienza e della scrittura che salva, Carver testimonia con le sue parole la possibilità per ciascuno di ricostruirsi. E lo fa puntellandosi, parola dopo parola – passo dopo passo – con la scrittura. I racconti in primis, genere letterario scelto proprio per il poco tempo che aveva a disposizione, e le poesie, una forma – quest’ultima – che non lo ha mai abbandonato e che Carver utilizzava per “fotografare” la realtà: entità minime che spesso erano l’unità di misura originaria di veri e propri racconti. Non a caso ha scritto anche “racconti in forma di poesia”. Continue reading ““Orientarsi con le stelle”, reading dalle poesie di Raymond Carver”

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