La resilienza della parola

La scrittura come resilienza. La lettura come forma di condivisione e riscoperta della parola. La parola come elemento di interpretazione e comunicazione della bellezza che ci circonda.
La Setta dei Poeti estinti – progetto nato sui social nel 2013 sull’onda del film “L’Attimo fuggente” e poi divenuto un’occasione “fisica e reale” di letteratura condivisa – prende le mosse da queste tre “necessità”, da queste tre convinzioni: la scrittura, la lettura ma prima ancora la capacità imprescindibile del riconoscere per poter raccontare.
Attraverso le parole dei grandi scrittori, infatti, è possibile “trovare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, proprio come scriveva Italo Calvino nell’ultima pagina de Le Città invisibili. Ed è questa una dimensione sia interiore sia esteriore: la grande letteratura fornisce parole e spunti alle nostre intuizioni, al nostro ri-conoscere. Rappresenta uno sprone a fare nostra la parola.
Ma il progetto de La Setta dei Poeti estinti prende le mosse anche da un’altra urgenza per cui rischiamo di perdere la capacità di riconoscere e tradurre in parole la bellezza: siamo sempre più immersi in un mondo digitale che distrae da quanto ci circonda. Limita lo sguardo e la lettura profonda.
Le notifiche, i continui post, la frammentazione di quella che viene definita la “lettura profonda” richiede che si corra ai ripari. Che si sfruttino proprio i social per arginare questa deriva, tale per cui dedichiamo alla parola scritta una frazione di secondo e se non ci piace la gettiamo via senza troppo riflettere, senza approfondire.
Parlare di poesia, pubblicare poesia su Facebook e Instagram è rimasto ormai l’ultimo gancio – che sfrutta proprio lo strumento “colpevole” – per “ricordare” l’urgenza della poesia a quanti ormai faticando a prendere in mano un libro cartaceo – figuriamoci un romanzo lungo – non per poca volontà ma perché qualcosa dall’esterno sta erodendo progressivamente la nostra capacità di leggere testi lunghi e di scrivere. E allora è proprio da questi strumenti – i social e il digitale – che bisogna ripartire per far tornare alla mente di quelli che un tempo erano definiti “lettori forti” la necessità della lettura, della scrittura, della parola.
E se è vero che, come riportano alcune ricerche scientifiche internazionali, ogni giorno leggiamo qualcosa come 34GB di informazioni, a una velocità tale da aver ormai sviluppato solo una attenzione superficiale per tante e troppe cose, il nostro progetto de La Setta dei Poeti estinti vuole creare una nicchia di consapevolezza sulla poesia, sulla scrittura e sulla letteratura – sulla loro necessità per comprendere il prossimo, conoscere se stessi e stare al mondo – che ormai si sta perdendo per mancanza di attenzione. Ci stiamo impoverendo, schiavi del digitale.
Perdere la capacità di attuare la lettura profonda, di contro, rischia di impattare gravemente anche sulla vita democratica del Paese. Come sottolinea in modo molto efficace Maryanne Wolf, nel suo saggio “Lettore, vieni a casa“, edito per i tipi “Vita&Pensiero”, la progressiva perdita dell’abitudine all’approfondimento e la continua fruizione di testi brevi, intuitivi, veloci – unito al deficit ormai diffuso di attenzione – rischia di intaccare anche quella capacità critica che sta alla base di tanta vita democratica e politica di un Paese.

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Make it new! E i poeti risposero

La porta aperta sarà la politica di questa rivista: il grande poeta che stiamo cercando non la troverà mai chiusa, o semiaperta, ad ostacolare il suo genio illimitato!”. Con queste parole Harriet Monroe dichiarò gli intenti di Poetry, rivista fondata dalla scrittrice nel 1912. Con Poetry prese vita l’idea di uno spazio letterario dove poter pubblicare e diffondere arte e poesia liberamente, uno spazio salvo dalle limitazioni dell’editoria popolare. La fede incondizionata della Monroe nella poesia intesa come la più alta e completa espressione di verità e bellezza fu un miracolo per la produzione poetica angloamericana di quel tempo, al punto tale che la storia della poesia di stampo modernista e quella di questa rivista sono inseparabili.

Attiva ancora oggi, la rivista Poetry, nata dall’idea progressista di una donna che credeva fortemente nel miracolo della poesia come strumento rivoluzionario, rappresentò la chiave di volta della diffusione delle avanguardie, del verso libero e di uno dei movimenti letterari più sorprendenti di cui sono qui a scrivere, ovvero l’imagismo.

Se è vero che la Monroe compì una scelta coraggiosa e rivoluzionaria, altrettanto vero fu che questa pioniera trovò un valido supporto in uno dei padri della poesia imagista. Nel 1913 Ezra Pound pubblicò su Poetry una dichiarazione d’intenti dal titolo: A few don’ts by an imagist (Alcune cose da non fare), considerato un vero e proprio manifesto del movimento.

In questa dichiarazione d’intenti si sosteneva la necessità di un linguaggio poetico conciso e chiaro, basato sulla stessa precisione e immediatezza con cui balzano agli occhi le immagini. Di qui poeti come Ezra Pound, Hilda Doolittle, Amy Lowell e molti altri, scelsero di rendersi devoti alla “parola esatta”, alla parola che evocasse un’immagine ben distinta. Si cimentarono cosi nella creazione di nuovi ritmi e immagine dopo immagine fondarono una poetica del movimento.

Make it new!” fu l’espressione utilizzata da Ezra Pound per esortare gli scrittori contemporanei a distaccarsi dalle influenze letterarie del passato. E lui stesso seguì questo monito trovando ispirazione non solo nei movimenti d’avanguardia europei del tempo ma anche alla poesia cinese e giapponese.

Ed è così che Pound lanciò la propria ispirazione oltre i limiti della parola e facendo lavorare l’immaginazione in modo sconfinato, scrisse alcuni haiku in lingua inglese di straordinaria bellezza. Questo il mio preferito: Continue reading “Make it new! E i poeti risposero”

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