Se l’algoritmo censura Catullo

Ieri è accaduto un fatto curioso. Sui nostri social abbiamo pubblicato un carme di Catullo e dopo qualche ora abbiamo ricevuto una notifica da parte di Instagram in cui ci veniva comunicata la rimozione del post perché violava le linee guida della piattaforma e, anzi, si inscriveva nei discorsi inneggianti all’odio. Siamo rimasti interdetti. Sulle prime ci siamo assicurati che quel post non avesse creato altri danni – come la chiusura automatica dell’account. Così non era, per fortuna. 

E’ di qualche giorno fa la notizia secondo cui l’algoritmo di Facebook ha cancellato un’immagine di una statua di Canova perché “nuda”. Immancabile il commento di Vittorio Sgarbi che ha dato della “capra” all’algoritmo. Ebbene, con il nostro post deve essere accaduta un po’ la stessa cosa: l’algoritmo deve aver individuato nell’immagine alcune parole sprezzanti scritte da Catullo – il carme era il n. XVI, per chi volesse andare a rileggerlo – e senza rendersi conto che si trattava di una poesia di uno dei più importanti autori della latinità, ha rimosso il post.  Continue reading “Se l’algoritmo censura Catullo”

Senza vergogna non c’è letteratura

Scrivendo Annie Ernaux compie un gesto etico: «L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla» afferma, riversando di proposito sui lettori una scarica di empatia. Svelando segreti, pronunciando l’innominabile, riesce ad abbattere una barriera, inaugurando una nuova forma di autobiografia non più individuale, ma sociologica.
Si tratta di una forma peculiare di letteratura di introspezione, che trae origine da una ferita. Appare evidente in questo senso il legame con Paul Auster, a cui Ernaux è senz’altro debitrice, citato in esergo «Il linguaggio non è la verità. È il nostro modo di esistere nel mondo». Allo stesso modo l’autrice francese concepisce il proprio discorso letterario, nella prospettiva postmoderna della relazione tra linguaggio e realtà.
Non conta più la narrazione di una storia, piuttosto l’analisi di un sentimento, di uno specifico stato d’animo; una certa percezione della vita e del mondo che circonda l’essere umano. È con questa consapevolezza che ci si deve accostare alla scrittura di Annie Ernaux: spesso è impietosa, trafigge come un coltello, tuttavia ha l’innata capacità di purificare lo sguardo e ampliare il pensiero di chi legge. Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore dell’opera dell’autrice francese in Italia, ha affermato: «Tradurre Annie Ernaux mi rende una persona migliore», ebbene, in qualità di lettori, non si può far altro che dargli ragione.
La vergogna è un tema ricorrente nelle opere di Annie Ernaux. Se ne trova la più compiuta rappresentazione nel romanzo La Honte, pubblicato da Gallimard nel febbraio 1997 e apparso per la prima volta in Italia nel 1999, edito da Rizzoli, con una traduzione di Orietta Orel. Il libro è recentemente tornato sugli scaffali delle nostre librerie in una nuova traduzione di Lorenzo Flabbi con un titolo più aderente e incisivo: La vergogna.
In una copertina rosso scuro corredata dalle note sagome che accompagnano tutti i libri dell’autrice pubblicati da L’Orma editore, La vergogna sembra aggiungere il tassello mancante all’autobiografia letteraria di Annie Ernaux che i lettori italiani hanno scoperto soltanto in tempi recenti. Vent’anni dopo la prima pubblicazione, il libro conserva tutta la sua freschezza, e soprattutto l’immediatezza della narrazione.
Schietto, crudo, senza fronzoli, estremamente vero fin da quella primissima frase; un incipit diretto, drammatico, sconcertante: «Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio».
È il racconto di un trauma, rivelato come un segreto, che Annie Ernaux afferma di aver confessato solo «a pochi uomini nella sua vita»; e viene ora, attraverso l’artificio della scrittura, reso pubblico.
L’autrice resuscita la bambina che è stata, facendo rivivere i suoi sentimenti, mostrando la progressiva corruzione della sua innocenza. Inizia così una ricerca tra gli archivi e le memorie dell’epoca nel tentativo di far rivivere i luoghi e le atmosfere di quell’anno capitale della sua esistenza, il 1952, che segna per lei uno spartiacque, l’ultima data certa della sua infanzia.
Per la prima volta Ernaux si definisce «etnologa di sé stessa» e rivela, in costante dialogo con il lettore, la ferita alla base della sua scrittura: «La mia convinzione che fosse proprio quell’episodio che mi spingeva a scrivere, che sia proprio esso alla base dei miei libri». La narrazione è infatti intermezzata da continui riferimenti metatestuali, come se la messa per iscritto conferisse un’identità altra al testo, lo riversasse sugli altri rendendo così quanto accaduto meno personale.

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Vi racconto Pierluigi Cappello

di Maria Francesca Di Feo

Conobbi Pierluigi Cappello durante la quarta liceo, quando mi interessavo di poesia da alcuni anni: per il mio diciassettesimo compleanno un amico friulano mi regalò la silloge Mandate a dire all’imperatore, vincitrice del premio Viareggio-Repaci (2010). Mi stupì e commosse. Considerata da molti l’apice del suo percorso letterario, la raccolta mostra il cuore della poesia di Cappello, risonante saggezza disarmata e spoglia. La realtà fermata dai suoi versi rende il lettore parte di una comunità silenziosa, in cui ogni parola si configura come misurato incastro e faticosa conquista. Divorai quel libro più e più volte, fino a tenerlo sempre nello zaino o in borsa, al punto che è tuttora tra i miei più consumati. Trovai il coraggio di scrivere direttamente a Pierluigi qualche mese dopo, nel maggio del 2013. Fu quel mio stesso amico, che collaborava con un giornale locale, a fornirmi l’indirizzo di posta elettronica. Impiegai ore e ore a scrivere quella breve presentazione di me stessa, unita a un sentito e ossequioso ringraziamento per la sua opera: mi ero ormai convinta di scrivere a un gigante, a una delle persone più importanti nei miei neanche diciott’anni. Decisi anche di allegargli qualche mia poesia: già che c’ero, pensai, non avevo nulla da perdere. Pierluigi mi rispose in neanche due giorni, con una mail bellissima che iniziava così:

“Gentile Maria Francesca,

il suo entusiasmo merita una risposta. Sono felice che i miei versi possano parlarle e accompagnarla durante le sue giornate. Sono anche dell’idea che il merito non appartenga del tutto a me ma vada diviso equamente. Diciamo che un po’ del merito è mio e un poco è suo, perché ogni volta che lei legge un mio verso, lo fa rivivere con la sua sensibilità, con le sue esperienze di lettura fin qui accumulate, e con la percezione che lei stessa ha dell’esistenza e del mondo. Diciamo ancora che se i miei versi nascono da me, rinascono ogni volta in chi li legge e mi fa piacere che lei li abbia fatti nascere una volta di più.

Mi sento lieve quando ricevo mail come la sua, mi sento come se fossi riuscito ad assolvere un compito, come se il senso dello scrivere poesia in questa società di ferro mi venisse restituito con calore e in un colpo solo. Grazie.”

Concludeva annunciandomi che avrei potuto scrivergli, nonostante la valanga di posta che riceveva, e che avrebbe letto le mie poesie appena terminato un libro per Rizzoli (“Questa libertà”, edito nel settembre 2013) e dopo aver assolto agli impegni da giurato al Viareggio. Ci scambiammo alcuni altri messaggi per iniziare a conoscerci, fino a che nel periodo natalizio mi invitò a fargli visita a Tricesimo (in provincia di Udine).

PIERLUIGI ABITAVA…

Era una fredda mattina di fine dicembre; il 28, per la precisione. Pierluigi abitava in una piccola casa di legno, un prefabbricato costruito coi fondi dell’Unione Europea per la regione Friuli dopo il terremoto del ’76. Dal centro del paese vi si arrivava dopo un tratto di strada in salita, accanto al quale sorgevano poche altre case e una struttura residenziale per anziani. Era un posto incredibilmente tranquillo, dove si respirava l’aria dei colli in prossimità delle Alpi e della non distante frontiera. Della casa di Pierluigi mi catturò subito la scrivania ricolma di carte, e la libreria che sembrava abbracciare l’intera stanza d’ingresso, la quale fungeva anche da studio e da salotto. Non ricordo le parole precise con cui mi accolse, ma solo il suo sorriso discreto e luminoso, che immediatamente balenò e che ritornava ogni qualvolta la conversazione lo divertisse.

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“Un uomo che legge ne vale due”, la libreria della Rue Charras di Kaouther Adimi

Kaouther Adimi giovane vincitrice del Premio Goncourt confessa di aver iniziato a scrivere da bambina perché non aveva libri da leggere. Autrice algerina-francofona ha trent’anni ma sembra poco più di una ragazzina, mentre con voce bassa e pacata racconta la trama del suo ultimo libro La libreria della Rue Charras (L’Orma editore), vero e proprio caso letterario in Francia. Solo in apparenza la storia romanzata di un editore, in realtà questo romanzo tra le righe nasconde ben altro: uno scontro culturale che si riflette appieno nell’attualità del nostro presente. Adimi mette in luce con una narrazione semplice e scorrevole il problema dell’Algeria, la sua identità francofona che rende il Paese un incrocio di culture tra l’Europa e l’Africa.

«Non siamo noi ad abitare i luoghi, ma sono i luoghi ad abitare noi», afferma malinconicamente uno dei protagonisti di La libreria della Rue Charras alla fine del libro. Rimane un ultimo testimone, Abdallah, a fare da custode a Nos Richesses quel patrimonio inestimabile di libri e valori che hanno fondato un’intera esistenza sull’idea che, per l’appunto, le vere ricchezze della vita siano quelle testuali, interiori.
Abdallah sosta davanti alla libreria con un telo bianco posato sulle spalle come un sudario, gli occhi neri, talmente scuri che non si riesce a vederne neanche l’iride. Sembra il fantasma di un tempo ormai scomparso, riunisce nella sua persona due binari temporali: passato e presente che tengono le fila della narrazione.

Nel 1936 al due bis della Rue Charras apre le Éditions Charlot. Viene mostrato al lettore dapprima il fermento di un luogo che diventa veicolo di cultura, poi una vetrina opaca, una stanza polverosa che attende di essere sgomberata, ormai ridotta a reperto archeologico di un’altra epoca. In Algeria il ventenne Edmond Charlot, studente difficile e con la testa tra le nuvole, rinuncia all’università per dedicarsi anima e corpo all’impresa di fondare una libreria-casa editrice, incoraggiato dal suo insegnante di filosofia. Scrive sul suo diario il 5 maggio 1936: «Sarà una biblioteca, una libreria, una casa editrice, ma sarà innanzitutto un luogo per gli amici che amano la letteratura e il Mediterraneo».
Quasi un secolo dopo a Parigi, Ryad, studente di ingegneria, cerca disperatamente un’attività da svolgere come tirocinio curricolare. Il caso lo riporterà in Algeria, suo paese natale, incaricandolo di un compito ingrato: sgomberare la libreria di Rue Charras e ritinteggiarla per dare spazio a un nuovo locale, una pasticceria. Nello stesso luogo in cui uno studente si era battuto per amore dei libri, un altro “guarda quei caratteri neri stampati sulla carta e tutto ciò a cui pensa sono gli acari.” (p.76) Costruzione e distruzione della libreria si alternano nel romanzo con un ritmo avvincente in una narrazione ricca di personaggi divertenti e indimenticabili, pervasa dal fascino esotico di un paesaggio dalle mille sfumature di colori e misteri.

Kaouther Adimi ci conduce per mano per le viuzze di una città immaginifica baciata dal sole, facendoci vivere le sue atmosfere e incontrare la sua gente: «Ad Algeri non ci sarà mai un’alba senza una baruffa di gatti» (p.48). Si sente l’azzurro del cielo sulla testa e le piogge improvvise; si assiste all’esordio di scrittori del calibro di Albert Camus e alla tragica fine di Antoine de Saint-Exupéry, l’autore de Il Piccolo Principe, precipitato a bordo del suo velivolo. È la storia di un amore illimitato per la letteratura, capace di sopravvivere alla censura, alle restrizioni imposte dalla guerra che si rivelano nel dramma di “trovare la carta” per continuare le pubblicazioni. Tra attimi di esaltazione, successi e devastazioni, non mancano neppure i momenti di scoramento, riflessi nelle memorie di Charlot: «L’editoria ha condizionato la mia intera esistenza, finirà per portarmi via moglie e figli». (p. 130)

La Libreria della Rue Charras è un libro particolare proprio per l’alternanza di punti di vista che si trova al suo interno, che non frammentano la lettura, al contrario la rendono più avvincente: dalla terza persona singolare alla prima persona plurale, il tutto arricchito dalla narrazione diaristica attraverso l’espediente del fantomatico taccuino di Edmond Charlot.

Nella parte centrale del romanzo rivive anche una pagina inedita di storia: il massacro di centinaia di algerini avvenuto a Parigi il 17 ottobre 1961, un fatto tuttora considerato un “non avvenimento” e non riconosciuto dallo stato francese. Una piaga ancora aperta che viene affrontata in questo libro con un lucidità senza precedenti. Adimi spiazza il lettore adottando in questa descrizione il punto di vista dei francesi. Una prima persona plurale che improvvisamente passa dalla parte del nemico abbracciando il suo sguardo. Una scelta stilistica sorprendente in grado di aggiungere un carico di violenza, di ferocia inaudita alla scrittura, che d’un tratto prende un ritmo vorticoso, una parola dopo l’altra, delineando un’escalation di aggressività e orrore.
Nei libri di storia dei licei francesi il riferimento al massacro occupa poche righe, qui vengono dedicate all’avvenimento parecchie pagine e il tutto viene ricollegato al presente in modo drammatico, lasciando intuire la ferita di una memoria ancora sanguinante.
Un uomo che legge ne vale due”, recita così l’insegna della libreria Nos Richesses. Una scritta duplice, in francese e in arabo, ribadisce la volontà di creare un ponte d’unione tra le due culture.
Tra le pareti di questa stanzetta angusta e polverosa passa la storia del mondo, di intere generazioni. Il progetto di Edmond Charlot dà vita a un ideale di letteratura cosmopolita, senza distinzioni di lingua, nazionalità o religione.
Un messaggio forte che trapela tra le righe e commuove è il potere salvifico dei libri, che risiede nella loro capacità di rivoluzionare le esistenze. Libri che vengono rilegati, stampati, curati nel dettaglio della stampa e delle copertine. Libri spesso offerti in dono, libri che salvano. Continue reading ““Un uomo che legge ne vale due”, la libreria della Rue Charras di Kaouther Adimi”

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