Nazim Hikmet. Le mie parole erano uomini

L’amore che ha cantato Hikmet è il sentimento nella sua forma più estrema e onnicomprensiva: l’amore per la vita. Le sue poesie di certo parlano d’amore, lo sussurrano in ogni verso, ci pervadono di una pienezza carnale, viva, palpitante, con il loro ritmo scandito riescono addirittura a farsi udire come il battito di un cuore: eppure sono il canto solitario di un uomo che ha amato ogni cosa del mondo con un abbandono totale e struggente; sono il suo grido di coraggio dalla cella di una prigione; sono idee appassionate espresse con una tenerezza in grado di abbracciare l’intera razza umana.

Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Recita così una delle sue poesie più celebri, consacrata dal regista Ferzan Özpetek con la magistrale interpretazione di Margherita Buy nel film Le fate ignoranti, che ha di certo contribuito a diffondere la fama del poeta turco nel nostro Paese.

La poesia di Nazim Hikmet è il canto melanconico di un uomo in esilio che per motivi politici fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita lontano dalla terra natale, la Turchia. Giovanissimo si avvicinò al pensiero comunista ed emigrò in Russia dove ebbe occasione di studiare sociologia e conoscere Lenin, Majakovskij e altri intellettuali della rivoluzione. In patria le sue poesie vennero bandite con l’accusa di incitare il popolo alla rivolta e, al suo ritorno, Hikmet si rivelò un personaggio scomodo per il regime. Nel 1938, in seguito alla diffusione di alcuni suoi romanzi e drammi teatrali, fu condannato a ventotto anni di carcere. La prigione sarà di ispirazione per le sue liriche più belle; dietro le sbarre comporrà infatti il poema epico Paesaggi umani della mia terra, considerato il suo capolavoro.

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Vi racconto Pierluigi Cappello

di Maria Francesca Di Feo

Conobbi Pierluigi Cappello durante la quarta liceo, quando mi interessavo di poesia da alcuni anni: per il mio diciassettesimo compleanno un amico friulano mi regalò la silloge Mandate a dire all’imperatore, vincitrice del premio Viareggio-Repaci (2010). Mi stupì e commosse. Considerata da molti l’apice del suo percorso letterario, la raccolta mostra il cuore della poesia di Cappello, risonante saggezza disarmata e spoglia. La realtà fermata dai suoi versi rende il lettore parte di una comunità silenziosa, in cui ogni parola si configura come misurato incastro e faticosa conquista. Divorai quel libro più e più volte, fino a tenerlo sempre nello zaino o in borsa, al punto che è tuttora tra i miei più consumati. Trovai il coraggio di scrivere direttamente a Pierluigi qualche mese dopo, nel maggio del 2013. Fu quel mio stesso amico, che collaborava con un giornale locale, a fornirmi l’indirizzo di posta elettronica. Impiegai ore e ore a scrivere quella breve presentazione di me stessa, unita a un sentito e ossequioso ringraziamento per la sua opera: mi ero ormai convinta di scrivere a un gigante, a una delle persone più importanti nei miei neanche diciott’anni. Decisi anche di allegargli qualche mia poesia: già che c’ero, pensai, non avevo nulla da perdere. Pierluigi mi rispose in neanche due giorni, con una mail bellissima che iniziava così:

“Gentile Maria Francesca,

il suo entusiasmo merita una risposta. Sono felice che i miei versi possano parlarle e accompagnarla durante le sue giornate. Sono anche dell’idea che il merito non appartenga del tutto a me ma vada diviso equamente. Diciamo che un po’ del merito è mio e un poco è suo, perché ogni volta che lei legge un mio verso, lo fa rivivere con la sua sensibilità, con le sue esperienze di lettura fin qui accumulate, e con la percezione che lei stessa ha dell’esistenza e del mondo. Diciamo ancora che se i miei versi nascono da me, rinascono ogni volta in chi li legge e mi fa piacere che lei li abbia fatti nascere una volta di più.

Mi sento lieve quando ricevo mail come la sua, mi sento come se fossi riuscito ad assolvere un compito, come se il senso dello scrivere poesia in questa società di ferro mi venisse restituito con calore e in un colpo solo. Grazie.”

Concludeva annunciandomi che avrei potuto scrivergli, nonostante la valanga di posta che riceveva, e che avrebbe letto le mie poesie appena terminato un libro per Rizzoli (“Questa libertà”, edito nel settembre 2013) e dopo aver assolto agli impegni da giurato al Viareggio. Ci scambiammo alcuni altri messaggi per iniziare a conoscerci, fino a che nel periodo natalizio mi invitò a fargli visita a Tricesimo (in provincia di Udine).

PIERLUIGI ABITAVA…

Era una fredda mattina di fine dicembre; il 28, per la precisione. Pierluigi abitava in una piccola casa di legno, un prefabbricato costruito coi fondi dell’Unione Europea per la regione Friuli dopo il terremoto del ’76. Dal centro del paese vi si arrivava dopo un tratto di strada in salita, accanto al quale sorgevano poche altre case e una struttura residenziale per anziani. Era un posto incredibilmente tranquillo, dove si respirava l’aria dei colli in prossimità delle Alpi e della non distante frontiera. Della casa di Pierluigi mi catturò subito la scrivania ricolma di carte, e la libreria che sembrava abbracciare l’intera stanza d’ingresso, la quale fungeva anche da studio e da salotto. Non ricordo le parole precise con cui mi accolse, ma solo il suo sorriso discreto e luminoso, che immediatamente balenò e che ritornava ogni qualvolta la conversazione lo divertisse.

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La resilienza della parola

La scrittura come resilienza. La lettura come forma di condivisione e riscoperta della parola. La parola come elemento di interpretazione e comunicazione della bellezza che ci circonda.
La Setta dei Poeti estinti – progetto nato sui social nel 2013 sull’onda del film “L’Attimo fuggente” e poi divenuto un’occasione “fisica e reale” di letteratura condivisa – prende le mosse da queste tre “necessità”, da queste tre convinzioni: la scrittura, la lettura ma prima ancora la capacità imprescindibile del riconoscere per poter raccontare.
Attraverso le parole dei grandi scrittori, infatti, è possibile “trovare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, proprio come scriveva Italo Calvino nell’ultima pagina de Le Città invisibili. Ed è questa una dimensione sia interiore sia esteriore: la grande letteratura fornisce parole e spunti alle nostre intuizioni, al nostro ri-conoscere. Rappresenta uno sprone a fare nostra la parola.
Ma il progetto de La Setta dei Poeti estinti prende le mosse anche da un’altra urgenza per cui rischiamo di perdere la capacità di riconoscere e tradurre in parole la bellezza: siamo sempre più immersi in un mondo digitale che distrae da quanto ci circonda. Limita lo sguardo e la lettura profonda.
Le notifiche, i continui post, la frammentazione di quella che viene definita la “lettura profonda” richiede che si corra ai ripari. Che si sfruttino proprio i social per arginare questa deriva, tale per cui dedichiamo alla parola scritta una frazione di secondo e se non ci piace la gettiamo via senza troppo riflettere, senza approfondire.
Parlare di poesia, pubblicare poesia su Facebook e Instagram è rimasto ormai l’ultimo gancio – che sfrutta proprio lo strumento “colpevole” – per “ricordare” l’urgenza della poesia a quanti ormai faticando a prendere in mano un libro cartaceo – figuriamoci un romanzo lungo – non per poca volontà ma perché qualcosa dall’esterno sta erodendo progressivamente la nostra capacità di leggere testi lunghi e di scrivere. E allora è proprio da questi strumenti – i social e il digitale – che bisogna ripartire per far tornare alla mente di quelli che un tempo erano definiti “lettori forti” la necessità della lettura, della scrittura, della parola.
E se è vero che, come riportano alcune ricerche scientifiche internazionali, ogni giorno leggiamo qualcosa come 34GB di informazioni, a una velocità tale da aver ormai sviluppato solo una attenzione superficiale per tante e troppe cose, il nostro progetto de La Setta dei Poeti estinti vuole creare una nicchia di consapevolezza sulla poesia, sulla scrittura e sulla letteratura – sulla loro necessità per comprendere il prossimo, conoscere se stessi e stare al mondo – che ormai si sta perdendo per mancanza di attenzione. Ci stiamo impoverendo, schiavi del digitale.
Perdere la capacità di attuare la lettura profonda, di contro, rischia di impattare gravemente anche sulla vita democratica del Paese. Come sottolinea in modo molto efficace Maryanne Wolf, nel suo saggio “Lettore, vieni a casa“, edito per i tipi “Vita&Pensiero”, la progressiva perdita dell’abitudine all’approfondimento e la continua fruizione di testi brevi, intuitivi, veloci – unito al deficit ormai diffuso di attenzione – rischia di intaccare anche quella capacità critica che sta alla base di tanta vita democratica e politica di un Paese.

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Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi

In occasione della serata di letture dedicata a Fernando Pessoa, organizzata insieme all’hub culturale della Regione Lazio “Spazio Moby Dick”, il 25 maggio 2018, pubblichiamo una breve “guida all’ascolto” sugli scritti del poeta portoghese.

Il sogno, il confine dell’umano inteso come spartiacque e punto di contatto tra interiorità e mondo esterno, la vita vissuta in un sentire amplificato, sconvolto dalla capacità percettiva che scova sensi e significati in ogni gesto, in ogni accadimento. E ancora, la “convivenza” degli eteronimi, che guardano – senza sosta – a quell’ortonimo cui tutto torna: Fernando Pessoa.

Gli scritti del poeta e scrittore portoghese sono una lente di ingrandimento sulla società e sull’uomo che ha come punto di partenza il singolo. Per molti aspetti, la poesia e quell’enorme zibaldone di pensieri qual è Il Libro dell’Inquietudine rappresentano lo sforzo ontologico di Fernando Pessoa, con una ricerca che ha come punto di congiunzione con l’altro la pelle, l’occhio, i sensi, il confine dell’uomo con il mondo esterno. E la ricerca di significato nei segni, quando è rivolta verso l’interiorità, indaga le percezioni ricevute e – prima su tutti – ha come luogo il sogno. È nella dimensione onirica che Pessoa crea e vive una realtà parallela, qui trova rifugio:

E il sogno, la vergogna di fuggire  verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! […] E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita…assurda come un orologio civico fermo. Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo cosciente…che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra. (Libro dell’Inquietudine, pp.39,40 – ed Feltrinelli 2001)

Ed è da questa commistione tra reale e sogno che nascono poi i cosiddetti eteronimi di Fernando Pessoa, personaggi con una loro specificità – dalla data di nascita e morte alla poetica, agli studi, alla biografia. Esistenze “immaginarie” ma con una dignità di persona. I più noti sono Álvaro de Campos (nato a Tavira, in Portogallo, nel 1890. Studiò ingegneria e si trasferì a vivere in Scozia. Viaggiò molto e morì – insieme con Pessoa – il 30 novembre 1935), Ricardo Reis (medico di ideologia monarchica che si trasferì in Brasile per protesta nei confronti della Repubblica portoghese – non si conosce la data della sua morte), Alberto Caeiro (nato a Lisbona, contadino, la sua visione della vita si può riassumere nel verso “C’è sufficiente metafisica nel non pensare a niente”. La sua opera è raccolta nel volume “Poemas Completos de Alberto Caeiro”) e Bernardo Soares. Quest’ultimo è considerato un eteronimo incompleto, visti i numerosi punti di contatto con la realtà viva e vissuta di Fernando Pessoa. Come Pessoa, infatti, Soares era un grigio impiegato, come Pessoa spesso si rivolge al sogno, come Pessoa vede riflesso nei microcosmi cittadini il mondo intero. E soprattutto a Bernardo Soares è attribuito “Il Libro dell’Inquietudine”.

Pessoa iniziò fin da piccolo a vivere insieme ai suoi eteronimi. In una lettera scritta il 13 gennaio 1935 ad Adolfo Casais Monteiro, lo scrittore portoghese racconta:

“Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”

La realtà conosciuta da Pessoa è quindi un caleidoscopio di sensazioni ed esperienze vissute su diverse dimensioni: gli eteronimi – ciascuno con la propria visione della vita e il proprio sentire – la vita vissuta da Fernando Pessoa e il sogno.

Sempre nella stessa missiva inviata a Monteiro, Pessoa aggiunge:

“L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso”.

Mentre ne Il Libro dell’inquietudine leggiamo: Continue reading “Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi”

Modernismi perturbanti: Kawabata, Anderson e Barthelme

Il racconto è una forma breve in cui condensare ciò che spesso nei romanzi si svolge in centinaia di pagine. L’efficacia delle short stories sta quindi nell’immediatezza del senso e del significato. Spesso proprio i racconti diventano espressione di vere e proprie correnti letterarie, come accade con questi tre racconti di Yasunari Kawabata, Sherwood Anderson Donald Barthelme che vogliamo proporvi.

Nel racconto breve One Arm di Kawabata (tradotto in italiano come “Il Braccio”) la presenza degli oggetti rievoca l’esperienza erotica del protagonista con la giovane donna. Esperienza rappresentata dal gesto significativo dell’amputazione e impianto di un braccio. In questo senso l’incipit del racconto sembra essere fondamentale, poichè è nella prima frase pronunciata dalla ragazza che ha origine il tutto: “I can let you have one of my arms for the night”. Emerge così in modo istantaneo l’idea del concedersi all’uomo, atto proprio dell’universo femminile. A conferma dell’intenzione subito si fanno strada due aspetti fondamentali: la simbologia dell’elemento fallico riconoscibile nel braccio ed il tempo dell’azione che si colloca nella notte, luogo temporale irrazionale ed onirico in cui il gesto erotico avrà luogo.

La premessa iniziale di questo gesto, non è solo il prestito del braccio ma anche il passaggio dell’anello da una mano all’altra. L’anello, interpretato dall’uomo come un anello di fidanzamento (engagement ring), viene in realtà definito dalla ragazza un ricordo d’amore, un pegno (keepsake). In realtà, nell’etimologia di quest’ ultimo termine sono contenuti due importanti riferimenti: il primo è legato al termine keep che significa mantenere, conservare e l’altro al termine sake, che vuol dire amore, motivo, interesse, ragione. La ragazza racconta all’uomo che l’anello è un dono della mamma, che dunque metaforicamente si rende “guardiana con amore “della purezza della giovane donna. Non a caso l’anello, dalle caratteristiche strutturali e simboliche che lo qualificano come un oggetto sostitutivo di una relazione amorosa sana, è d’argento e non d’oro, dunque di preziosità inferiore e è non un anello di fidanzamento ma solo un pegno, un a memoria, un ricordo .

Ancora a proposito dell’anello, cosa dire della rotondità? Il cerchio, la forma avvolgente più perfetta, è da sempre considerato simbolo di protezione ed usato come fortificazione attorno alle città, ai templi, alle tombe per impedire a nemici e demoni di entrare. Tanto più che nelle pratiche magiche si usa tracciarlo intorno alla persona che deve essere difesa. In tutto il racconto, quasi in modo ossessivo si associa la rotondità all’universo femminile, come a sottolineare la forza della genealogia matrilineare della ragazza, genealogia preannunciata dalla storia familiare.

Come oggetto prezioso, il cerchio protettore prende la forma della collana, del braccialetto e, con forza maggiore, dell’anello amuleto o talismano che in tutti i popoli dall’antichità serviva a proteggere le dita, considerate i punti più sensibili e vulnerabili perché strumenti primi di emissione e ricezione dei fluidi magici. Dunque l’anello, simbolo di un legame e della storia della donna, viene trasferito alla mano del braccio prestato all’uomo con un gesto ufficiale di concessione  e solenne della donna. Ed ecco che l’anello passa dall’anulare della mano sinistra a quello della mano destra, ovvero dal legame d’amore indissolubile con la madre protettrice al legame fittizio con l’uomo.

La forza dell’universo femminile, preannunciata da questo gesto e dalla presenza materna che preserva e protegge, invade letteralmente tutto il racconto. Il braccio sembra quasi attentare alla vita dell’uomo nel momento dell’amputazione e sostituzione, come se gli odori inebrianti, la rotondità delle forme e la presenza costante delle dita affusolate della giovane donna, rendessero l’uomo incapace di restare lucido. A tal proposito vorrei soffermarmi sull’etimologia della parola“disarm”, disarmare che significa letteralmente privare di un’arma e che associa il termine braccio al termine spada, potere.

Come accade nell’Odissea, in cui gli uomini, inebriati e resi ottusi dal richiamo delle sirene o della maga Circe, soccombono alla forza della potenza femminile irrazionale e dionisiaca, allo stesso modo il protagonista di One Arm, in una notte visionaria avvolta da una fitta nebbia satura del profumo di magnolia, soccombe alla sensualità della natura femminile, temendo ad un certo punto di perdere la vita, atterrito dall’assenza del battito sanguigno. Aspetto che evoca immediatamente, non solo la femminilità racchiusa nella sfera simbolica del sangue, come elemento femminile per eccellenza associato alla fertilità e alla perdita di verginità, ma anche al candore della magnolia. Il sangue e la magnolia, richiamati visivamente con tanta forza dallo stile modernista di Kawabata, rendono al lettore l’immagine di una purezza macchiata e violata, come in un dipinto. Ed è così che, in un incipit dalla semplicità apparente, la donna, evocando la propria genealogia, come in una sorta di rito magico, infonde la vita ed il potere  guaritore dell’amore al braccio, ben prima di consegnarlo all’uomo. In questo atto di “maternità” la ragazza stabilisce il proprio potere matriarcale di generatrice di vita. Ed ecco che il braccio, se trattato con gentilezza, può anche parlare ed acquistare pagina dopo pagina sembianze umane. La bellezza e l’acutezza dell’elemento della magnolia, presente nel racconto come profumo che satura l’aria densa di nebbia, è straordinaria a mio avviso. La magnolia rappresenta infatti la sensualità e la passione, ma anche la riservatezza e la paura. Infatti, questa pianta si costituisce di fiori, foglie e corteccia ed è per questo motivo che si crede contenga le caratteristiche di amore come elemento guaritore, di resistenza e sensualità allo stesso tempo. Tanto che nel linguaggio dei fiori è simbolo di dignità e perseveranza, di nobiltà e bellezza. La magnolia è inoltre una delle piante più antiche al mondo e si dice che sia sopravvissuta all’era glaciale. Continue reading “Modernismi perturbanti: Kawabata, Anderson e Barthelme”

Di Alda Merini o del corpo del canto

Pubblichiamo un articolo della nostra Mara Sabia, comparso anche nella rivista Sineresi, sulla poetica di Alda Merini. Sabato 27 e domenica 28 gennaio, le serate di lettura dalle opere della poetessa milanese, a Roma.

***

(…)
Quando gli amanti gemono
Sono i signori della terra
E sono vicini a Dio
Come i santi più ebbri.
(…)

– A. Merini, Quando gli innamorati si parlano.

 

Piccola ape furibonda, meretrice, santa, sanguinaria, solo una isterica, la pazza della porta accanto. Inutile e riduttivo tentare di definire Alda Merini, anche attraverso le sue stesse autobiografiche definizioni. Conviene piuttosto prendere atto delle infinite, singolari e contraddittorie caratteristiche del suo vissuto e del suo genio. Scrivere di Merini implica trattare l’incandescente materia manicomiale, fare i conti con il canto che sorge terribile e splendido in momenti di una speciale lucidità benché i fantasmi che recitano da protagonisti nel teatro della sua mente provengano spesso da luoghi frequentati durante la follia, come scrive Maria Corti. Una poesia, quella meriniana, in cui spesso bisogna discernere il fango dai diamanti, proprio perché nata in dette, eloquenti, condizioni e che sarebbe impossibile da leggere se fosse scissa dalla biografia della poetessa.

Una poesia difficile, contrariamente a quanto appare e che presenta caratteristiche specifiche e originali. Forse Rilke, o forse nessuno, costituisce, oltre alle matrici classiche, la tradizione a cui si rifà Merini. Una lirica metaforica, dal linguaggio contrastante, forbito e modesto, comune e spirituale, degno di messali, alle volte. Un canto che avvicina Dio e uomo in molteplici modi. Li mischia, li sovrappone, li confonde. Misticamente. Leggere Merini significa prepararsi al dualismo e al compenetrarsi di cielo e terra, di carne e spiritualità, di corpo e anima: probabilmente non vi è aspetto più interessante di questo nella poetica meriniana. Una voce potentemente ossimorica che trae il suo meglio dalla tensione dolorosa della eterna convivenza di angeli e demoni. Per dirlo con le parole di Merini: “solo angeli e demoni parlano la stessa lingua da sempre“. Puro corpo e puro spirito, quasi a ricalcare le Scritture, è il motivo dell’intera opera meriniana e delle figure che la compongono. Gli Amanti sono puro corpo e puro spirito: coloro che umani, terrestri, gemono e contemporaneamente, in tale linguaggio, sono vicini a Dio come i santi più ebbri. Sono puro corpo e puro spirito i matti dipinti nelle pagine del capolavoro la Terra Santa in cui sono profeti, mistici, angeli, santi. Puro corpo e puro spirito sono i poeti, i medici, gli amici della poetessa ritratti in versi. Ella stessa e il suo canto sono pura carne e puro spirito. E allora “corpo” è parola amata e ricorrente. È scelta emblematica nel titolo del testo “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù”. Quel Gesù che è pietra, carne e spirito, che da solo si annienta nei sensi e nello spirito per una prova d’amore. Il “corpo” meriniano non è mero un contenitore per l’anima o un mezzo per la poesia, ma è un modo, un mistero meraviglioso, una domanda sconvolta, è la poesia stessa. Scrive Merini: Gli inguini sono tormento/sono poesia e paranoia/delirio di uomini. /Perdersi nella giungla dei sensi, /asfaltare l’anima di veleno,/ma dagli inguini può germogliare Dio. Il corpo qui è poesia, paranoia, perdita, ma anche porta sul divino. Il corpo cantato da Merini è spesso esaltato alla maniera biblica, chiari, ad esempio, sono i riferimenti al Cantico dei cantici: Forse tu hai dentro il tuo corpo/Un seme di grande ragione – scrive Alda Merini nel suo Canto dello sposo, concludendo sfinita di passione – eppure in me è la sorpresa/di averti accanto a morire/dopo che un fiume di vita/ ti ha spinto fino all’argine pieno.

Nella complessità del tema della carne e del corpo in Alda Merini, emergono altri connotati, come ad esempio la bellezza. Bellezza, per la poetessa è ciò che salva l’atto carnale dalla miseria, così come la nudità è salvata dal disgusto, dal pudore. Il corpo senza trascendenza nell’altro non è altro che il ludibrio grigio nominato ne La Terra Santa. In questa ottica anche l’eros si trasforma in arte, in poesia. Gianfranco Ravasi la descrive come capace di intrecciare eros e agape, carne e anima, desiderio e fede: come il peccato cede e travolge la fede stessa/fino a diventare a sua volta/il ritmo stesso della fede. Come il peccato è arte/ e come l’arte è il peccato. Continue reading “Di Alda Merini o del corpo del canto”

La recensione: Gli anni del nostro incanto, di Giuseppe Lupo

I fiori nel portapacchi papà li aveva regalati a mamma un mattino di aprile, per l’anniversario delle nozze. Aveva appena smesso di piovere, ma le strade erano asciutte, tanto che nella foto dove ci siamo tutti non si vedono pozzanghere. Io sono quella che mia madre stringe al petto. Ero nata quasi da un anno, ridevo come un angelo al vento della Vespa e l’aria mi entrava in bocca.

Mamma non se n’era accorta. Nella foto ha il busto rigido, lo sguardo preoccupato dalle manovre di papà che zizgzagava da spadaccino tra le automobili e i cartelli. Sembra voglia chiedere di andare piano, ma ha paura di distrarlo, solo qualche ciocca dei capelli sfugge al controllo delle forcine. Era la sua pettinatura preferita.: un toupet morbido e con qualche ciuffo ribelle, come deve essere nelle regole dell’età in cui il sangue è ancora acerbo e i giorni sono lunghi, perché è così che si annuncia la vita sbarluscenta, come la chiamava lei, l’epoca luminosa che tutti noi attraversiamo, quando ci sentiamo il mondo in tasca.

In un’epoca come la nostra in cui lo strumento dei social network permette con pochi clic di condividere fotografie, scatti e ricordi, il romanzo “Gli anni del nostro incanto” – scritto da Giuseppe Lupo e pubblicato da Marsilio – fa pensare. Tutto parte da una memoria, da una fotografia pubblicata sulla rivista Gioia, che ritrae una famiglia mentre in Vespa attraversa Milano. Uno scatto che il giornale mette in pagina per raccontare la spensieratezza degli anni del boom economico italiano, quando ancora si poteva andare in Vespa con il vento tra i capelli e senza obbligo del casco, quando il futuro era una prospettiva e nelle case iniziavano a entrare le prime lavatrici, le televisioni, le moderne cucine e tutti quei beni di consumo che avrebbero poi caratterizzato l’apparenza di tanta borghesia italiana.

Ed è proprio l’immagine di quella famiglia spensierata, che non ha paura di cadere dalla Vespa mentre Louis – questo il nome del padre – guida con sguardo sicuro nelle strade di Milano, a scatenare un terremoto emotivo in chi – trascorsi ormai vent’anni da quello scatto – è rimasto. In chi di quella famiglia è riuscito a non farsi travolgere dalla vita, dagli eventi.

Se è vero che nella testa di mia madre si è scatenato un terremoto, sarà stato per la sorpresa di trovarsi dentro un pezzo di carta, tutti e quattro insieme, lei che aveva in odio quel perverso meccanismo di fermare il tempo nelle foto, a cui gli uomini ricorrono quando chiedono di capire l’eternità. Immagino cosa avrà pensato nel vedere la sua famiglia sotto gli occhi di tutti, nel vedere se stessa dentro un frammento di felicità violata, lei con sua figlia in braccio, lei con il marito davanti e con i sogni di quel viaggio verso un punto di Milano che la foto non dichiara. Nato per essere una festa da affidare ai segreti delle nostre intenzioni, quel giorno è stato come un sentirsi allo scoperto, nel pieno di quegli anni che su Gioia sono definiti felici e che, […] papà […] avrebbe chiamato anni alti: la famosa età sbarluscenta che abbiamo attraversato a bocca aperta, adulti e bambini, carichi di meraviglia e con il vento a riempirci la gola.

Nessuno potrà mai confermare se siano queste le ragioni che hanno svuotato la memoria di mia madre e io fatico a credere che una foto pubblicata su un rotocalco abbia avuto il potere di gettare lei nel mare della dimenticanza.

Se i romanzi precedenti scritti da Lupo avevano all’interno una forte componente utopica che pervadeva gruppi e famiglie facendosi tradizione di luoghi e territori, “Gli anni del nostro incanto” capovolge la scena: l’utopia è privata, custodita dal singolo ormai immerso nel contesto cittadino, in un progresso che resta sullo sfondo ma che macina e dimentica vite e solitudini nella modernissima Milano e la “sbarluscenza” sopravvive in un reale corrosivo, capace di fiaccare e spezzare le speranze. Le ombre lentamente – metro dopo metro, tempo dopo tempo – si allungano inevitabili sulla famiglia, primo tra tutti dilaga quel “male della silenziosità” che affligge fin da piccolo uno dei figli, ma anche i rapporti tra moglie e marito. Louis – il padre visionario e entusiasta di vite e imprese – sarà tra i primi ad esserne travolto. Continue reading “La recensione: Gli anni del nostro incanto, di Giuseppe Lupo”

#reading “Ieri” di Agota Kristof (Einaudi)

Di seguito il nostro nuovo #reading, con alcuni passi e citazioni da “Ieri” (titolo originale: Hier), romanzo di Agota Kristof, pubblicato in Italia da Einaudi.

    • Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato. Era una sorta di primavera precoce.
    • Line ti amo. Ti amo veramente, Line, ma non ho tempo per pensarci, ci sono tante cose alle quali devo pensare, per esempio a questo vento, adesso dovrei uscire e camminare nel vento. Non insieme a te, Line, non ti arrabbiare. Camminare nel vento è una cosa che non si può far altro che da soli […].
    • Se avessi veramente cercato di morire, sarei già morto. Volevo soltanto riposarmi. Non potevo più continuare la vita così, la fabbrica e tutto il resto, l’assenza di Line, l’assenza di speranza. Alzarsi alle cinque del mattino, andare, correre in strada per prendere il bus, quaranta minuti di tragitto, arrivare nel quarto villaggio, tra le mura della fabbrica. Sbrigarsi a infilare il camice grigio, timbrare in fretta davanti all’orologio, correre verso il proprio macchinario, metterlo in moto, fare il buco più rapidamente possibile, un altro buco, un altro, sempre lo stesso buco nello stesso pezzo, diecimila volte al giorno, se possibile, è da quella velocità che dipende il salario, la vita.
    • “…allora perché continua a vederla?” “Perché non ho nessun’altra. E perché non ho voglia di cambiare. Ho cambiato talmente tanto in un certo periodo che sono stanco. Comunque è sempre la stessa cosa, una Yolande vale l’altra. Vado da lei una volta a settimana. Lei cucina e io porto il vino. Non c’è amore tra noi.

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quella pagina di Sinisgalli #recensioniincorso

Una delle “Pagine milanesi” di Leonardo Sinsgalli, all’inizio dell’omonimo volume edito da Hacca, lascia senza fiato per la bellezza di una prosa fine, molto simile alla poesia. Sono parole che raccontano la città di Milano e quella bruma silenziosa e onnivora che spesso l’avvolge, che permea vite, case, paesaggi. Senza troppe introduzioni, ve la riporto di seguito.

Introduzione a Milano
(3 dicembre 1933)

Sono giunto in questa città una sera d’inverno: faticosamente il sangue ha fatto abitudine agli agguati della nebbia. Nasceva dalla terra, penetrava i muri, veniva fuori in certe ore dalle concimaie della periferia e la bocca faceva acre, le reni acide.

La finestra della mia stanza guardava una vasta parete di confine, cieca, bianca, che lungamente poi m’è rimasta nel sonno; mi dissero che nei giorni sereni avrei potuto vedere la Brianza e le Alpi. Per un’intera stagione dal cortile profondo come un pozzo e opaco, non è venuta nessuna voce: mi piaceva nel cuore della notte il rumore dell’ultimo treno che passava sul ponte della vicina stazione di Lambrate e partiva per la riviera, e prima dell’alba lo squillo, così distante, della trombetta del lattaio.

Poi ho conosciuto la pietra delle case, sensibile alle stagioni più della scorza degli alberi, una pietra vischiosa, cresciuta al buio e all’umidità. La nebbia mi si palesava meno ostile; l’alba si spegneva nella sua falsa luce con occhi d’agnella, clementi, e cieli si facevano così bassi che la zolla franta ne odorava. Una mattina l’aria mi parve più chiara e sonora intorno alle case che cominciavo a scoprire; vidi una colomba sopra il cancello di una villa in via Porpora, la testa in attesa, in amore. Quando, dopo, la colomba scomparve, non ci fu più alcun sostegno tutt’intorno e la neve cominciò a cadere. Continue reading “quella pagina di Sinisgalli #recensioniincorso”

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