La setta dei poeti estinti

Invito alle odorose vie del cuore di Rocco Scotellaro

Posted on December 11, 2018

In occasione della serata di letture dedicata a Rocco Scotellaro, pubblichiamo un saggio scritto da Mara Sabia sul poeta di Tricarico.

Rocco Scotellaro. Uno dei miei poeti maestri. Riconosco nella sua una delle maggiori voci poetiche del Novecento italiano: una voce forte, ruvida e gentile che molto mi ha insegnato. Della poesia e della vita.
Conobbi la poesia scotellariana più o meno all’età in cui egli scrisse Uno si distrae al bivio. Non che prima non lo avessi letto, ma lo sentii davvero come si sente un poeta solo a quella età. E notai che quanto abitualmente si tende a far emergere dalla sua produzione letteraria, oltre che dalla sua breve vita, sono i temi quali l’impegno politico, “i contadini del Sud”, la ricerca del rimedio alla fame per la sua terra orfana di Cristo, come nella definizione dell’amico Levi. Eppure, a ben guardare tra i versi scotellariani, si scorgono motivi apparentemente lontani dai citati e, forse, meno noti. Fu così che io scoprii un poeta altro; un altro Rocco Scotellaro, che poco aveva a che fare con la Questione Meridionale, la politica, il martirio del carcere, la perduta schiavitù-libertà contadina, con Levi – e il levismo – che tanto diede, e tanto tolse, a Scotellaro e alla sua fama, così come alla Lucania stessa. Scoprii lo Scotellaro altro e lo studiai. Scoprii e studiai l’uomo, umano troppo umano, spesso impulsivo, giocoso; scoprii l’uomo che amava le donne, ma anche i Classici e i Romantici. Altro che schiavitù contadina. Facile salì, allora, alla mente il confronto tra Rocco Scotellaro e Pablo Neruda: lo stesso intenso fervore impegnato aleggia nei versi di entrambi, le stesse accese note di passione, ma anche lo stesso adorante ritorno alla bellezza, allo sconfinato mistero dell’universo femminile, simbolo del quale diventa il volto bianco di città di una straniera o quello delle donne lucane che “portano la toppa dei capelli neri sulla nuca” . Di Neruda, Giuseppe Bellini ha scritto:

Ha rivendicato le vie del cuore, senza ripudiare la sua funzione di poeta civile, soprattutto in qualità di uomo impegnato col proprio tempo, sinceramente solidale con il prossimo, coinvolto fino alle radici nella sua situazione drammatica .

Sottoscriverei lo stesso pensiero anche a proposito del poeta di Tricarico, benché diverse le origini e le situazioni. Ed è, dunque, brevemente, che per le scotellariane vie del cuore vorrei invitarvi. In una lettura evocativa, scevra da alcuna annotazione critica, tra i ritratti di quelle donne paesane, figlie della miseria nera, fanciulle “dai seni sterpigni” o figlie “della quercia e della macchia” o, ancora, delle signorine di città. Tutte, tutte con la parola di Rocco Scotellaro, diventano creature dagli “odori di tutti i giardini” . Nei giardini germogliano fiori odorosi e le donne vi dimorano come querce possenti ed evocano i profumi selvaggi del bosco, e segreti aromi campestri. Nella splendida poesia Reseda, odore perso e ritrovato Scotellaro scrive:

Avevi tutti gli odori dei giardini
seppelliti nei fossi attorno le case;
tu sei, réseda selvaggia, che mi nutri
l’amore che cerco, che mi fai sperare.

Poi aggiunge:

(…)
io ti guardo e mi bevo il tuo sorriso,
amica del caso, scoperta del cuore
che deve colmare la sua sera.

La donna-reseda è scoperta che colma la sera del cuore del poeta, lo solleva dalle angosce. Pianta profumatissima, la reseda ha proprietà lenitive, insite già nel nome: reseda viene infatti dal verbo latino rĕsēdo,che si traduce con calmare, guarire, alleviare. Non è raro, dunque, come si può dedurre celermente dai versi appena citati, che le donne cantate da Scotellaro siano soventemente assimilate a piante, fiori, vegetali. E non è raro che le donne scotellariane siano figure salvifiche, guaritrici. Esiste in merito una poesia emblematica. E non a caso è il componimento che dà il titolo a tutta una sezione della silloge È fatto giorno:

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
Che ci teniamo ad essiccare
Per i dolori dell’inverno.

Il titolo è preso dal terzo verso: È calda così la mal-va. È qui, tutto qui il senso della donna in Scotellaro. L’incipit è volto alla persistenza dell’odore, parola magica che ricorre anche in molte poesie scotellariane. Parola evocatrice che dà senso ad un “senso”. Chi percepisce un odore viene automaticamente catapultato nella situazione e nel tempo in cui l’ha avvertito; l’odorato è l’unico senso capace di una associazione immediata tra sensazione e situazione. Senza filtri. Un odore è molto più di una sensazione temporanea, è qualcosa che poi ti porti dietro, attaccato a qualche angolo di anima. In questo caso l’autore parla chiaramente dell’odore della tua “carne” nel mio letto. Potrebbe sembrare una frase indelicata. Invece no. Appena un verso più avanti e la marcata sensualità si smorza nel caldo della malva.
Perché poi la malva?
Mia nonna, contadina vera, di quelle con ancora “la toppa dei capelli” – non più neri – “dietro la nuca”, con la malva cura tutto. Ancora oggi.
La malva nella tradizione villica lucana è un tocca-sana generale: si cura con l’infuso di malva il mal di denti, il mal di pancia, il raffreddore; è un tonificante per l’utero delle partorienti e, misto alla camomilla, è un antidoto contro l’insonnia. Si dice “la malva da ogni male salva”. L’odore, che emanano quei fiori messi ad essiccare nelle soffitte buie, è caldo, caldo davvero come potrebbe essere quello di una bella donna, appena levata dal letto. La donna paragonata alla malva diventa, di conseguenza, una riparatrice universale. È un unguento, una medicina, una pozione. La donna, nei versi scotellariani, è un toccasana generale.
La donna in Scotellaro salva. Come la malva.
Non è un caso, allora, che proprio ad una donna il poeta si rivolga, si confidi e si congedi in Saluto, componimento del 1948 escluso da Carlo Levi dal corpo della silloge È fatto giorno. È questa una fan-ciulla vestita di ginestre, un fiore selvatico, timida e chiusa come un acerbo fiorone, figlia della quercia e della macchia, vegetale tra i vegetali. E non è un caso neanche che sia paragonata a una Madonna molto venerata in Lucania, Santa Maria di Fonti. A questa figura femminile che, come la donna di È calda così la malva, ha in sé caratteristiche erboree e salvifiche, il poeta dice: “Io non ti voglio dire quante strade odorose ho da rifuggire” .

Joan Didion, la scrittura come sortilegio

Posted on December 6, 2018

Leggere Joan Didion è come un incontro. La sua voce ti artiglia alla pagina fin dalle prime righe e capisci che non si tratta di un libro come gli altri: non è una storia che ti viene raccontata; ma una persona che ti sta parlando e si rivolge a te, proprio a te, trasformando la lettura in una conversazione a quattr’occhi. In breve tempo capisci che non stai leggendo Joan Didion; stai conoscendo Joan Didion. Ciò che l’ha resa una delle maggiori personalità letterarie viventi è subito chiaro: lei è ciò che scrive; i suoi libri contengono la sua voce, che non è uguale a nessun’altra. Dopo aver letto un suo romanzo sarà sufficiente imbattersi in un incipit, una breve frase, per comprendere che chi ti sta parlando è la Didion. Alla stregua di una registrazione su nastro, la sua scrittura la identifica come un’impronta digitale, contiene la sua essenza, il suo DNA, in una specie di formidabile miracolo letterario.
La voce della Didion è dirompente, sembra fuoriuscire dalla pagina: a tratti grida, piange, trasborda dalle indicazioni di punteggiatura e si snoda in una serie di interrogativi all’apparenza senza risposta.
Nel suo stile di scrittura è contenuta la stessa incisività che traspare da quegli occhi: grandi, espressivi, che in ogni fotografia sembrano forare l’obiettivo e incidersi in quelli dell’osservatore. Appaiono in ogni dove immagini di lei, giovane e invincibile, con gli occhiali da sole neri e lunghi abiti bianchi mentre passeggia per le strade californiane. Una giornalista, una sceneggiatrice, un’intellettuale: vive delle parole che scrive e abita bene il suo personaggio.

L’America ormai la celebra come l’ultima celebrità letteraria, santificandola in vita con onori e tributi, addirittura con una copertina di Céline che la ritrae a ottantuno anni come se fosse la modella del momento. Nel 2012 il Presidente Barack Obama le ha conferito la National Medal of Arts per il suo apporto straordinario alla letteratura. La cerimonia appare fredda e, allo stesso tempo, commuovente. Obama sorride sfolgorante e a un certo punto appare questa donna piccola, esile, tremante, che gli si avvicina a capo chino. Lui le ripone la medaglia al collo con un gesto solenne, le stringe la mano; mentre il pubblico sembra tenere il fiato sospeso. Lei non sorride. Non ringrazia. Sembra piegarsi sotto il peso degli applausi scroscianti; non si sa se per l’imbarazzo o per l’emozione. Oggi Joan Didion è una anziana signora dalla voce esile e il volto solcato da rughe, ma dotata di una carisma straordinario: i suoi occhi forano ancora l’obbiettivo, mentre afferma il suo personale comandamento: «See enough and write it down, I tell myself.»

Ci ha regalato il fascino di una parola eterna, perché viva: è una donna in cui si incarna il dovere morale della scrittura. Per lei le parole hanno rappresentato l’ultimo esile legame con la vita quando tutto sembrava perduto: ce lo rivela il suo capolavoro The Year of Magical Thinking, finalista al Premio Pulitzer nel 2005. Con questo libro la Didion rivela una versione inedita di se stessa: non è più la giornalista in prima linea, la narratrice implacabile delle contraddizioni dell’America moderna, ma semplicemente una donna che mette a nudo il suo dolore, senza difese. L’anno del pensiero magico, pubblicato in Italia dal Saggiatore nel 2006, è un grido aperto contro l’irrazionalità del dolore e inaugura una nuova fase letteraria nella vita dell’autrice. Per la prima volta Joan non usa le parole per combattere il mondo esterno a colpi di accuse e denunce, ma le rivolge impietosamente contro se stessa, scavando nel proprio mondo interiore, nel tentativo di comprendere le ragioni oscure della perdita.

La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola
e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.

L’anno del pensiero magico si apre con queste precise parole, scandite con un ritmo implacabile. All’apparenza illustra una banalità, eppure questo libro riesce a raccontare l’inenarrabile. La sera del 30 dicembre 2003 John Gregory Dunne, scrittore e marito di Joan Didion da oltre quarant’anni, si accascia colpito da un infarto fulminante. I due erano appena usciti dal reparto di terapia intensiva Beth Israel North, dove la loro unica figlia, Quintana, era ricoverata da cinque giorni a causa di una polmonite sfociata in shock settico. In breve tempo Joan deve fare i conti con la morte del marito e con la malattia incurabile della figlia, che si spegnerà a soli trentotto anni, poco tempo dopo la conclusione del romanzo.

La resilienza della parola

Posted on November 14, 2018

La scrittura come resilienza. La lettura come forma di condivisione e riscoperta della parola. La parola come elemento di interpretazione e comunicazione della bellezza che ci circonda.
La Setta dei Poeti estinti – progetto nato sui social nel 2013 sull’onda del film “L’Attimo fuggente” e poi divenuto un’occasione “fisica e reale” di letteratura condivisa – prende le mosse da queste tre “necessità”, da queste tre convinzioni: la scrittura, la lettura ma prima ancora la capacità imprescindibile del riconoscere per poter raccontare.
Attraverso le parole dei grandi scrittori, infatti, è possibile “trovare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, proprio come scriveva Italo Calvino nell’ultima pagina de Le Città invisibili. Ed è questa una dimensione sia interiore sia esteriore: la grande letteratura fornisce parole e spunti alle nostre intuizioni, al nostro ri-conoscere. Rappresenta uno sprone a fare nostra la parola.
Ma il progetto de La Setta dei Poeti estinti prende le mosse anche da un’altra urgenza per cui rischiamo di perdere la capacità di riconoscere e tradurre in parole la bellezza: siamo sempre più immersi in un mondo digitale che distrae da quanto ci circonda. Limita lo sguardo e la lettura profonda.
Le notifiche, i continui post, la frammentazione di quella che viene definita la “lettura profonda” richiede che si corra ai ripari. Che si sfruttino proprio i social per arginare questa deriva, tale per cui dedichiamo alla parola scritta una frazione di secondo e se non ci piace la gettiamo via senza troppo riflettere, senza approfondire.
Parlare di poesia, pubblicare poesia su Facebook e Instagram è rimasto ormai l’ultimo gancio – che sfrutta proprio lo strumento “colpevole” – per “ricordare” l’urgenza della poesia a quanti ormai faticando a prendere in mano un libro cartaceo – figuriamoci un romanzo lungo – non per poca volontà ma perché qualcosa dall’esterno sta erodendo progressivamente la nostra capacità di leggere testi lunghi e di scrivere. E allora è proprio da questi strumenti – i social e il digitale – che bisogna ripartire per far tornare alla mente di quelli che un tempo erano definiti “lettori forti” la necessità della lettura, della scrittura, della parola.
E se è vero che, come riportano alcune ricerche scientifiche internazionali, ogni giorno leggiamo qualcosa come 34GB di informazioni, a una velocità tale da aver ormai sviluppato solo una attenzione superficiale per tante e troppe cose, il nostro progetto de La Setta dei Poeti estinti vuole creare una nicchia di consapevolezza sulla poesia, sulla scrittura e sulla letteratura – sulla loro necessità per comprendere il prossimo, conoscere se stessi e stare al mondo – che ormai si sta perdendo per mancanza di attenzione. Ci stiamo impoverendo, schiavi del digitale.
Perdere la capacità di attuare la lettura profonda, di contro, rischia di impattare gravemente anche sulla vita democratica del Paese. Come sottolinea in modo molto efficace Maryanne Wolf, nel suo saggio “Lettore, vieni a casa“, edito per i tipi “Vita&Pensiero”, la progressiva perdita dell’abitudine all’approfondimento e la continua fruizione di testi brevi, intuitivi, veloci – unito al deficit ormai diffuso di attenzione – rischia di intaccare anche quella capacità critica che sta alla base di tanta vita democratica e politica di un Paese.

“Le Assaggiatrici” di Rosella Postorino, il nostro incontro con il Campiello 2018

Posted on September 17, 2018

Quando l’ho incontrata, Rosella Postorino mi ha dato un consiglio: «Per scrivere bene non basta leggere molto. Nella scrittura devi mettere tutto: non solo i libri che hai letto, ma anche i film che hai visto, la musica che ascolti, il sapore della torta al cioccolato che hai mangiato a colazione e la brezza del vento d’estate. Tutto quello che ti ha fatto emozionare, piangere, gridare, deve confluire nella scrittura».

Credo che siano stati proprio questi ingredienti, o meglio la loro combinazione, a rendere Le Assaggiatrici un romanzo esplosivo, capace di tenere il lettore incollato alla storia dalla prima all’ultima pagina.

Il 15 settembre 2018 Le Assaggiatrici ha vinto la 56esima edizione del Premio Campiello con 167 voti, un record. Il romanzo era stato pubblicato da Feltrinelli editore nel mese di gennaio, ottenendo subito uno stupefacente e immediato successo di pubblico: a febbraio il libro era infatti già alla sua quarta edizione.

L’idea per la scrittura di questa storia, racconta Rosella Postorino nella postfazione, è nata dalla lettura di un articolo di giornale che narrava la vera vicenda di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler, che all’età di novantasei anni decide infine di raccontare la sua esperienza e renderla pubblica. Margot, pur proclamandosi apertamente non nazista, disse di essersi ritrovata costretta a rischiare la propria vita per tutelare quella del Führer diventando in questo modo complice, suo malgrado, della peggiore dittatura del secolo scorso. Colpita dall’accaduto, Rosella si mette subito a fare della ricerche ma, quando cerca di contattare la Wölk, scopre che nel frattempo la donna è deceduta.

La storia, tuttavia, ha ormai preso forma nella sua mente e chiede di essere raccontata: emerge così il personaggio di finzione di Rosa Sauer, giovane donna che vede la sua esistenza sconvolta dagli avvenimenti della seconda guerra mondiale e cerca di sopravvivere in una nazione avvilita che si trascina inesorabilmente verso un’ormai prevedibile sconfitta. Ex segretaria costretta a fuggire da Berlino dove viveva con il marito ora chiamato alle armi, Rosa si trasferisce in Polonia nella casa dei suoceri, nel villaggio di Gross Partsc. La sua vita trascorre nell’attesa estenuante del ritorno di Gregor. Inoltre ogni mattina Rosa è caricata sul pulmino delle SS insieme ad altre dodici donne, la direzione è Krausendorf, la caserma adiacente alla Tana del lupo, quartier generale di Hitler. Qui, attorno a un tavolo, le donne sono intrappolate come topi in gabbia, con un unico scopo: assaggiare il pasto del Fuhrer. Si rivela subito il grande dilemma etico contenuto nel libro: «Fino a quale limite ci si può spingere pur di sopravvivere?». Assistiamo al dramma di esseri umani affamati, portati allo stremo dalla guerra, cui viene servito un pranzo succulento e invitante che però potrebbe nascondere segretamente il boccone avvelenato. Attorno alla tavolata si mescolano così paura e istinto di sopravvivenza e gli oscuri sensi di colpa di giovani madri che vorrebbero sfamare i propri figli anziché riempirsi lo stomaco con il cibo destinato a un criminale di guerra. Ogni boccone potrebbe essere l’ultimo. Sedute al loro posto, armate unicamente di forchetta e coltello, le donne affrontano la loro personale battaglia con coraggio, eppure con la tacita consapevolezza di non poter, in ogni caso, morire da eroi.

Le assaggiatrici sono dodici e diversissime tra loro: c’è l’enigmatica e scostante Elfriede; la timida e ingenua Leni; la bella Ulla, simile a un’attrice del cinema e poi Beate, Heike.  Non si trovano lì per loro volontà, o perlomeno, non tutte: tra loro ci sono anche Le Invasate, Augustine, Theodora, Sabine e Gertrude, così soprannominate perché al contrario delle altre si dichiarano orgogliose di rischiare la propria vita per la salvezza del dittatore tedesco.

Ogni donna custodisce in privato un segreto: una pena d’amore, una gravidanza illegittima, oppure, nel caso di Elfriede, qualcosa di molto più grave e inconfessabile. Il racconto è intervallato da frequenti flashback che raccontano la vita di Rosa prima della guerra: ricordi indelebili che le offrono conforto nei momenti bui, le carezze amorevoli della madre, i pomeriggi spensierati trascorsi in compagnia di Gregor.

La bella estate. O l’ultimo bagliore della giovinezza

Posted on August 18, 2018

Un romanzo che dovrebbe partire dalla conclusione, che per l’appunto sembra suggerire un nuovo inizio. La bella estate è uno di quei libri che spingono il lettore ad andare oltre il punto, a non rassegnarsi alla fine della storia e proprio per questa ragione si imprimono nella memoria indelebili insieme al carico di domande, dubbi, interrogativi che hanno suscitato durante la lettura.

Forse è questo il lascito più grande della letteratura: la possibilità dei libri si ispirare riflessioni profonde, in grado di connettere intimamente la vita alle pagine scritte. In fondo è la ragione per cui si legge, nella speranza che un libro continui a parlarci anche una volta dopo averlo terminato.

Con La bella estate non può accadere che questo, persino nel suo romanzo ingiustamente meno celebre Pavese rivela le sue doti indiscutibili di grande narratore creando personaggi vivi, contraddittori e dolorosamente veri.

Con questo libro Pavese si aggiudicò il premio Strega nel 1950, tuttavia l’opera fu a lungo svalutata dalla critica e ancora non è ritenuta un vero e proprio classico.

Scritto nel 1940, il testo integrale comparve solo nove anni dopo nel trittico omonimo composto inoltre da Il diavolo sulle colline e Tra donne sole.

Il racconto che dà il titolo alla silloge, La bella estate, ora pubblicato da Einaudi in edizione singola, è di certo il più significativo. Associato al periodo naturalista dell’autore, La bella estate è la storia di Ginia e del suo ingresso nell’età adulta. L’inizio della sua maturazione come donna. Attraverso una vicenda apparentemente semplice e lineare l’autore tratteggia una riflessione profonda sulla vita e la giovinezza che si apre a diverse interpretazioni. Letto ai giorni nostri questo libro appare estremamente moderno per la storia e le tematiche affrontate. È sorprendente scoprire come Pavese riesca a parlare di una donna malata di sifilide nei reticenti Anni Quaranta. In queste pagine, soprattutto, si può leggere in filigrana un elogio alla libertà, al suo potere travolgente e talvolta spaventoso.

L’incipit non lascia affatto indifferenti, in poche righe Pavese riesce a tratteggiare non solo una stagione, ma l’incredibile senso di euforia e di attesa che accompagna certi istanti dell’esistenza. L’estate irripetibile della giovinezza viene associata a una festa, a una frenesia irrefrenabile, a un’avidità di vita:

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada per diventare come matte, e tutto era così bello specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano che ancora qualcosa succedesse.

Inutile dire che l’estate di Pavese è tutt’altro che bella, sull’intera narrazione aleggia un’atmosfera malinconica che nel finale prenderà il sopravvento. La “bella estate” del titolo infatti non rappresenta solamente una stagione, ma uno stato d’animo: l’estate è nel cuore di Ginia, ma sarà presto destinata a spegnersi come un fuoco fatuo, a trascorrere come ogni stagione della vita. Dell’entusiasmo e della curiosità della protagonista rimarrà alla fine un senso di disperata solitudine.

L’autore ha descritto questo libro con una frase incisiva: «La storia di una verginità che si difende». La bella estate è l’espressione più pura della giovinezza, colta nel suo momento di massimo splendore.

Nella nuova veste grafica di Einaudi in copertina sono ritratte due donne, il particolare è tratto dal quadro di Gerda Roosval- Kallstenius Evening Sun and Sun Reflections. Sono una signorina borghese e una cameriera, si trovano in un interno, dove una è in atto di vestire l’altra. Proprio attorno a due donne ruota il perno centrale della narrazione: Gina e Amelia così sono diverse e tuttavia complementari. L’una giovane e inesperta, l’altra smaliziata e sensuale: dotate entrambe di personalità molto forti pur nelle loro differenze.

Il romanzo stesso potrebbe essere visto come un “processo di vestizione”, non è certamente un caso che Ginia alla fine della storia si scopra nuda e cerchi di coprirsi. Sarà proprio l’incontro tra l’ingenua Ginia e l’enigmatica Amelia, che posa come modista per i pittori, a dare avvio alla storia. Questa donna ambigua e misteriosa, un personaggio carismatico e perfettamente costruito, scandirà il ritmo della narrazione con le sue assenze e gli altrettanto improvvisi ritorni.

Attraverso Amelia, Ginia scopre un modo sconosciuto, la Torino bohémienne e tumultuosa dei caffè e degli artisti. Al di là dei confini limitati dell’universo operaio, dedito a un lavoro alienante, la protagonista viene a contatto con l’esistenza vivace e frizzante di Guido, pittore e soldato, e  del suo compagno di avventure Rodrigues. Affascinata dalle doti artistiche e dai capelli biondi di Guido, Ginia se ne innamora e dopo molte reticenze finirà per concedersi totalmente a lui. Il sentimento di Ginia è tenero e delicato e viene descritto da Pavese con un’intensità unica; è davvero impressionante la capacità dell’autore di calarsi nei panni e nelle sensazioni di una ragazza.  

“Un uomo che legge ne vale due”, la libreria della Rue Charras di Kaouther Adimi

Posted on June 25, 2018

Kaouther Adimi giovane vincitrice del Premio Goncourt confessa di aver iniziato a scrivere da bambina perché non aveva libri da leggere. Autrice algerina-francofona ha trent’anni ma sembra poco più di una ragazzina, mentre con voce bassa e pacata racconta la trama del suo ultimo libro La libreria della Rue Charras (L’Orma editore), vero e proprio caso letterario in Francia. Solo in apparenza la storia romanzata di un editore, in realtà questo romanzo tra le righe nasconde ben altro: uno scontro culturale che si riflette appieno nell’attualità del nostro presente. Adimi mette in luce con una narrazione semplice e scorrevole il problema dell’Algeria, la sua identità francofona che rende il Paese un incrocio di culture tra l’Europa e l’Africa.

«Non siamo noi ad abitare i luoghi, ma sono i luoghi ad abitare noi», afferma malinconicamente uno dei protagonisti di La libreria della Rue Charras alla fine del libro. Rimane un ultimo testimone, Abdallah, a fare da custode a Nos Richesses quel patrimonio inestimabile di libri e valori che hanno fondato un’intera esistenza sull’idea che, per l’appunto, le vere ricchezze della vita siano quelle testuali, interiori.
Abdallah sosta davanti alla libreria con un telo bianco posato sulle spalle come un sudario, gli occhi neri, talmente scuri che non si riesce a vederne neanche l’iride. Sembra il fantasma di un tempo ormai scomparso, riunisce nella sua persona due binari temporali: passato e presente che tengono le fila della narrazione.

Nel 1936 al due bis della Rue Charras apre le Éditions Charlot. Viene mostrato al lettore dapprima il fermento di un luogo che diventa veicolo di cultura, poi una vetrina opaca, una stanza polverosa che attende di essere sgomberata, ormai ridotta a reperto archeologico di un’altra epoca. In Algeria il ventenne Edmond Charlot, studente difficile e con la testa tra le nuvole, rinuncia all’università per dedicarsi anima e corpo all’impresa di fondare una libreria-casa editrice, incoraggiato dal suo insegnante di filosofia. Scrive sul suo diario il 5 maggio 1936: «Sarà una biblioteca, una libreria, una casa editrice, ma sarà innanzitutto un luogo per gli amici che amano la letteratura e il Mediterraneo».
Quasi un secolo dopo a Parigi, Ryad, studente di ingegneria, cerca disperatamente un’attività da svolgere come tirocinio curricolare. Il caso lo riporterà in Algeria, suo paese natale, incaricandolo di un compito ingrato: sgomberare la libreria di Rue Charras e ritinteggiarla per dare spazio a un nuovo locale, una pasticceria. Nello stesso luogo in cui uno studente si era battuto per amore dei libri, un altro “guarda quei caratteri neri stampati sulla carta e tutto ciò a cui pensa sono gli acari.” (p.76) Costruzione e distruzione della libreria si alternano nel romanzo con un ritmo avvincente in una narrazione ricca di personaggi divertenti e indimenticabili, pervasa dal fascino esotico di un paesaggio dalle mille sfumature di colori e misteri.

Kaouther Adimi ci conduce per mano per le viuzze di una città immaginifica baciata dal sole, facendoci vivere le sue atmosfere e incontrare la sua gente: «Ad Algeri non ci sarà mai un’alba senza una baruffa di gatti» (p.48). Si sente l’azzurro del cielo sulla testa e le piogge improvvise; si assiste all’esordio di scrittori del calibro di Albert Camus e alla tragica fine di Antoine de Saint-Exupéry, l’autore de Il Piccolo Principe, precipitato a bordo del suo velivolo. È la storia di un amore illimitato per la letteratura, capace di sopravvivere alla censura, alle restrizioni imposte dalla guerra che si rivelano nel dramma di “trovare la carta” per continuare le pubblicazioni. Tra attimi di esaltazione, successi e devastazioni, non mancano neppure i momenti di scoramento, riflessi nelle memorie di Charlot: «L’editoria ha condizionato la mia intera esistenza, finirà per portarmi via moglie e figli». (p. 130)

La Libreria della Rue Charras è un libro particolare proprio per l’alternanza di punti di vista che si trova al suo interno, che non frammentano la lettura, al contrario la rendono più avvincente: dalla terza persona singolare alla prima persona plurale, il tutto arricchito dalla narrazione diaristica attraverso l’espediente del fantomatico taccuino di Edmond Charlot.

Nella parte centrale del romanzo rivive anche una pagina inedita di storia: il massacro di centinaia di algerini avvenuto a Parigi il 17 ottobre 1961, un fatto tuttora considerato un “non avvenimento” e non riconosciuto dallo stato francese. Una piaga ancora aperta che viene affrontata in questo libro con un lucidità senza precedenti. Adimi spiazza il lettore adottando in questa descrizione il punto di vista dei francesi. Una prima persona plurale che improvvisamente passa dalla parte del nemico abbracciando il suo sguardo. Una scelta stilistica sorprendente in grado di aggiungere un carico di violenza, di ferocia inaudita alla scrittura, che d’un tratto prende un ritmo vorticoso, una parola dopo l’altra, delineando un’escalation di aggressività e orrore.
Nei libri di storia dei licei francesi il riferimento al massacro occupa poche righe, qui vengono dedicate all’avvenimento parecchie pagine e il tutto viene ricollegato al presente in modo drammatico, lasciando intuire la ferita di una memoria ancora sanguinante.
Un uomo che legge ne vale due”, recita così l’insegna della libreria Nos Richesses. Una scritta duplice, in francese e in arabo, ribadisce la volontà di creare un ponte d’unione tra le due culture.
Tra le pareti di questa stanzetta angusta e polverosa passa la storia del mondo, di intere generazioni. Il progetto di Edmond Charlot dà vita a un ideale di letteratura cosmopolita, senza distinzioni di lingua, nazionalità o religione.
Un messaggio forte che trapela tra le righe e commuove è il potere salvifico dei libri, che risiede nella loro capacità di rivoluzionare le esistenze. Libri che vengono rilegati, stampati, curati nel dettaglio della stampa e delle copertine. Libri spesso offerti in dono, libri che salvano.

Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi

Posted on May 24, 2018

In occasione della serata di letture dedicata a Fernando Pessoa, organizzata insieme all’hub culturale della Regione Lazio “Spazio Moby Dick”, il 25 maggio 2018, pubblichiamo una breve “guida all’ascolto” sugli scritti del poeta portoghese.

Il sogno, il confine dell’umano inteso come spartiacque e punto di contatto tra interiorità e mondo esterno, la vita vissuta in un sentire amplificato, sconvolto dalla capacità percettiva che scova sensi e significati in ogni gesto, in ogni accadimento. E ancora, la “convivenza” degli eteronimi, che guardano – senza sosta – a quell’ortonimo cui tutto torna: Fernando Pessoa.

Gli scritti del poeta e scrittore portoghese sono una lente di ingrandimento sulla società e sull’uomo che ha come punto di partenza il singolo. Per molti aspetti, la poesia e quell’enorme zibaldone di pensieri qual è Il Libro dell’Inquietudine rappresentano lo sforzo ontologico di Fernando Pessoa, con una ricerca che ha come punto di congiunzione con l’altro la pelle, l’occhio, i sensi, il confine dell’uomo con il mondo esterno. E la ricerca di significato nei segni, quando è rivolta verso l’interiorità, indaga le percezioni ricevute e – prima su tutti – ha come luogo il sogno. È nella dimensione onirica che Pessoa crea e vive una realtà parallela, qui trova rifugio:

E il sogno, la vergogna di fuggire  verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! […] E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita…assurda come un orologio civico fermo. Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo cosciente…che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra. (Libro dell’Inquietudine, pp.39,40 – ed Feltrinelli 2001)

Ed è da questa commistione tra reale e sogno che nascono poi i cosiddetti eteronimi di Fernando Pessoa, personaggi con una loro specificità – dalla data di nascita e morte alla poetica, agli studi, alla biografia. Esistenze “immaginarie” ma con una dignità di persona. I più noti sono Álvaro de Campos (nato a Tavira, in Portogallo, nel 1890. Studiò ingegneria e si trasferì a vivere in Scozia. Viaggiò molto e morì – insieme con Pessoa – il 30 novembre 1935), Ricardo Reis (medico di ideologia monarchica che si trasferì in Brasile per protesta nei confronti della Repubblica portoghese – non si conosce la data della sua morte), Alberto Caeiro (nato a Lisbona, contadino, la sua visione della vita si può riassumere nel verso “C’è sufficiente metafisica nel non pensare a niente”. La sua opera è raccolta nel volume “Poemas Completos de Alberto Caeiro”) e Bernardo Soares. Quest’ultimo è considerato un eteronimo incompleto, visti i numerosi punti di contatto con la realtà viva e vissuta di Fernando Pessoa. Come Pessoa, infatti, Soares era un grigio impiegato, come Pessoa spesso si rivolge al sogno, come Pessoa vede riflesso nei microcosmi cittadini il mondo intero. E soprattutto a Bernardo Soares è attribuito “Il Libro dell’Inquietudine”.

Pessoa iniziò fin da piccolo a vivere insieme ai suoi eteronimi. In una lettera scritta il 13 gennaio 1935 ad Adolfo Casais Monteiro, lo scrittore portoghese racconta:

“Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”

La realtà conosciuta da Pessoa è quindi un caleidoscopio di sensazioni ed esperienze vissute su diverse dimensioni: gli eteronimi – ciascuno con la propria visione della vita e il proprio sentire – la vita vissuta da Fernando Pessoa e il sogno.

Sempre nella stessa missiva inviata a Monteiro, Pessoa aggiunge:

“L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso”.

Mentre ne Il Libro dell’inquietudine leggiamo:

L’Orma editore e la volontà di “portare il mondo in Italia”

Posted on May 14, 2018

Nella piccola e confortevole sede di Via Annia 58, nei pressi del Colosseo, tra bicchieri di vino, un pianoforte, e i gatti Charlie e Pip (poco velato omaggio a Grandi Speranze di Charles Dickens), c’è un universo culturale in fermento, animato da una squadra intellettuale e intraprendente. Gli editori Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi, assieme a ai membri della redazione Elena Vozzi e Massimiliano Borelli, ci aprono le porte de L’Orma editore, la casa editrice romana che nell’ottobre 2017 ha festeggiato il suo quinto anno di attività.

Un’Europa possibile si può creare anche attraverso un’idea di letteratura, persino in tempi burrascosi come i nostri, che incitano al separatismo e alla divisione. I libri dell’Orma editore, hanno il grande merito di aver rivelato al panorama italiano autori francesi e tedeschi ancora sconosciuti e di aver dimostrato ai lettori che il mondo è un posto più vasto di quanto credevano.

Oggi abbiamo una definizione onnicomprensiva e vasta di letteratura, che ormai rappresenta tutto e il contrario di tutto, e spesso il catalogo delle case editrici si adegua a questo universalismo di generi e stili. L’aspetto più avvilente dell’attuale realtà commerciale è l’incentivarsi di un’industria editoriale che tende a ridurre il pubblico a una realtà unica e omogenea, appianando gusti e punti di vista.
Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari, ideatori dell’Orma editore, hanno avuto il coraggio di andare controcorrente e proporre una letteratura meno rappresentata, troppo a lungo trascurata dal mercato italiano: la letteratura francese e tedesca che, a loro giudizio, «pagava lo scotto di pregiudizi ormai radicati nel pensiero comune». A lungo, affermano i due editori, c’è stato un “errore prospettico” nella valutazione italiana della letteratura mondiale. Attraverso il loro progetto, Lorenzo e Marco si sono proposti di rimediare a questa imperdonabile mancanza nella nostra cultura, gettandosi a capofitto nella loro personale avventura, con l’ambizione guerresca di conquistare un pubblico e, soprattutto, la mente dei lettori.
Fondare una casa editrice non rientrava esattamente nei loro piani: amici di lunga data, entrambi di formazione accademica, ricercatori e docenti universitari all’estero, avevano una carriera avviata e una posizione stabile, lanciarsi in un’impresa simile poteva apparire a tutti gli effetti un salto nel vuoto. Il progetto è maturato nel tempo e si è risolto con una stretta di mano in Piazza Duomo, a Milano, dove è stata fissata la sede legale della casa editrice. A far scoccare l’idea era stata la loro collaborazione congiunta al sito Sguardomobile, da cui sarebbe nata una collana di saggi di letteratura comparata pubblicata dalla casa editrice fiorentina Le Lettere. Traducendo insieme un testo linguisticamente difficile del poeta irlandese Ciaran Carson, si scoprirono totalmente coinvolti da quel lavoro e, soprattutto, avvertirono la volontà comune di «fare il bene del testo» e restituirlo ai lettori nella versione più adeguata possibile. «La letteratura ha reso le nostre vite qualcosa di molto diverso,» racconta Lorenzo Flabbi «eravamo entrambi uomini di lettere e in quel momento l’idea di poter divulgare la nostra passione ci è apparsa come una sorta di vocazione». Da quell’iniziale progetto deriva la missione fondativa dell’Orma: «Tradurre in Italia ciò che si muove in Europa».
Sono tornati in patria con la volontà di arricchire il loro Paese attraverso il bagaglio culturale della loro esperienza, creando una casa editrice di stampo novecentesco dalla fisionomia editoriale riconoscibile e innovativa.
I libri dell’Orma editore sono maneggevoli grazie al loro formato squadrato, conquistano con le loro copertine colorate, e la riconoscibilità del logo li rende inconfondibili: quei particolarissimi occhi stilizzati che, in realtà, rimandano al saggio sui segni incondizionati dell’Illuminista Humbert de Superville. «I segni incondizionati», spiega Lorenzo Flabbi «sono i segni base da cui deriva tutto, da cui sarebbe possibile ricavare qualsiasi immagine». Allo stesso tempo, aggiungono gli editori, quegli occhi stilizzati dimostrano la loro volontà di mostrarci ciò che tutti noi abbiamo sotto lo sguardo e che troppo spesso, per sbadataggine o disattenzione, non vediamo.
Cesare Pavese nella sua carriera di editor e traduttore per Einaudi affermò che la sua missione era proprio quella di “portare il mondo in Italia” e riuscì nel suo intento aprendo il nostro Paese all’incontro con il mito americano. Lo stesso proposito anima gli editori dell’Orma e la loro collana ammiraglia, la Kreuzville, nata dall’unione di due quartieri in cui entrambi hanno vissuto per anni: Kreuzberg a Berlino e Belleville a Parigi. Attraverso la topografia di questi paesaggi si designa l’immagine di un’Europa futura, fatta di mescolanze, differenze che vengono a contatto e, spesso, anche di contraddizioni. La Kreuzville è molto più di una collana editoriale, è un luogo e uno strumento di pensiero.

Scrivo di mia madre per metterla al mondo – “Una donna” di Annie Ernaux

Posted on April 17, 2018

«Io credo che, in qualche modo, il mio desiderio di scrivere derivi dal desiderio di mia madre. Mia madre aveva una grande ammirazione per i libri, per gli scrittori. Lei ha avuto un’influenza straordinaria su di me». Con questo delicato e toccante ricordo, Annie Ernaux  risponde a una delle domande di Claire-Lise Tondeur sulle cause che l’hanno spinta alla scrittura, in un’intervista del luglio 1993.

Al di là del talento individuale, tutto viene dunque ricondotto all’immagine di quella donna poco istruita, lavoratrice instancabile che, di tanto in tanto, vedendo la figlia leggere, sospirava: «Ah, se fossi stata capace di farlo mi sarebbe piaciuto scrivere un romanzo».

Un romanzo quella donna non l’ha scritto, ma qualcun altro l’ha fatto per lei: raccontando, con minuzia di particolari, la sua esistenza quasi allo scopo di consegnarle nuovamente la vita. All’origine di questo libro si trova un significato quasi religioso; si potrebbe definire un tentativo di resurrezione.

A questo proposito è di forte impatto emotivo il passaggio di testimone da madre a figlia, quando l’autrice annuncia la sua nascita al futuro e, subito dopo, in un geniale salto temporale recupera le fila della narrazione al presente: «All’inizio del 1940 aspetta un altro figlio. Nascerò in settembre. Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo». ( p.40) Non si tratta di un ritratto angelico, al contrario, tanto umano da risultare quasi diabolico, lo rivelano le prime frasi: «Era violenta»  e ancora «Era una donna che bruciava tutto».

Sempre nell’intervista del 1993, Ernaux afferma: «Un progetto materno terribile ha pesato su di me». L’aspetto “terribile” consiste nella volontà materna di consentire alla figlia di compiere il cosiddetto “balzo sociale” permettendole così di liberarsi da una condizione subalterna attraverso l’istruzione: «elevarsi per lei significava soprattutto imparare.» La vicinanza tra i due mondi, rurale-operaio e borghese, posti spesso in opposizione, sarà uno dei temi più ricorrenti nella scrittura della Ernaux, e in particolare all’origine di quel particolare sentimento di “vergogna sociale” che l’ha perseguitata per tutta la vita: la vergogna per le proprie origini e, allo stesso tempo, l’inestinguibile senso di colpa dettato da questa vergogna. Una frase, soprattutto, esemplifica l’ambiguità di questo conflitto: In certi momenti aveva in sua figlia, di fronte a lei, un nemico di classe.     

Ѐ quasi commuovente il valore incommensurabile attribuito alla cultura da parte di una donna che gestiva un bar-drogheria in un piccolo paesino della Senna Marittima; una commerciante che nella vita di tutti i giorni doveva preoccuparsi di faccende ben più materiali e urgenti, come far tornare i conti, gestire i clienti, tirare avanti l’attività per sfamare la famiglia.  «I libri erano gli unici oggetti che lei maneggiava con attenzione e precauzione. Si puliva sempre le mani, prima di toccarli».

Annie Ernaux, quattro anni dopo Il Posto  (l’opera sulla vita del padre che l’ha consacrata al giudizio della critica) nel 1987, a seguito della morte della madre, scrisse questo libro, avvalendosi ancora una volta di uno stile affilato, scarno, che procede per paragrafi brevi, elenchi, ripetizioni. Une femme, per l’appunto. Il romanzo fu pubblicato dall’editore Gallimard nel 1988, apparve per la prima volta in Italia presso Guanda nello stesso anno con il titolo “Una vita di donna”. A quasi trent’anni di distanza, L’Orma editore ce ne riconsegna l’edizione italiana con una traduzione di Lorenzo Flabbi, vincitore del Premio Stendhal per Memoria di ragazza, precedente libro della Ernaux pubblicato nell’aprile 2017.

Una donna. Ѐ bene sottolineare la rilevanza dell’articolo indeterminativo nel titolo, rivela l’intenzione di voler racchiudere in sé un’esperienza universale che trascende il significato della vita individuale. All’intersezione tra famigliare e sociale, tra mito e storia, secondo la volontà dell’autrice che ha coniato questo nuovo genere letterario definibile come “Autobiografia impersonale”, in cui il punto di vista mantiene sempre una certa distanza oggettivante dai fatti narrati, senza indugiare nel lirismo né nell’introspezione. Una ricostruzione accurata che non si adagia nel patetismo del ricordo o delle descrizioni minuziose.

Più che una narratrice, un’archivista, come lei stessa si definisce: «Questo sapere trasmesso per secoli da madre in figlia si ferma a me, che ormai ne sono soltanto l’archivista».