La setta dei poeti estinti

Scrivo di mia madre per metterla al mondo – “Una donna” di Annie Ernaux

Posted on April 17, 2018

«Io credo che, in qualche modo, il mio desiderio di scrivere derivi dal desiderio di mia madre. Mia madre aveva una grande ammirazione per i libri, per gli scrittori. Lei ha avuto un’influenza straordinaria su di me». Con questo delicato e toccante ricordo, Annie Ernaux  risponde a una delle domande di Claire-Lise Tondeur sulle cause che l’hanno spinta alla scrittura, in un’intervista del luglio 1993.

Al di là del talento individuale, tutto viene dunque ricondotto all’immagine di quella donna poco istruita, lavoratrice instancabile che, di tanto in tanto, vedendo la figlia leggere, sospirava: «Ah, se fossi stata capace di farlo mi sarebbe piaciuto scrivere un romanzo».

Un romanzo quella donna non l’ha scritto, ma qualcun altro l’ha fatto per lei: raccontando, con minuzia di particolari, la sua esistenza quasi allo scopo di consegnarle nuovamente la vita. All’origine di questo libro si trova un significato quasi religioso; si potrebbe definire un tentativo di resurrezione.

A questo proposito è di forte impatto emotivo il passaggio di testimone da madre a figlia, quando l’autrice annuncia la sua nascita al futuro e, subito dopo, in un geniale salto temporale recupera le fila della narrazione al presente: «All’inizio del 1940 aspetta un altro figlio. Nascerò in settembre. Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo». ( p.40) Non si tratta di un ritratto angelico, al contrario, tanto umano da risultare quasi diabolico, lo rivelano le prime frasi: «Era violenta»  e ancora «Era una donna che bruciava tutto».

Sempre nell’intervista del 1993, Ernaux afferma: «Un progetto materno terribile ha pesato su di me». L’aspetto “terribile” consiste nella volontà materna di consentire alla figlia di compiere il cosiddetto “balzo sociale” permettendole così di liberarsi da una condizione subalterna attraverso l’istruzione: «elevarsi per lei significava soprattutto imparare.» La vicinanza tra i due mondi, rurale-operaio e borghese, posti spesso in opposizione, sarà uno dei temi più ricorrenti nella scrittura della Ernaux, e in particolare all’origine di quel particolare sentimento di “vergogna sociale” che l’ha perseguitata per tutta la vita: la vergogna per le proprie origini e, allo stesso tempo, l’inestinguibile senso di colpa dettato da questa vergogna. Una frase, soprattutto, esemplifica l’ambiguità di questo conflitto: In certi momenti aveva in sua figlia, di fronte a lei, un nemico di classe.     

Ѐ quasi commuovente il valore incommensurabile attribuito alla cultura da parte di una donna che gestiva un bar-drogheria in un piccolo paesino della Senna Marittima; una commerciante che nella vita di tutti i giorni doveva preoccuparsi di faccende ben più materiali e urgenti, come far tornare i conti, gestire i clienti, tirare avanti l’attività per sfamare la famiglia.  «I libri erano gli unici oggetti che lei maneggiava con attenzione e precauzione. Si puliva sempre le mani, prima di toccarli».

Annie Ernaux, quattro anni dopo Il Posto  (l’opera sulla vita del padre che l’ha consacrata al giudizio della critica) nel 1987, a seguito della morte della madre, scrisse questo libro, avvalendosi ancora una volta di uno stile affilato, scarno, che procede per paragrafi brevi, elenchi, ripetizioni. Une femme, per l’appunto. Il romanzo fu pubblicato dall’editore Gallimard nel 1988, apparve per la prima volta in Italia presso Guanda nello stesso anno con il titolo “Una vita di donna”. A quasi trent’anni di distanza, L’Orma editore ce ne riconsegna l’edizione italiana con una traduzione di Lorenzo Flabbi, vincitore del Premio Stendhal per Memoria di ragazza, precedente libro della Ernaux pubblicato nell’aprile 2017.

Una donna. Ѐ bene sottolineare la rilevanza dell’articolo indeterminativo nel titolo, rivela l’intenzione di voler racchiudere in sé un’esperienza universale che trascende il significato della vita individuale. All’intersezione tra famigliare e sociale, tra mito e storia, secondo la volontà dell’autrice che ha coniato questo nuovo genere letterario definibile come “Autobiografia impersonale”, in cui il punto di vista mantiene sempre una certa distanza oggettivante dai fatti narrati, senza indugiare nel lirismo né nell’introspezione. Una ricostruzione accurata che non si adagia nel patetismo del ricordo o delle descrizioni minuziose.

Più che una narratrice, un’archivista, come lei stessa si definisce: «Questo sapere trasmesso per secoli da madre in figlia si ferma a me, che ormai ne sono soltanto l’archivista».

Revolutionary Road, il dramma moderno di un amore perfetto

Posted on February 27, 2018

«Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». L’incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj sembra sintetizzare alla perfezione la trama del romanzo di Richard Yates, Revolutionary Road.

Definito dalla critica “una tragedia contemporanea”, il libro di Yates ritrae un matrimonio sull’orlo dell’abisso: attraverso il lento declino di una coppia della middle-class americana degli anni ’50 viene messa in luce, innanzitutto, la crisi dell’individuo che ha perduto i propri punti di riferimento. Frank e April Wheeler possiedono, in apparenza, tutto quanto potrebbero desiderare: sono una coppia giovane e di bell’aspetto, con due bambini biondi e vivaci, vivono in una bella casa dotata di ogni comfort nel quartiere residenziale di Revolutionary Hill, nei sobborghi di New York.

Il circondario di Revolutionary Road, scrive Yates, non è stato progettato in funzione di una tragedia: le staccionate sono accuratamente dipinte di bianco, i prati puliti e tagliati di fresco. La sera le luci si accendono all’interno di tutte le case lasciando fuori l’oscurità e ogni incertezza. Nelle pagine finali della storia, Yates dirà: «Un uomo intento a percorrere di corsa queste strade, oppresso da un disperato dolore, era fuori posto in modo addirittura indecente». Ma il presagio della fine è avvertibile fin dal principio: l’ambientazione da fiaba, dalle tinte color pastello, che fa da sfondo alle vite dei due protagonisti talvolta appare come un gigantesco castello di carte destinato a ripiegarsi su se stesso; quella stessa casa sulla collina che dovrebbe costituire il rifugio da tutti i mali è in realtà una trappola, un inferno privato creato dalle stesse persone che lo abitano. Ben presto il lettore viene invitato a vedere oltre la superficie, scoprendo così quali drammi personali agitano gli abitanti di Revolutionary Road. La vita dei Wheeler non è affatto come sembra: non sono una famiglia felice, ma una coppia in perenne stato di tensione, insoddisfatta, che riesce solo a rinfacciarsi ambizioni frustrate, nella nostalgica commemorazione di una giovinezza dove tutto era ancora possibile. Delusi dalla loro esistenza, ma ancor più da loro stessi, marito e moglie vivono la loro realtà, la vita familiare, quasi si trattasse di una trappola e sognano di evadere progettando un viaggio-fuga a Parigi, per sfuggire alla quotidianità soffocante, alle ipocrisie, all’educato gioco di finzioni che li circonda. In entrambi i protagonisti si avverte il desiderio di fuggire da una vita che non hanno scelto, e in cui si sentono intrappolati senza scampo. Le pagine del romanzo ci rivelano, con un sapiente uso dei flashback, l’amara verità di una famiglia nata quasi per necessità, in seguito alla notizia inaspettata dell’arrivo del primo figlio. Dopo sette anni, il matrimonio sembra essere giunto al capolinea e il libro si apre in medias res mostrandoci due persone incapaci di capirsi e di comunicare, se non tramite litigi furibondi.

Il viaggio alla volta di Parigi, fantasticato da April, è la metafora del desiderio, di una felicità ancora possibile. Visti da vicino, i personaggi di Yates sono “squallidi”, infelici, raramente possiedono delle caratteristiche positive. E, soprattutto, vivono in una condizione di solitudine senza scampo; quel nuovo genere di solitudine tipica del XX secolo, a cui solo un narratore come Yates può dare voce,  la si potrebbe definire “solitudine dell’incomunicabilità”.

Frank Wheeler trascorre le sue giornate al quindicesimo piano del Knox Building Center, facendo quello che lui stesso definisce “il lavoro più cretino del mondo,” nel mentre intrattiene una relazione clandestina con una collega dell’ufficio per non lasciarsi annientare dalla noia. Tutte le persone che circondano Frank e April sono insoddisfatte per qualche ragione, oppure nascondono un’infelicità segreta: lo sono i loro amici più intimi, i Cambpell, famiglia numerosa che si è trasferita dall’assolata California alla ricerca di una vita diversa; lo sono anche Helen e Howard Givings, in apparenza un’amabile coppia di pensionati, che nasconde un figlio schizofrenico in una casa di cura; lo sono persino i colleghi di Frank, come Jack Ordway, sposato con un’ereditiera non più giovane che ha ormai dilapidato tutti i suoi averi.

Queste sono le vite che scorrono oltre le bianche staccionate di Revolutionary Road e che hanno fatto del libro di Yates un capolavoro senza tempo. Siamo nell’America post seconda guerra mondiale, negli anni del Boom economico, in un’epoca che punta tutto sui bisogni del consumatore e quindi dell’individuo: un mondo che sembra rivolto soltanto al benessere, alla realizzazione dei sogni, ma che poi ne chiede il conto.  Yates mostra nei suoi racconti il lato oscuro delle disillusioni, spingendo il lettore fino al punto più profondo dell’abisso, senza temere l’effetto disturbante di un finale tragico. Perché una volta crollato il miraggio della partenza per Parigi, il lettore lo sa, ogni lieto fine è perduto. La conclusione del romanzo appare inevitabile. La morte, per April, rappresenta l’estremo atto di evasione, diventa metafora di quella fuga premeditata che lei cerca di architettare ossessivamente per tutto l’arco della storia.

Un grande merito di Richard Yates come narratore è che, continuando ad alternare il punto di vista, riesce a mantenere la neutralità assoluta tra le ragioni e i torti di ciascun personaggio. Non fa da arbitro, non giudica mai.

Make it new! E i poeti risposero

Posted on February 17, 2018

La porta aperta sarà la politica di questa rivista: il grande poeta che stiamo cercando non la troverà mai chiusa, o semiaperta, ad ostacolare il suo genio illimitato!”. Con queste parole Harriet Monroe dichiarò gli intenti di Poetry, rivista fondata dalla scrittrice nel 1912. Con Poetry prese vita l’idea di uno spazio letterario dove poter pubblicare e diffondere arte e poesia liberamente, uno spazio salvo dalle limitazioni dell’editoria popolare. La fede incondizionata della Monroe nella poesia intesa come la più alta e completa espressione di verità e bellezza fu un miracolo per la produzione poetica angloamericana di quel tempo, al punto tale che la storia della poesia di stampo modernista e quella di questa rivista sono inseparabili.

Attiva ancora oggi, la rivista Poetry, nata dall’idea progressista di una donna che credeva fortemente nel miracolo della poesia come strumento rivoluzionario, rappresentò la chiave di volta della diffusione delle avanguardie, del verso libero e di uno dei movimenti letterari più sorprendenti di cui sono qui a scrivere, ovvero l’imagismo.

Se è vero che la Monroe compì una scelta coraggiosa e rivoluzionaria, altrettanto vero fu che questa pioniera trovò un valido supporto in uno dei padri della poesia imagista. Nel 1913 Ezra Pound pubblicò su Poetry una dichiarazione d’intenti dal titolo: A few don’ts by an imagist (Alcune cose da non fare), considerato un vero e proprio manifesto del movimento.

In questa dichiarazione d’intenti si sosteneva la necessità di un linguaggio poetico conciso e chiaro, basato sulla stessa precisione e immediatezza con cui balzano agli occhi le immagini. Di qui poeti come Ezra Pound, Hilda Doolittle, Amy Lowell e molti altri, scelsero di rendersi devoti alla “parola esatta”, alla parola che evocasse un’immagine ben distinta. Si cimentarono cosi nella creazione di nuovi ritmi e immagine dopo immagine fondarono una poetica del movimento.

Make it new!” fu l’espressione utilizzata da Ezra Pound per esortare gli scrittori contemporanei a distaccarsi dalle influenze letterarie del passato. E lui stesso seguì questo monito trovando ispirazione non solo nei movimenti d’avanguardia europei del tempo ma anche alla poesia cinese e giapponese.

Ed è così che Pound lanciò la propria ispirazione oltre i limiti della parola e facendo lavorare l’immaginazione in modo sconfinato, scrisse alcuni haiku in lingua inglese di straordinaria bellezza. Questo il mio preferito:

Modernismi perturbanti: Kawabata, Anderson e Barthelme

Posted on February 6, 2018

Il racconto è una forma breve in cui condensare ciò che spesso nei romanzi si svolge in centinaia di pagine. L’efficacia delle short stories sta quindi nell’immediatezza del senso e del significato. Spesso proprio i racconti diventano espressione di vere e proprie correnti letterarie, come accade con questi tre racconti di Yasunari Kawabata, Sherwood Anderson Donald Barthelme che vogliamo proporvi.

Nel racconto breve One Arm di Kawabata (tradotto in italiano come “Il Braccio”) la presenza degli oggetti rievoca l’esperienza erotica del protagonista con la giovane donna. Esperienza rappresentata dal gesto significativo dell’amputazione e impianto di un braccio. In questo senso l’incipit del racconto sembra essere fondamentale, poichè è nella prima frase pronunciata dalla ragazza che ha origine il tutto: “I can let you have one of my arms for the night”. Emerge così in modo istantaneo l’idea del concedersi all’uomo, atto proprio dell’universo femminile. A conferma dell’intenzione subito si fanno strada due aspetti fondamentali: la simbologia dell’elemento fallico riconoscibile nel braccio ed il tempo dell’azione che si colloca nella notte, luogo temporale irrazionale ed onirico in cui il gesto erotico avrà luogo.

La premessa iniziale di questo gesto, non è solo il prestito del braccio ma anche il passaggio dell’anello da una mano all’altra. L’anello, interpretato dall’uomo come un anello di fidanzamento (engagement ring), viene in realtà definito dalla ragazza un ricordo d’amore, un pegno (keepsake). In realtà, nell’etimologia di quest’ ultimo termine sono contenuti due importanti riferimenti: il primo è legato al termine keep che significa mantenere, conservare e l’altro al termine sake, che vuol dire amore, motivo, interesse, ragione. La ragazza racconta all’uomo che l’anello è un dono della mamma, che dunque metaforicamente si rende “guardiana con amore “della purezza della giovane donna. Non a caso l’anello, dalle caratteristiche strutturali e simboliche che lo qualificano come un oggetto sostitutivo di una relazione amorosa sana, è d’argento e non d’oro, dunque di preziosità inferiore e è non un anello di fidanzamento ma solo un pegno, un a memoria, un ricordo .

Ancora a proposito dell’anello, cosa dire della rotondità? Il cerchio, la forma avvolgente più perfetta, è da sempre considerato simbolo di protezione ed usato come fortificazione attorno alle città, ai templi, alle tombe per impedire a nemici e demoni di entrare. Tanto più che nelle pratiche magiche si usa tracciarlo intorno alla persona che deve essere difesa. In tutto il racconto, quasi in modo ossessivo si associa la rotondità all’universo femminile, come a sottolineare la forza della genealogia matrilineare della ragazza, genealogia preannunciata dalla storia familiare.

Come oggetto prezioso, il cerchio protettore prende la forma della collana, del braccialetto e, con forza maggiore, dell’anello amuleto o talismano che in tutti i popoli dall’antichità serviva a proteggere le dita, considerate i punti più sensibili e vulnerabili perché strumenti primi di emissione e ricezione dei fluidi magici. Dunque l’anello, simbolo di un legame e della storia della donna, viene trasferito alla mano del braccio prestato all’uomo con un gesto ufficiale di concessione  e solenne della donna. Ed ecco che l’anello passa dall’anulare della mano sinistra a quello della mano destra, ovvero dal legame d’amore indissolubile con la madre protettrice al legame fittizio con l’uomo.

La forza dell’universo femminile, preannunciata da questo gesto e dalla presenza materna che preserva e protegge, invade letteralmente tutto il racconto. Il braccio sembra quasi attentare alla vita dell’uomo nel momento dell’amputazione e sostituzione, come se gli odori inebrianti, la rotondità delle forme e la presenza costante delle dita affusolate della giovane donna, rendessero l’uomo incapace di restare lucido. A tal proposito vorrei soffermarmi sull’etimologia della parola“disarm”, disarmare che significa letteralmente privare di un’arma e che associa il termine braccio al termine spada, potere.

Come accade nell’Odissea, in cui gli uomini, inebriati e resi ottusi dal richiamo delle sirene o della maga Circe, soccombono alla forza della potenza femminile irrazionale e dionisiaca, allo stesso modo il protagonista di One Arm, in una notte visionaria avvolta da una fitta nebbia satura del profumo di magnolia, soccombe alla sensualità della natura femminile, temendo ad un certo punto di perdere la vita, atterrito dall’assenza del battito sanguigno. Aspetto che evoca immediatamente, non solo la femminilità racchiusa nella sfera simbolica del sangue, come elemento femminile per eccellenza associato alla fertilità e alla perdita di verginità, ma anche al candore della magnolia. Il sangue e la magnolia, richiamati visivamente con tanta forza dallo stile modernista di Kawabata, rendono al lettore l’immagine di una purezza macchiata e violata, come in un dipinto. Ed è così che, in un incipit dalla semplicità apparente, la donna, evocando la propria genealogia, come in una sorta di rito magico, infonde la vita ed il potere  guaritore dell’amore al braccio, ben prima di consegnarlo all’uomo. In questo atto di “maternità” la ragazza stabilisce il proprio potere matriarcale di generatrice di vita. Ed ecco che il braccio, se trattato con gentilezza, può anche parlare ed acquistare pagina dopo pagina sembianze umane. La bellezza e l’acutezza dell’elemento della magnolia, presente nel racconto come profumo che satura l’aria densa di nebbia, è straordinaria a mio avviso. La magnolia rappresenta infatti la sensualità e la passione, ma anche la riservatezza e la paura. Infatti, questa pianta si costituisce di fiori, foglie e corteccia ed è per questo motivo che si crede contenga le caratteristiche di amore come elemento guaritore, di resistenza e sensualità allo stesso tempo. Tanto che nel linguaggio dei fiori è simbolo di dignità e perseveranza, di nobiltà e bellezza. La magnolia è inoltre una delle piante più antiche al mondo e si dice che sia sopravvissuta all’era glaciale.

Di Alda Merini o del corpo del canto

Posted on January 25, 2018

Pubblichiamo un articolo della nostra Mara Sabia, comparso anche nella rivista Sineresi, sulla poetica di Alda Merini. Sabato 27 e domenica 28 gennaio, le serate di lettura dalle opere della poetessa milanese, a Roma.

***

(…)
Quando gli amanti gemono
Sono i signori della terra
E sono vicini a Dio
Come i santi più ebbri.
(…)

– A. Merini, Quando gli innamorati si parlano.

 

Piccola ape furibonda, meretrice, santa, sanguinaria, solo una isterica, la pazza della porta accanto. Inutile e riduttivo tentare di definire Alda Merini, anche attraverso le sue stesse autobiografiche definizioni. Conviene piuttosto prendere atto delle infinite, singolari e contraddittorie caratteristiche del suo vissuto e del suo genio. Scrivere di Merini implica trattare l’incandescente materia manicomiale, fare i conti con il canto che sorge terribile e splendido in momenti di una speciale lucidità benché i fantasmi che recitano da protagonisti nel teatro della sua mente provengano spesso da luoghi frequentati durante la follia, come scrive Maria Corti. Una poesia, quella meriniana, in cui spesso bisogna discernere il fango dai diamanti, proprio perché nata in dette, eloquenti, condizioni e che sarebbe impossibile da leggere se fosse scissa dalla biografia della poetessa.

Una poesia difficile, contrariamente a quanto appare e che presenta caratteristiche specifiche e originali. Forse Rilke, o forse nessuno, costituisce, oltre alle matrici classiche, la tradizione a cui si rifà Merini. Una lirica metaforica, dal linguaggio contrastante, forbito e modesto, comune e spirituale, degno di messali, alle volte. Un canto che avvicina Dio e uomo in molteplici modi. Li mischia, li sovrappone, li confonde. Misticamente. Leggere Merini significa prepararsi al dualismo e al compenetrarsi di cielo e terra, di carne e spiritualità, di corpo e anima: probabilmente non vi è aspetto più interessante di questo nella poetica meriniana. Una voce potentemente ossimorica che trae il suo meglio dalla tensione dolorosa della eterna convivenza di angeli e demoni. Per dirlo con le parole di Merini: “solo angeli e demoni parlano la stessa lingua da sempre“. Puro corpo e puro spirito, quasi a ricalcare le Scritture, è il motivo dell’intera opera meriniana e delle figure che la compongono. Gli Amanti sono puro corpo e puro spirito: coloro che umani, terrestri, gemono e contemporaneamente, in tale linguaggio, sono vicini a Dio come i santi più ebbri. Sono puro corpo e puro spirito i matti dipinti nelle pagine del capolavoro la Terra Santa in cui sono profeti, mistici, angeli, santi. Puro corpo e puro spirito sono i poeti, i medici, gli amici della poetessa ritratti in versi. Ella stessa e il suo canto sono pura carne e puro spirito. E allora “corpo” è parola amata e ricorrente. È scelta emblematica nel titolo del testo “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù”. Quel Gesù che è pietra, carne e spirito, che da solo si annienta nei sensi e nello spirito per una prova d’amore. Il “corpo” meriniano non è mero un contenitore per l’anima o un mezzo per la poesia, ma è un modo, un mistero meraviglioso, una domanda sconvolta, è la poesia stessa. Scrive Merini: Gli inguini sono tormento/sono poesia e paranoia/delirio di uomini. /Perdersi nella giungla dei sensi, /asfaltare l’anima di veleno,/ma dagli inguini può germogliare Dio. Il corpo qui è poesia, paranoia, perdita, ma anche porta sul divino. Il corpo cantato da Merini è spesso esaltato alla maniera biblica, chiari, ad esempio, sono i riferimenti al Cantico dei cantici: Forse tu hai dentro il tuo corpo/Un seme di grande ragione – scrive Alda Merini nel suo Canto dello sposo, concludendo sfinita di passione – eppure in me è la sorpresa/di averti accanto a morire/dopo che un fiume di vita/ ti ha spinto fino all’argine pieno.

Nella complessità del tema della carne e del corpo in Alda Merini, emergono altri connotati, come ad esempio la bellezza. Bellezza, per la poetessa è ciò che salva l’atto carnale dalla miseria, così come la nudità è salvata dal disgusto, dal pudore. Il corpo senza trascendenza nell’altro non è altro che il ludibrio grigio nominato ne La Terra Santa. In questa ottica anche l’eros si trasforma in arte, in poesia. Gianfranco Ravasi la descrive come capace di intrecciare eros e agape, carne e anima, desiderio e fede: come il peccato cede e travolge la fede stessa/fino a diventare a sua volta/il ritmo stesso della fede. Come il peccato è arte/ e come l’arte è il peccato.

“Io nel pensier mi fingo”, la poetica di Giacomo Leopardi

Posted on January 2, 2018

In occasione dell’incontro di lettura che si terrà il 9 gennaio, vi proponiamo una riflessione sulla poetica di Giacomo Leopardi, scritto da Alice Figini.

***

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Qualsiasi uomo, di qualsiasi epoca, si identifica con il percorso del pastore, con il suo cammino accidentato, riconosce le domande impellenti rivolte alla Luna che  non otterranno mai risposta e che, almeno una volta, ciascuno nel suo intimo ha espresso a se stesso. Nel  Canto notturno di un pastore errante dell’Asia si manifesta la definizione universale di ogni poesia: nella singolarità dell’io poetico che rivolge domande all’infinità del cielo si riflette un’umanità collettiva, che soffre, si dispera e, ciononostante, vive.  E questo sentire diventa una traccia capace di travalicare il tempo e lo spazio. Dopotutto cos’è la scrittura se non una traccia, uno scarto, qualcosa che resta dell’anima?

Giacomo Leopardi è stato una delle figure più produttive della nostra letteratura, scrisse moltissimo per tutta la vita, mettendo la sua stessa esistenza al servizio della scrittura. Più di trecento opere, a cui si aggiunge la corposa mole, ben 4526 pagine, del suo diario personale, lo Zibaldone che tratta, sul piano filosofico, argomenti di ogni genere.

La poesia di Leopardi, come testimonia l’immensità del canto “L’Infinito”, è tutta penetrata nella mente ed è proprio questa caratteristica a renderla immortale. «Io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura», ciò che percepiamo, attraverso queste parole, è un presente vitale che non cesserà mai di essere. Si tratta di uno spazio del pensiero, intangibile e illimitato, che dà all’esistenza una parvenza di immortalità. Siamo tutti abitati da sempre da una “irrequietezza vitale” che nelle opere di Leopardi prende corpo e vita. Attraverso uno sguardo che indaga nell’umano, il poeta di Recanati è riuscito meglio di chiunque altro a esprimere la “straziante e meravigliosa bellezza del creato”, consegnandoci, attraverso i suoi componimenti, una domanda esistenziale che ancora non trova risposta e che difficilmente sarà esaudita, come una preghiera.

Si tende talvolta a confondere il pessimismo di Leopardi con la malattia che lo costrinse a una vita ritirata, in perenne stato di meditazione. In realtà la malattia non fu mai un fattore limitante nella sua espressione artistica, ma rappresentò piuttosto “uno strumento conoscitivo” che gli permise una più profonda analisi interiore. Tutti i suoi scritti, infatti, mirano all’interiorità e forse proprio per questo motivo riescono così facilmente a entrare in contatto con l’anima dei lettori.

“Materia prima”, il romanzo di Jörg Fauser sulla “sete” di senso e di vita

Posted on December 13, 2017

È considerato uno dei capisaldi della controcultura tedesca, di quella vena undergorund a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta nella Germania del Muro di Berlino, eppure in Italia è arrivato solo nel 2017.  “Materia prima” (“Rohstoff“, in tedesco), romanzo scritto nel 1984 da Jörg Fauser e tradotto da Daria Biagi, è stato pubblicato nel nostro Paese per i tipi L’Orma editore, una casa editrice che sta traducendo e mandando in stampa piccole e grandi rarità della letteratura francese e tedesca.

“Materia prima” ripercorre per molti aspetti proprio le vicende biografiche di Fauser, scrittore “più noto nell’ambiente delle forze dell’ordine che non nei circoli letterari“, come sottolinea Daria Biagi nella postfazione. Il protagonista del romanzo si chiama Harry Gelb, studente alla soglia dei trent’anni, preso nel gorgo delle droghe ma ossessionato dal dover “combinare qualcosa nella vita“, vero e proprio mantra di una generazione. Pena il fallimento.

A diciotto anni, dopo due fugaci infatuazioni per la politica e per la religione, mi era già chiaro che fare lo scrittore sarebbe stato per me l’unico modo di scrollarmi di dosso l’apatia, e magari addirittura di combinare qualcosa nella vita.

Ed è in questa continua ricerca di un equilibrio interiore ma anche “esteriore” che Gelb passa da un lavoro a un altro, da una donna a un’altra – sempre portandosi dietro una macchina da scrivere o un taccuino e il manoscritto di un romanzo che in tutti i modi cerca di far pubblicare: “Stamboul Blues“. Quella di Gelb in realtà è una tremenda “sete” di vita, di significato, di materia prima – appunto – di sostanze, siano queste droghe o esperienze. Gelb si trova infatti più a suo agio nelle bettole che non negli uffici della Bundesbank, dove pure capiterà – salvo fuggirne poco dopo. Nei bassifondi piuttosto che negli ambienti borghesi. In tutti quei luoghi e quelle circostanze in cui l’uomo rivela se stesso senza schemi.

Lo Schmales era qualcosa di più che un posto dove farsi una birra, l’osteriaccia o il baretto evocati in mille canzoni. Lo Schmales era il rifugio di cui molti avevano bisogno nel bel mezzo del proprio Paese, il porto franco in cui potevano venire a patti con i proprio sogni, una casa per la quale non c’era bisogno di mutui, di garanzie e di mobili, senza letti rifatti e senza mogliettine, ma dove tutto quello che serviva era una sete inestinguibile e la sensazione che il tuo vicino, chiunque fosse e qualunque aspetto avesse, se si era portato dietro abbastanza sete, potesse essere per una sera anche tuo amico.

E se la vita di Gelb si dipana tra le Comuni e i bassifondi di città come Berlino, Francoforte e Istanbul, tra anarchici, rivoluzionari e pseudoterroristi, la tensione di Gelb è diretta sempre verso un’improbabile ricerca di senso: Harry rifiuta la società proprio come gli anarchici cui si accompagna ma ne è al contempo affascinato e utilizza la scrittura e il proprio sguardo per comprenderlo e dissezionarlo.

Gironzolai a passi lenti per l’atrio della stazione, feci entrare i rumori dentro di me raccogliendo istantanee. Negri in uniforme ballavano sulla musica della radio a transistor, un vecchio vagabondo attaccava briga con gli sbirri, camioncini elettrici portavano ai treni i sacchi della posta, jugoslavi al chiosco delle birre reclamavano ad alta voce un’ultima bevuta. Un dandy faceva le poste a una marchetta, le puttane si slogavano le caviglie sui tacchi a spillo, i borseggiatori in attesa davanti agli sportelli bancari, eleganti signore dalle espressioni scostanti al braccio di uomini in piedi sotto un divieto di sosta, famiglie indiane  con uno stuolo di bambini e di valigie, e fuori la notte, col suo turbinio di sirene.

“Materia prima” è in realtà una critica a tutti i sistemi sociali, siano questi in essere o utopico-rivoluzionari: ciascuno a modo proprio proponeva e pretendeva l’adesione a regole e stili. Ciascuno uniformava, escludeva, metteva sete. 

“Orientarsi con le stelle”, reading dalle poesie di Raymond Carver

Posted on November 4, 2017

Un reading per conoscere Raymond Carver e la sua vita attraverso le poesie dello scrittore americano. Simbolo della resilienza e della scrittura che salva, Carver testimonia con le sue parole la possibilità per ciascuno di ricostruirsi. E lo fa puntellandosi, parola dopo parola – passo dopo passo – con la scrittura. I racconti in primis, genere letterario scelto proprio per il poco tempo che aveva a disposizione, e le poesie, una forma – quest’ultima – che non lo ha mai abbandonato e che Carver utilizzava per “fotografare” la realtà: entità minime che spesso erano l’unità di misura originaria di veri e propri racconti. Non a caso ha scritto anche “racconti in forma di poesia”.

Nella stanza di Stephen King

Posted on October 26, 2017

Si può leggere quasi dovunque, ma per quanto riguarda la scrittura, le scrivanie con separatori delle biblioteche, le panchine dei parchi e le sistemazioni temporanee dovrebbero rappresentare l’ultima spiaggia. Truman Capote asseriva di sbrigarsela a meraviglia nelle camere d’albergo, ma si tratta di un’eccezione: il resto di noi se la cava al meglio in un luogo tutto per sé. Finché non ne scoverete uno, vi sarà difficile prendere sul serio la vostra recente decisione di lavorare sodo.

[…] John Cheever scriveva nella cantina del suo appartamento di Park Avenue, vicino alla caldaia. Il vostro può essere un angolo modesto (anzi, forse è preferibile che lo sia, come credo di avere accennato), con un solo particolare davvero necessario: una porta che siate disposti a chiudere. E’ una maniera per ribadire a voi stessi e al mondo intero che non state menando il can per l’aia: vi siete assunti un impegno della massima importanza e non volete passare per sbruffoni.

Dopo essere entrati nel vostro nuovo posticino e avere sbarrato l’uscio, vi fisserete un obiettivo quotidiano. all’inizio, come con l’esercizio fisico, sarebbe meglio non esagerare, per evitare di scoraggiarvi. Vi suggerisco un migliaio di parole al giorno e, giusto per essere magnanimo, vi consento di staccare per ventiquattr’ore alla settimana, ma solo per i primi tempi. Non di più, altrimenti la vostra storia perderà in entusiasmo e immediatezza. Una volta stabilito il traguardo, ripromettetevi di non aprire la porta finché non lo avrete raggiunto. Sbrigatevi, mille parole, su carta o floppy disk. In una vecchia intervista, probabilmente per il lancio di Carrie, il conduttore di un programma radio mi chiese come scrivessi. “Una parola per volta”, gli risposi, lasciandolo di stucco. Forse era indeciso se scherzassi o meno. Nossignore, stavo dicendo sul serio. In fin dei conti non è difficile. Che sia un raccontino o una trilogia epica del calibro de Il Signore degli anelli, si procede sempre nel solito modo, mettendo una parola in fila all’altra. La porta serve a tenere fuori il resto dell’umanità, ma anche a non farvi uscire e permettervi di concentrarvi sul lavoro.

Se possibile, nel vostro posticino non dovrebbero esserci un telefono e men che meno televisori o videogiochi con i quali sprecare minuti preziosi. Se c’è una finestra, accostate le tende o le imposte, sempre che non si affacci su un muro intonacato di bianco. Per tutti gli autori, ma in particolare per quelli in erba, è consigliabile eliminare fonti di distrazione. Proseguendo a scrivere le filtrerete spontaneamente, ma sulle prime è meglio risolvere il problema alla radice. Io lavoro con un sottofondo di musica a palla, affezionato da secoli all’hard rock di AC/DC, Metallica e Guns N’ Roses, ma per me si tratta di un’alternativa al chiudere la porta. Mi avvolge, strappandomi alla mera quotidianità. Quando scrivete, non volete abbandonarvi il mondo alle spalle? Certo che sì, perché state dando vita al vostro universo personale.

Forse in realtà stiamo parlando di una specie di sonno creativo. Come la vostra camera da letto, anche il vostro posticino  dovrebbe essere appartato, uno spazio riservato ai sogni. La tabella di marcia (entrare grosso modo alla stessa ora ogni giorno, uscire con le mille parole su carta o floppy) ha il compito di allenarvi a sognare, di prepararvi a questo evento, proprio come vi apprestaste a dormire coricandovi puntuali la sera dopo gli immancabili rituali del caso. In entrambe le circostanze, impariamo a restare immobili con il corpo, spingendo la mente a librarsi sopra la monotonia della razionalità quotidiana. E come abituate intelletto e fisico a una determinata quantità di riposo notturno (sei, sette ore, magari persino le otto raccomandate dai medici), così da svegli vi impratichirete del sonno creativo, trasformando i sogni a occhi aperti in narrativa di qualità.

Però vi servono una stanzetta, una porta, la risolutezza per chiuderla e un obiettivo concreto. Più a lungo vi atterrete a queste regole e più facile diventerà scrivere. Non aspettate l’arrivo della musa. A costo di ripetermi, è un tizio cocciuto, poco disposto a svolazzare in giro spargendo la sua polverina. Qui non stiamo discutendo di spiritismo o tavole Ouija, ma di un impiego qualunque, tipo installare tubazioni o guidare autoarticolati.Sarà vostro preciso compito accertarvi che la musa sappia dove scovarvi dalle nove a mezzogiorno o, poniamo, dalle sette alle tre del pomeriggio. Se righerete dritto, vi assicuro che prima o poi il nostro amico comincerà a fare capolino, masticando un sigaro e dando fondo alle sue magie.

[Tratto da Stephen King, “On writing – autobiografia di un mestiere”, Frassnielli, 20 euro]