Se l’algoritmo censura Catullo

Ieri è accaduto un fatto curioso. Sui nostri social abbiamo pubblicato un carme di Catullo e dopo qualche ora abbiamo ricevuto una notifica da parte di Instagram in cui ci veniva comunicata la rimozione del post perché violava le linee guida della piattaforma e, anzi, si inscriveva nei discorsi inneggianti all’odio. Siamo rimasti interdetti. Sulle prime ci siamo assicurati che quel post non avesse creato altri danni – come la chiusura automatica dell’account. Così non era, per fortuna. 

E’ di qualche giorno fa la notizia secondo cui l’algoritmo di Facebook ha cancellato un’immagine di una statua di Canova perché “nuda”. Immancabile il commento di Vittorio Sgarbi che ha dato della “capra” all’algoritmo. Ebbene, con il nostro post deve essere accaduta un po’ la stessa cosa: l’algoritmo deve aver individuato nell’immagine alcune parole sprezzanti scritte da Catullo – il carme era il n. XVI, per chi volesse andare a rileggerlo – e senza rendersi conto che si trattava di una poesia di uno dei più importanti autori della latinità, ha rimosso il post.  Continue reading “Se l’algoritmo censura Catullo”

“Non devo scordare che il cielo fu in me”, Antonia Pozzi

Un poeta si distingue per la singolarità del proprio sguardo. La poesia, proprio come la fotografia, è una questione di prospettiva; il tentativo artistico di donare al tempo l’immortalità. 

Le immagini scattate da Antonia Pozzi parlano con la stessa voce dei suoi versi; gli album fotografici da lei raccolti sono diari intimi, libri di memorie, nel quale è conservato un frammento dei suoi occhi puri, spalancati a cogliere con intensità ogni momento della vita. È lei la poetessa tragica del nostro Novecento, riscoperta postuma grazie alla pubblicazione dei suoi scritti che nel 1945 ottennero l’apprezzamento di Eugenio Montale e furono in seguito riediti nella rinomata collana «Specchio», l’edizione della Mondadori dedicata ai poeti più illustri.  

La figura di Antonia Pozzi è stata oggetto solo negli ultimi decenni di una clamorosa riabilitazione, che ha condotto ad analizzare più a fondo anche la sua abilità come fotografa. I tratti salienti della sua biografia sono noti e liberano la sua esistenza da ogni mistero: «Io sono tutta una magrezza acerba inguaiata in un colore avorio», così si descriveva giovanissima nella poesia Canto della mia nudità. Milanese, di famiglia altolocata, Antonia sembra soffrire come una prigioniera nell’ambiente colto e raffinato in cui vive. La sua intelligenza precoce rende buia la sua adolescenza. Inizia a scrivere i primi componimenti da studentessa, nel corso degli anni trascorsi al Liceo Classico Manzoni; anni segnati dall’innamoramento per il suo professore di latino, Antonio Maria Cervi. Il legame tra i due fu fortemente avversato dalla famiglia di lei, in particolare dall’ostilità del padre.  Continue reading ““Non devo scordare che il cielo fu in me”, Antonia Pozzi”

Nazim Hikmet. Le mie parole erano uomini

L’amore che ha cantato Hikmet è il sentimento nella sua forma più estrema e onnicomprensiva: l’amore per la vita. Le sue poesie di certo parlano d’amore, lo sussurrano in ogni verso, ci pervadono di una pienezza carnale, viva, palpitante, con il loro ritmo scandito riescono addirittura a farsi udire come il battito di un cuore: eppure sono il canto solitario di un uomo che ha amato ogni cosa del mondo con un abbandono totale e struggente; sono il suo grido di coraggio dalla cella di una prigione; sono idee appassionate espresse con una tenerezza in grado di abbracciare l’intera razza umana.

Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Recita così una delle sue poesie più celebri, consacrata dal regista Ferzan Özpetek con la magistrale interpretazione di Margherita Buy nel film Le fate ignoranti, che ha di certo contribuito a diffondere la fama del poeta turco nel nostro Paese.

La poesia di Nazim Hikmet è il canto melanconico di un uomo in esilio che per motivi politici fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita lontano dalla terra natale, la Turchia. Giovanissimo si avvicinò al pensiero comunista ed emigrò in Russia dove ebbe occasione di studiare sociologia e conoscere Lenin, Majakovskij e altri intellettuali della rivoluzione. In patria le sue poesie vennero bandite con l’accusa di incitare il popolo alla rivolta e, al suo ritorno, Hikmet si rivelò un personaggio scomodo per il regime. Nel 1938, in seguito alla diffusione di alcuni suoi romanzi e drammi teatrali, fu condannato a ventotto anni di carcere. La prigione sarà di ispirazione per le sue liriche più belle; dietro le sbarre comporrà infatti il poema epico Paesaggi umani della mia terra, considerato il suo capolavoro.

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Vi racconto Pierluigi Cappello

di Maria Francesca Di Feo

Conobbi Pierluigi Cappello durante la quarta liceo, quando mi interessavo di poesia da alcuni anni: per il mio diciassettesimo compleanno un amico friulano mi regalò la silloge Mandate a dire all’imperatore, vincitrice del premio Viareggio-Repaci (2010). Mi stupì e commosse. Considerata da molti l’apice del suo percorso letterario, la raccolta mostra il cuore della poesia di Cappello, risonante saggezza disarmata e spoglia. La realtà fermata dai suoi versi rende il lettore parte di una comunità silenziosa, in cui ogni parola si configura come misurato incastro e faticosa conquista. Divorai quel libro più e più volte, fino a tenerlo sempre nello zaino o in borsa, al punto che è tuttora tra i miei più consumati. Trovai il coraggio di scrivere direttamente a Pierluigi qualche mese dopo, nel maggio del 2013. Fu quel mio stesso amico, che collaborava con un giornale locale, a fornirmi l’indirizzo di posta elettronica. Impiegai ore e ore a scrivere quella breve presentazione di me stessa, unita a un sentito e ossequioso ringraziamento per la sua opera: mi ero ormai convinta di scrivere a un gigante, a una delle persone più importanti nei miei neanche diciott’anni. Decisi anche di allegargli qualche mia poesia: già che c’ero, pensai, non avevo nulla da perdere. Pierluigi mi rispose in neanche due giorni, con una mail bellissima che iniziava così:

“Gentile Maria Francesca,

il suo entusiasmo merita una risposta. Sono felice che i miei versi possano parlarle e accompagnarla durante le sue giornate. Sono anche dell’idea che il merito non appartenga del tutto a me ma vada diviso equamente. Diciamo che un po’ del merito è mio e un poco è suo, perché ogni volta che lei legge un mio verso, lo fa rivivere con la sua sensibilità, con le sue esperienze di lettura fin qui accumulate, e con la percezione che lei stessa ha dell’esistenza e del mondo. Diciamo ancora che se i miei versi nascono da me, rinascono ogni volta in chi li legge e mi fa piacere che lei li abbia fatti nascere una volta di più.

Mi sento lieve quando ricevo mail come la sua, mi sento come se fossi riuscito ad assolvere un compito, come se il senso dello scrivere poesia in questa società di ferro mi venisse restituito con calore e in un colpo solo. Grazie.”

Concludeva annunciandomi che avrei potuto scrivergli, nonostante la valanga di posta che riceveva, e che avrebbe letto le mie poesie appena terminato un libro per Rizzoli (“Questa libertà”, edito nel settembre 2013) e dopo aver assolto agli impegni da giurato al Viareggio. Ci scambiammo alcuni altri messaggi per iniziare a conoscerci, fino a che nel periodo natalizio mi invitò a fargli visita a Tricesimo (in provincia di Udine).

PIERLUIGI ABITAVA…

Era una fredda mattina di fine dicembre; il 28, per la precisione. Pierluigi abitava in una piccola casa di legno, un prefabbricato costruito coi fondi dell’Unione Europea per la regione Friuli dopo il terremoto del ’76. Dal centro del paese vi si arrivava dopo un tratto di strada in salita, accanto al quale sorgevano poche altre case e una struttura residenziale per anziani. Era un posto incredibilmente tranquillo, dove si respirava l’aria dei colli in prossimità delle Alpi e della non distante frontiera. Della casa di Pierluigi mi catturò subito la scrivania ricolma di carte, e la libreria che sembrava abbracciare l’intera stanza d’ingresso, la quale fungeva anche da studio e da salotto. Non ricordo le parole precise con cui mi accolse, ma solo il suo sorriso discreto e luminoso, che immediatamente balenò e che ritornava ogni qualvolta la conversazione lo divertisse.

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La resilienza della parola

La scrittura come resilienza. La lettura come forma di condivisione e riscoperta della parola. La parola come elemento di interpretazione e comunicazione della bellezza che ci circonda.
La Setta dei Poeti estinti – progetto nato sui social nel 2013 sull’onda del film “L’Attimo fuggente” e poi divenuto un’occasione “fisica e reale” di letteratura condivisa – prende le mosse da queste tre “necessità”, da queste tre convinzioni: la scrittura, la lettura ma prima ancora la capacità imprescindibile del riconoscere per poter raccontare.
Attraverso le parole dei grandi scrittori, infatti, è possibile “trovare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, proprio come scriveva Italo Calvino nell’ultima pagina de Le Città invisibili. Ed è questa una dimensione sia interiore sia esteriore: la grande letteratura fornisce parole e spunti alle nostre intuizioni, al nostro ri-conoscere. Rappresenta uno sprone a fare nostra la parola.
Ma il progetto de La Setta dei Poeti estinti prende le mosse anche da un’altra urgenza per cui rischiamo di perdere la capacità di riconoscere e tradurre in parole la bellezza: siamo sempre più immersi in un mondo digitale che distrae da quanto ci circonda. Limita lo sguardo e la lettura profonda.
Le notifiche, i continui post, la frammentazione di quella che viene definita la “lettura profonda” richiede che si corra ai ripari. Che si sfruttino proprio i social per arginare questa deriva, tale per cui dedichiamo alla parola scritta una frazione di secondo e se non ci piace la gettiamo via senza troppo riflettere, senza approfondire.
Parlare di poesia, pubblicare poesia su Facebook e Instagram è rimasto ormai l’ultimo gancio – che sfrutta proprio lo strumento “colpevole” – per “ricordare” l’urgenza della poesia a quanti ormai faticando a prendere in mano un libro cartaceo – figuriamoci un romanzo lungo – non per poca volontà ma perché qualcosa dall’esterno sta erodendo progressivamente la nostra capacità di leggere testi lunghi e di scrivere. E allora è proprio da questi strumenti – i social e il digitale – che bisogna ripartire per far tornare alla mente di quelli che un tempo erano definiti “lettori forti” la necessità della lettura, della scrittura, della parola.
E se è vero che, come riportano alcune ricerche scientifiche internazionali, ogni giorno leggiamo qualcosa come 34GB di informazioni, a una velocità tale da aver ormai sviluppato solo una attenzione superficiale per tante e troppe cose, il nostro progetto de La Setta dei Poeti estinti vuole creare una nicchia di consapevolezza sulla poesia, sulla scrittura e sulla letteratura – sulla loro necessità per comprendere il prossimo, conoscere se stessi e stare al mondo – che ormai si sta perdendo per mancanza di attenzione. Ci stiamo impoverendo, schiavi del digitale.
Perdere la capacità di attuare la lettura profonda, di contro, rischia di impattare gravemente anche sulla vita democratica del Paese. Come sottolinea in modo molto efficace Maryanne Wolf, nel suo saggio “Lettore, vieni a casa“, edito per i tipi “Vita&Pensiero”, la progressiva perdita dell’abitudine all’approfondimento e la continua fruizione di testi brevi, intuitivi, veloci – unito al deficit ormai diffuso di attenzione – rischia di intaccare anche quella capacità critica che sta alla base di tanta vita democratica e politica di un Paese.

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Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi

In occasione della serata di letture dedicata a Fernando Pessoa, organizzata insieme all’hub culturale della Regione Lazio “Spazio Moby Dick”, il 25 maggio 2018, pubblichiamo una breve “guida all’ascolto” sugli scritti del poeta portoghese.

Il sogno, il confine dell’umano inteso come spartiacque e punto di contatto tra interiorità e mondo esterno, la vita vissuta in un sentire amplificato, sconvolto dalla capacità percettiva che scova sensi e significati in ogni gesto, in ogni accadimento. E ancora, la “convivenza” degli eteronimi, che guardano – senza sosta – a quell’ortonimo cui tutto torna: Fernando Pessoa.

Gli scritti del poeta e scrittore portoghese sono una lente di ingrandimento sulla società e sull’uomo che ha come punto di partenza il singolo. Per molti aspetti, la poesia e quell’enorme zibaldone di pensieri qual è Il Libro dell’Inquietudine rappresentano lo sforzo ontologico di Fernando Pessoa, con una ricerca che ha come punto di congiunzione con l’altro la pelle, l’occhio, i sensi, il confine dell’uomo con il mondo esterno. E la ricerca di significato nei segni, quando è rivolta verso l’interiorità, indaga le percezioni ricevute e – prima su tutti – ha come luogo il sogno. È nella dimensione onirica che Pessoa crea e vive una realtà parallela, qui trova rifugio:

E il sogno, la vergogna di fuggire  verso me stesso, la codardia di avere come vita quella spazzatura dell’animo che gli altri hanno soltanto nel sonno, nella immagine della morte attraverso la quale russano, nella tranquillità, che li fa sembrare dei vegetali progrediti! […] E così, facendo quello che non voglio fare e sognando quello che non posso avere, trascino la mia vita…assurda come un orologio civico fermo. Quella sensibilità tenue ma ferma, il sogno lungo cosciente…che costituisce nel suo insieme il mio privilegio di penombra. (Libro dell’Inquietudine, pp.39,40 – ed Feltrinelli 2001)

Ed è da questa commistione tra reale e sogno che nascono poi i cosiddetti eteronimi di Fernando Pessoa, personaggi con una loro specificità – dalla data di nascita e morte alla poetica, agli studi, alla biografia. Esistenze “immaginarie” ma con una dignità di persona. I più noti sono Álvaro de Campos (nato a Tavira, in Portogallo, nel 1890. Studiò ingegneria e si trasferì a vivere in Scozia. Viaggiò molto e morì – insieme con Pessoa – il 30 novembre 1935), Ricardo Reis (medico di ideologia monarchica che si trasferì in Brasile per protesta nei confronti della Repubblica portoghese – non si conosce la data della sua morte), Alberto Caeiro (nato a Lisbona, contadino, la sua visione della vita si può riassumere nel verso “C’è sufficiente metafisica nel non pensare a niente”. La sua opera è raccolta nel volume “Poemas Completos de Alberto Caeiro”) e Bernardo Soares. Quest’ultimo è considerato un eteronimo incompleto, visti i numerosi punti di contatto con la realtà viva e vissuta di Fernando Pessoa. Come Pessoa, infatti, Soares era un grigio impiegato, come Pessoa spesso si rivolge al sogno, come Pessoa vede riflesso nei microcosmi cittadini il mondo intero. E soprattutto a Bernardo Soares è attribuito “Il Libro dell’Inquietudine”.

Pessoa iniziò fin da piccolo a vivere insieme ai suoi eteronimi. In una lettera scritta il 13 gennaio 1935 ad Adolfo Casais Monteiro, lo scrittore portoghese racconta:

“Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”

La realtà conosciuta da Pessoa è quindi un caleidoscopio di sensazioni ed esperienze vissute su diverse dimensioni: gli eteronimi – ciascuno con la propria visione della vita e il proprio sentire – la vita vissuta da Fernando Pessoa e il sogno.

Sempre nella stessa missiva inviata a Monteiro, Pessoa aggiunge:

“L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso”.

Mentre ne Il Libro dell’inquietudine leggiamo: Continue reading “Fernando Pessoa, il poeta degli eteronimi”

Make it new! E i poeti risposero

La porta aperta sarà la politica di questa rivista: il grande poeta che stiamo cercando non la troverà mai chiusa, o semiaperta, ad ostacolare il suo genio illimitato!”. Con queste parole Harriet Monroe dichiarò gli intenti di Poetry, rivista fondata dalla scrittrice nel 1912. Con Poetry prese vita l’idea di uno spazio letterario dove poter pubblicare e diffondere arte e poesia liberamente, uno spazio salvo dalle limitazioni dell’editoria popolare. La fede incondizionata della Monroe nella poesia intesa come la più alta e completa espressione di verità e bellezza fu un miracolo per la produzione poetica angloamericana di quel tempo, al punto tale che la storia della poesia di stampo modernista e quella di questa rivista sono inseparabili.

Attiva ancora oggi, la rivista Poetry, nata dall’idea progressista di una donna che credeva fortemente nel miracolo della poesia come strumento rivoluzionario, rappresentò la chiave di volta della diffusione delle avanguardie, del verso libero e di uno dei movimenti letterari più sorprendenti di cui sono qui a scrivere, ovvero l’imagismo.

Se è vero che la Monroe compì una scelta coraggiosa e rivoluzionaria, altrettanto vero fu che questa pioniera trovò un valido supporto in uno dei padri della poesia imagista. Nel 1913 Ezra Pound pubblicò su Poetry una dichiarazione d’intenti dal titolo: A few don’ts by an imagist (Alcune cose da non fare), considerato un vero e proprio manifesto del movimento.

In questa dichiarazione d’intenti si sosteneva la necessità di un linguaggio poetico conciso e chiaro, basato sulla stessa precisione e immediatezza con cui balzano agli occhi le immagini. Di qui poeti come Ezra Pound, Hilda Doolittle, Amy Lowell e molti altri, scelsero di rendersi devoti alla “parola esatta”, alla parola che evocasse un’immagine ben distinta. Si cimentarono cosi nella creazione di nuovi ritmi e immagine dopo immagine fondarono una poetica del movimento.

Make it new!” fu l’espressione utilizzata da Ezra Pound per esortare gli scrittori contemporanei a distaccarsi dalle influenze letterarie del passato. E lui stesso seguì questo monito trovando ispirazione non solo nei movimenti d’avanguardia europei del tempo ma anche alla poesia cinese e giapponese.

Ed è così che Pound lanciò la propria ispirazione oltre i limiti della parola e facendo lavorare l’immaginazione in modo sconfinato, scrisse alcuni haiku in lingua inglese di straordinaria bellezza. Questo il mio preferito: Continue reading “Make it new! E i poeti risposero”

Di Alda Merini o del corpo del canto

Pubblichiamo un articolo della nostra Mara Sabia, comparso anche nella rivista Sineresi, sulla poetica di Alda Merini. Sabato 27 e domenica 28 gennaio, le serate di lettura dalle opere della poetessa milanese, a Roma.

***

(…)
Quando gli amanti gemono
Sono i signori della terra
E sono vicini a Dio
Come i santi più ebbri.
(…)

– A. Merini, Quando gli innamorati si parlano.

 

Piccola ape furibonda, meretrice, santa, sanguinaria, solo una isterica, la pazza della porta accanto. Inutile e riduttivo tentare di definire Alda Merini, anche attraverso le sue stesse autobiografiche definizioni. Conviene piuttosto prendere atto delle infinite, singolari e contraddittorie caratteristiche del suo vissuto e del suo genio. Scrivere di Merini implica trattare l’incandescente materia manicomiale, fare i conti con il canto che sorge terribile e splendido in momenti di una speciale lucidità benché i fantasmi che recitano da protagonisti nel teatro della sua mente provengano spesso da luoghi frequentati durante la follia, come scrive Maria Corti. Una poesia, quella meriniana, in cui spesso bisogna discernere il fango dai diamanti, proprio perché nata in dette, eloquenti, condizioni e che sarebbe impossibile da leggere se fosse scissa dalla biografia della poetessa.

Una poesia difficile, contrariamente a quanto appare e che presenta caratteristiche specifiche e originali. Forse Rilke, o forse nessuno, costituisce, oltre alle matrici classiche, la tradizione a cui si rifà Merini. Una lirica metaforica, dal linguaggio contrastante, forbito e modesto, comune e spirituale, degno di messali, alle volte. Un canto che avvicina Dio e uomo in molteplici modi. Li mischia, li sovrappone, li confonde. Misticamente. Leggere Merini significa prepararsi al dualismo e al compenetrarsi di cielo e terra, di carne e spiritualità, di corpo e anima: probabilmente non vi è aspetto più interessante di questo nella poetica meriniana. Una voce potentemente ossimorica che trae il suo meglio dalla tensione dolorosa della eterna convivenza di angeli e demoni. Per dirlo con le parole di Merini: “solo angeli e demoni parlano la stessa lingua da sempre“. Puro corpo e puro spirito, quasi a ricalcare le Scritture, è il motivo dell’intera opera meriniana e delle figure che la compongono. Gli Amanti sono puro corpo e puro spirito: coloro che umani, terrestri, gemono e contemporaneamente, in tale linguaggio, sono vicini a Dio come i santi più ebbri. Sono puro corpo e puro spirito i matti dipinti nelle pagine del capolavoro la Terra Santa in cui sono profeti, mistici, angeli, santi. Puro corpo e puro spirito sono i poeti, i medici, gli amici della poetessa ritratti in versi. Ella stessa e il suo canto sono pura carne e puro spirito. E allora “corpo” è parola amata e ricorrente. È scelta emblematica nel titolo del testo “Corpo d’amore. Un incontro con Gesù”. Quel Gesù che è pietra, carne e spirito, che da solo si annienta nei sensi e nello spirito per una prova d’amore. Il “corpo” meriniano non è mero un contenitore per l’anima o un mezzo per la poesia, ma è un modo, un mistero meraviglioso, una domanda sconvolta, è la poesia stessa. Scrive Merini: Gli inguini sono tormento/sono poesia e paranoia/delirio di uomini. /Perdersi nella giungla dei sensi, /asfaltare l’anima di veleno,/ma dagli inguini può germogliare Dio. Il corpo qui è poesia, paranoia, perdita, ma anche porta sul divino. Il corpo cantato da Merini è spesso esaltato alla maniera biblica, chiari, ad esempio, sono i riferimenti al Cantico dei cantici: Forse tu hai dentro il tuo corpo/Un seme di grande ragione – scrive Alda Merini nel suo Canto dello sposo, concludendo sfinita di passione – eppure in me è la sorpresa/di averti accanto a morire/dopo che un fiume di vita/ ti ha spinto fino all’argine pieno.

Nella complessità del tema della carne e del corpo in Alda Merini, emergono altri connotati, come ad esempio la bellezza. Bellezza, per la poetessa è ciò che salva l’atto carnale dalla miseria, così come la nudità è salvata dal disgusto, dal pudore. Il corpo senza trascendenza nell’altro non è altro che il ludibrio grigio nominato ne La Terra Santa. In questa ottica anche l’eros si trasforma in arte, in poesia. Gianfranco Ravasi la descrive come capace di intrecciare eros e agape, carne e anima, desiderio e fede: come il peccato cede e travolge la fede stessa/fino a diventare a sua volta/il ritmo stesso della fede. Come il peccato è arte/ e come l’arte è il peccato. Continue reading “Di Alda Merini o del corpo del canto”

“Io nel pensier mi fingo”, la poetica di Giacomo Leopardi

In occasione dell’incontro di lettura che si terrà il 9 gennaio, vi proponiamo una riflessione sulla poetica di Giacomo Leopardi, scritto da Alice Figini.

***

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Qualsiasi uomo, di qualsiasi epoca, si identifica con il percorso del pastore, con il suo cammino accidentato, riconosce le domande impellenti rivolte alla Luna che  non otterranno mai risposta e che, almeno una volta, ciascuno nel suo intimo ha espresso a se stesso. Nel  Canto notturno di un pastore errante dell’Asia si manifesta la definizione universale di ogni poesia: nella singolarità dell’io poetico che rivolge domande all’infinità del cielo si riflette un’umanità collettiva, che soffre, si dispera e, ciononostante, vive.  E questo sentire diventa una traccia capace di travalicare il tempo e lo spazio. Dopotutto cos’è la scrittura se non una traccia, uno scarto, qualcosa che resta dell’anima?

Giacomo Leopardi è stato una delle figure più produttive della nostra letteratura, scrisse moltissimo per tutta la vita, mettendo la sua stessa esistenza al servizio della scrittura. Più di trecento opere, a cui si aggiunge la corposa mole, ben 4526 pagine, del suo diario personale, lo Zibaldone che tratta, sul piano filosofico, argomenti di ogni genere.

La poesia di Leopardi, come testimonia l’immensità del canto “L’Infinito”, è tutta penetrata nella mente ed è proprio questa caratteristica a renderla immortale. «Io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura», ciò che percepiamo, attraverso queste parole, è un presente vitale che non cesserà mai di essere. Si tratta di uno spazio del pensiero, intangibile e illimitato, che dà all’esistenza una parvenza di immortalità. Siamo tutti abitati da sempre da una “irrequietezza vitale” che nelle opere di Leopardi prende corpo e vita. Attraverso uno sguardo che indaga nell’umano, il poeta di Recanati è riuscito meglio di chiunque altro a esprimere la “straziante e meravigliosa bellezza del creato”, consegnandoci, attraverso i suoi componimenti, una domanda esistenziale che ancora non trova risposta e che difficilmente sarà esaudita, come una preghiera.

Si tende talvolta a confondere il pessimismo di Leopardi con la malattia che lo costrinse a una vita ritirata, in perenne stato di meditazione. In realtà la malattia non fu mai un fattore limitante nella sua espressione artistica, ma rappresentò piuttosto “uno strumento conoscitivo” che gli permise una più profonda analisi interiore. Tutti i suoi scritti, infatti, mirano all’interiorità e forse proprio per questo motivo riescono così facilmente a entrare in contatto con l’anima dei lettori. Continue reading ““Io nel pensier mi fingo”, la poetica di Giacomo Leopardi”

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